Salute

Il paradosso del progresso. Quando l'inquinamento mette in gioco il futuro dell’umanità

Negli ultimi duecento anni, con velocità esponenzialmente crescente abbiamo modificato in modo quasi  irreversibile il pianeta, inquinandone aria, acqua e suolo. Per non parlare dell’inquinamento elettromagnetico, di cui non si conoscono bene gli effetti dannosi. Si è poco consapevoli del fatto che attraverso i polmoni, la pelle e il cibo entrano nel corpo le sostanze più disparate. Notevole pure l’impatto dei farmaci immessi nell’ambiente attraverso urine e feci: antibiotici, ansiolitici, antidepressivi, antineoplastici e sostanze ormonali. Figurarsi poi gli effetti di oppioidi e cocaina

Renzo Ceccacci

Il paradosso del progresso. Quando l'inquinamento mette in gioco il futuro dell’umanità

Questo saggio, tuttora attuale, seppure non aggiornato con le ultime novità emerse nel frattempo, è stato scritto dall'autore nell’autunno 2018 e resta un prezioso spunto di riflessione per tutti noi. Buona lettura.

Fino a pochi lustri fa l’amianto era utilizzato per una notevole quantità di impieghi: nella coibentazione dei vagoni ferroviari, nel rivestimento delle cabine delle navi da crociera con il nome di Marinite, Eternit per le coperture dei tetti, ed era ritenuto il miglior componente per confezionare tute ignifughe per i Vigili del fuoco, per fabbricare le pastiglie dei freni e così via.

Poi ci siamo accorti, con colpevole ritardo per la notevole mole di interessi in gioco, che le fibre di questo elemento sono direttamente responsabili della genesi del mesotelioma, il terribile tumore della pleura.

Ma questo è solamente l’apice della punta dell’iceberg che rappresenta il totale delle sostanze inquinanti e dannose, di cui pochi sono consapevoli.

La rivoluzione industriale ha portato indubbi benefici alla qualità della vita soprattutto delle persone che l’hanno vista iniziare ed espandersi, poiché quelle ne hanno ricevuto molti vantaggi senza pagare granché, un po’ come avviene a coloro che iniziano una “catena di Sant’Antonio”.

Così negli ultimi duecento anni, con velocità esponenzialmente crescente, abbiamo modificato in modo quasi sicuramente irreversibile il piccolo pianeta in cui viviamo, inquinandone l’aria, l’acqua ed il suolo sia in modo fisico che chimico.

Ubiquitario è ormai l’inquinamento elettromagnetico, di cui ancora non conosciamo bene gli effetti dannosi soprattutto nel lungo periodo.

Poi abbiamo immesso nell’aria, nell’acqua e nel suolo decine di migliaia di molecole chimiche di sintesi, molte delle quali tossiche e stabili, quindi destinate a restare nell’ambiente centinaia o migliaia di anni, e di cui non conosciamo ancora quasi nulla sugli effetti dannosi per la salute, salvo le situazioni più eclatanti pervenute all’attenzione delle cronache.

Oltre l’amianto conosciamo benissimo la correlazione delle Amine aromatiche con i tumori della vescica, del Benzene con le Leucemie mieloidi, del Cloruro di Vinile Monomero con i tumori epatici, della Formaldeide con i tumori nasali, del fumo di sigaretta con il tumore del polmone, ecc.

Gran parte della popolazione ha però poca consapevolezza del fatto che attraverso i polmoni, la pelle ed il cibo che mangiamo, entrano nel nostro corpo le sostanze più disparate, capaci di interferire, da sole o in associazione perversa con altre, con le funzioni di molti nostri organi ed apparati, originando malattie che possono essere le portabandiera del “paradosso del progresso”.

Sostanze tossiche e cancerogene si ritrovano a centinaia già nel cordone ombelicale e nel latte materno, tanto che queste possono interferire con lo sviluppo embrio-fetale fino ad originare patologie che si manifesteranno anche in età adulta, facendo arrivare a parlare di “origine fetale delle malattie dell’adulto”: dal cancro alle patologie metaboliche, poiché molte sostanze sono cancerogene, ma molte hanno anche azione di interferenza endocrina.

