Terra Nuda

Da Verona fuori dal coro

Sembra quasi un déjà vu: cresce il valore del brand italiano, aumentano i buyer esteri, si combinano joint venture tra grandi aziende. Il Vinitaly, questa nostra maggior fiera italiana, è diventata più che altro l’occasione per esibire un certificato di esistenza in vita

Felice Modica

Da Verona fuori dal coro

Di ritorno dalla quarantottesima edizione del Vinitaly, registro, su stampa e tv, reazioni analoghe a quelle delle ultime dieci annate. Sembra quasi un déjà vu: cresce il valore del brand italiano, aumentano i buyer esteri, si combinano joint venture tra grandi aziende, arrivano i politici a portare la lieta novella e ogni volta sembra quella buona.

Per questo non sciorinerò numeri e dati statistici – comunque realmente positivi – limitandomi ad alcune considerazioni da piccolo produttore che ormai da tempo partecipa a questa grande fiera veronese del vino.
Intanto, se l’idea d’iniziare la domenica è stata buona, resta sempre troppo alta l’affluenza del grande pubblico che definire interessato solo alla degustazione è un delicato eufemismo… Il costo elevato del biglietto dovrebbe costituire un deterrente per l’invasione da parte degli amanti della sbronza. Cinquanta euro son davvero tanti e allora sorge il sospetto che siano moltissimi, troppi, i pass rilasciati a chi non ne avrebbe diritto. Mentre, magari, con gli addetti ai lavori, si attua la politica della lesina e gli stessi inservienti si irrigidiscono, limitando con ostentata rigidità “prussiana”, la libera circolazione degli espositori tra interno-esterno.

Prendiamo le altre maggiori fiere internazionali: il Prowein, ad esempio, o Bordeaux. Le presenze del pubblico sono più selezionate, il che migliora la qualità del lavoro dei produttori e rende più proficuo un impegno economico non trascurabile. Specie di questi tempi, i pochi soldi di cui dispone un’azienda vanno spesi con massima oculatezza.

Al di là dei ricorrenti, trionfalistici comunicati stampa da minculpop, per i piccoli – cioè la stragrande maggioranza degli espositori – questa nostra maggior fiera italiana è diventata più che altro l’occasione per esibire un certificato di esistenza in vita. Il dubbio di Nanni Moretti in questo caso è presto risolto: ti notano di più se non ci sei…

Poi, certo, può capitare l’incontro fortunato con l’americano o l’orientale, o l’europeo (difficile…) ma, per lo più, al Vinitaly si dimostra di essere vivi, se non proprio in buona salute; s’incontrano i vecchi clienti e si consolidano i rapporti commerciali. Vi par poco? Certamente no, ma poiché il tempo è la cosa più preziosa di cui disponiamo, se la fiera, senza perdere del tutto la sua originaria connotazione popolare, diventasse maggiormente selettiva, ci guadagneremmo tutti, in primis l’economia italiana.

Abbiamo visto, poi (più che altro letto, dal momento che lo stand e come Buckingham Palace: bisogna montare di guardia…) il neoministro all’Agricoltura (pardon, politiche agricole…) Martina elogiare pubblicamente il suo omologo assessore regionale siciliano Dario Cartabellotta, per il gran lavoro svolto in difesa dei produttori dell’isola. Quasi in contemporanea, lo stesso Cartabellotta veniva defenestrato dal presidente Crocetta, il quale dimostra ancora una volta straordinario tempismo e senso dell’opportunità.

C’è stato anche l’enfant prodige della politica italiana, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi che, stando sempre ai rapporti di cronaca, avrebbe “galvanizzato la folla”. Perbacco, il giovane Renzi promette, nientemeno, un incremento dell’export del 50% entro il 2020. Forse, quando avrà finito di prendersi cura dell’Italia, il nostro amato presidente intende recarsi in Cina, a preparare il terreno per nuove, significative esportazioni. La grande potenza orientale, infatti, è un mercato importantissimo per le sorti del vino italiano. Qui la Francia detiene il 50% dell’export, l’Italia solo il 16% , ma ha recentemente perduto il 3% in valore e una percentuale ancora maggiore in quantità.
Però non ci giurerei. Se non sono inseguiti da guai giudiziari, è raro