Quali sono le sostanze maggiormente responsabili di questa situazione?

Possiamo iniziate con le plastiche che, ridotte in microparticelle, soprattutto nel mare sono ormai entrate stabilmente nella catena alimentare dei pesci che mangiamo, accumulandole così anche noi nel fegato ed in vari organi.

Conosciamo bene la presenza delle polveri sottili, le famigerate PM 25, PM 10, PM 2,5 e le associamo all’insorgenza dei tumori delle vie respiratorie, o a danni cardiovascolari, ma pochissimi sanno che, per esempio, l’incremento di 10 ppm di PM 10 e di PM 2,5 causa rispettivamente un aumento, del 10% per le prime, addirittura del 132% per le seconde, nell’insorgenza dell’autismo, ma c’è chi in malafede associa questa grave patologia ai vaccini!

Ma ancora quasi nessuno sa che quelle più pericolose sono le PM 0,1, le “nanoparticelle” che, quando respirate, direttamente dall’arteria olfattiva possono facilmente raggiungere i lobi frontali del nostro cervello, diventando responsabili di un notevole incremento dell’insorgenza di demenza senile, indotta dall’attività proinfiammatoria locale di queste particelle, come evidenziato da studi autoptici fatti a Città del Messico, la megalopoli più afflitta dalla presenza in aria di queste particelle che inducono danni gravi già nella prima infanzia.

Poi ci sono l’ozono, l’ossido di azoto e così via.

Quindi il peggioramento della qualità dell’aria che respiriamo è direttamente proporzionale all’incremento di malattie respiratorie quali il cancro del polmone e la BPCO, di malattie cardiovascolari fino all’infarto del miocardio, di patologie endocrine come il diabete, o neurologiche quali l’autismo e la demenza senile.

Per comprendere facilmente l’entità del peggioramento della qualità dell’aria che respiriamo basta citare che, prima della rivoluzione industriale, la CO2 atmosferica era pari a 200 ppm, nel 1985 è arrivata a 340 ppm che sono aumentate nel 2015 fino a 400 ppm, diventate 410 ppm ad agosto 2018: in circa 150 anni abbiamo quindi più che raddoppiato la CO2 nell’atmosfera.

Sappiamo bene che questo aumento della CO2, assieme all’emissione di metano, è tra i maggiori responsabili dell’effetto serra che sempre più determina anche l’incremento della violenza dei fenomeni atmosferici che ci flagellano, e sappiamo anche bene che il 46% della CO2 prodotta oggi al mondo dipende dal carbone che ancora utilizziamo per la produzione di energia elettrica e per il riscaldamento.

Oltre al carbone utilizziamo poi imperterriti il petrolio e le biomasse anche per attività che potrebbero essere ottenute da energie rinnovabili quali il fotovoltaico, l’eolico e soprattutto la geotermia, sicuramente dovendoci investire, ma potendone poi trarre anche notevoli benefici economici.

Lo sconvolgimento climatico, sempre maggiore, sta determinando mutazioni tali da determinare, ad esempio, l’alterazione delle precipitazioni che, sempre più intense e concentrate in brevi periodi, riducono la penetrazione dell’acqua nelle falde, aumentando per contro l’impeto di quelle che scorrono in superficie. Questo potrà determinare sempre più problemi anche molto gravi nell’approvvigionamento idrico ad uso sia civile che agricolo, con conseguenze che sono ormai ben evidenti in Sudafrica, ove i 4 milioni di abitanti di Città del Capo già da tempo convivono con il severo razionamento dell’acqua, ridotta a 50 litri al giorno a persona: ben 5 volte meno della media di 240 litri pro capite allegramente usati quotidianamente da noi italiani, che in questo primeggiamo in Europa, ove la media è inferiore a 190 litri al giorno.

Come già accennato, non riusciamo ancora a quantizzare bene l’entità dei danni ascrivibili alle tante nuove sostanze a cui siamo esposti, soprattutto per la difficoltà di considerarle nel loro insieme con tutte le variabili organiche che possono rappresentare, anche alla luce della differente risposta individuale a certe sostanze, geneticamente determinata come la diversa capacità di detossificazione, evidenziata ad esempio dalla presenza in alcune persone di particolari profili della famiglia di enzimi paraoxonase1 (PON 1), che riduce l’eliminazione dei pesticidi organofosforici, determinando in questi individui un netto aumento della loro tossicità che è neurologica, metabolica e cardiovascolare.

E con questo abbiamo introdotto un primo esempio di sostanze inquinanti derivanti dall’agricoltura e dall’allevamento: oltre ai pesticidi abbiamo immesso nell’ambiente antifungini, anticrittogamici, poi antibiotici in quantità, sapendo che oltre il 70% di quelli prodotti nel mondo viene oggi utilizzato nell’allevamento di animali.

Notevole è comunque  e soprattutto anche l’impatto di farmaci e sostanze ad uso umano: oltre agli antibiotici noi immettiamo nell’ambiente ansiolitici, antidepressivi, antineoplastici, sostanze ormonali, oppioidi, cocaina ed ogni altro principio della nostra farmacopea, con quantità derivanti con esatta proporzione al loro impiego, non tanto con l’incongruo smaltimento di prodotti non utilizzati o scaduti, quanto soprattutto con la nostra urina e le nostre feci, con cui espelliamo i farmaci assunti, a volte come sostanze immodificate, ma per lo più sotto forma di metaboliti ancora attivi.

Queste sostanze possono così arrivare fino ai depuratori che, anche quando presenti, oggi non sono capaci di eliminarle, consentendone quindi l’arrivo fino alle acque dei fiumi e dei laghi e quindi al mare.

Così nelle acque dei fiumi a valle delle Città di Nazioni nordeuropee ci sono prevalentemente residui di ansiolitici ed antidepressivi, mentre nelle Nazioni del sud più antibiotici.

Ormai quasi tutte le acque, comprese molte di quelle minerali che beviamo, sono un campionario di farmaci e sostanze varie oltre che di microplastiche, a concentrazioni magari infinitesimali, ma non più a presenza zero.

Alcuni farmaci come l’antibiotico eritromicina o l’analgesico-antiinfiammatorio naprossene restano nell’ambiente per 4-5 anni, altri come il vecchio ipoglicemizzante orale clofibrato per circa 20 anni, mentre molto persistente, addirittura per secoli, è la carbamazepina, un antiepilettico molto utilizzato.

Studi seri hanno evidenziato che la presenza nelle acque dei fiumi e del mare di sostanze ormonali, di chemioterapici, di traccianti radiologici e di una miriade di altri farmaci, ha già determinato una evidente minore fertilità dei pesci e delle rane.

All’analoga esposizione cronica, anche solo a microdosi, si sta ormai attribuendo la responsabilità della riduzione pure della fertilità umana: i nostri giovani producono oggi mediamente circa la metà degli spermatozoi dei nostri nonni e bisnonni, con un costante incremento delle coppie sterili.

Questa continua esposizione alle più disparate sostanze sta facendo aumentare sempre più anche l’insorgenza di intolleranze ed allergie, oltre che di antibioticoresistenza che preoccupa sempre più le Organizzazioni Sanitarie.

Per questo, con la Svezia tra i primi, per l’immissione in commercio di nuovi farmaci si è iniziato a parlare anche di impatto ambientale, oltre che dell’efficacia e sicurezza dei prodotti, stimolando i Medici a prescrivere, a parità di caratteristiche terapeutiche, le sostanze meno inquinanti per l’ambiente.

Questo insieme di nuove normative è attualmente ancora in discussione all’EMEA (European Medicinal Evaluation Agency), che dovrebbe introdurre nuove regole entro la fine del 2018 – inizio 2019.

Si sta finalmente valutando la possibilità di obbligare a dotare i depuratori di membrane, o di procedure fisiche o chimiche, capaci di eliminare la cessione ambientale di farmaci ed altre sostanze nocive.

Quindi abbiamo preso seriamente coscienza della gravità dei problemi, ma le soluzioni appaiono ancora molto lontane e condizionate anche da enormi interessi economici, che sembrano contribuire anche a qualche “caccia alle Streghe”, oppure ad informazione parziale o inadeguata.

Per esempio attribuiamo alla circolazione di automobili alimentate a gasolio molte più colpe di quelle che hanno, specialmente se rispettose delle normative anti inquinamento Euro 5 o 6, per cui sarebbe comunque bene stimolare il rinnovo del parco circolante, mentre quasi nessuno parla dell’impatto derivante dal trasporto pesante su gomma e soprattutto dal riscaldamento domestico nelle città, spesso ancora a gasolio se non addirittura a carbone, che rendono molto più inquinate le città povere del mondo rispetto a quelle ricche.

Quindi per dimostrare demagogicamente che “si fa qualcosa”, in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, poi Piemonte ed altre, si vieta la circolazione diurna di automobili diesel con classe di emissione fino ad Euro 3, responsabili dello zero virgola qualcosa del totale delle emissioni.

Poi ci presentano l’elettrificazione delle automobili come l’unica prospettiva futura, ma senza specificare bene la modalità di produzione della maggiore quantità di energia elettrica conseguentemente necessaria.

Praticamente non si parla del notevole costo in termini di inquinamento derivante dalla loro costruzione e soprattutto vengono poco evidenziate le difficoltà che ci saranno dapprima per la produzione delle moderne batterie, dato che alcuni loro componenti saranno realizzabili soltanto mediante l’utilizzo di materiali, come litio e terre rare, posseduti quasi esclusivamente dalla Cina.

Ed infine ci saranno difficoltà per lo smaltimento delle batterie al litio, come anche per lo smaltimento dei pannelli fotovoltaici, operazioni per cui non possediamo ancora tecnologie efficaci e sicure quali quelle utilizzate oggi per la rottamazione delle vetuste batterie al piombo ancora molto usate.

Con sconforto dobbiamo ammettere che l’Umanità cosiddetta evoluta ha già immesso nell’ambiente una massa di inquinanti non facilmente eliminabile, che determinerà un costante incremento di mortalità per tumori, malattie respiratorie e cardiovascolari, oltre che l’incremento costante della infertilità.

Per peggiorare la situazione siamo poi giunti anche ad un utilizzo sproporzionato delle risorse, tanto da avere abbondantemente superato la capacità di rigenerazione della Terra: si dice ormai che ad agosto abbiamo già mangiato, o sprecato, il totale di quanto doveva bastare all’umanità per tutto l’anno, e la popolazione mondiale aumenta a ritmo accelerato mentre assistiamo impotenti anche ad un costante aumento della desertificazione.

Avremo quindi sempre meno minestra da mangiare, e purtroppo soltanto da poco abbiamo capito che sarebbe bene cercare di togliere da questa la cacca che ci abbiamo già depositato.

Per tutto questo dobbiamo amaramente ammettere che le Società evolute sono vissute negli ultimi 150-200 anni pensando soprattutto ad aumentare il loro benessere quotidiano senza preoccuparsi delle conseguenze, forse anche per scarsa consapevolezza.

La scienza, che ha stimolato il progresso che ci ha fatto allontanare sempre più dalle caverne, è paradossalmente la maggiore responsabile di questa situazione, che se non modificata può farci rischiare una catastrofe capace di riportare nelle caverne gli eventuali pochi sopravvissuti.

Siamo ancora in tempo per provare a modificare la tragedia che incombe sul futuro dei nostri figli?

Possiamo solo dire che speriamo di sì, confidando che quella Scienza, che ci ha condotti qui, riesca rapidamente a trovare i mezzi più efficaci per ripulire il Mondo.

Sicuramente un contributo può venire anche da poche azioni quotidiane che chiunque dovrebbe compiere:

  • Evitare lo spreco del cibo acquistando meno prodotti, magari di qualità
  • Modificare le abitudini alimentari consumando molta meno carne
  • Evitare lo spreco dell’acqua
  • Evitare l’utilizzo incongruo del riscaldamento domestico
  • Ridurre l’utilizzo dell’automobile
  • Evitare l’uso inappropriato di farmaci
  • Premiare politicamente chi per difenderci intraprende le azioni opportune, anche se immediatamente impopolari

In definitiva: almeno noi che siamo ormai più consapevoli, siamo disposti a rinunciare quotidianamente a qualcosa, soprattutto se è evidentemente una futilità, per contribuire, nel nostro piccolo come le singole formiche, al bene dell’umanità?

 

In apertura, foto di Olio Officina

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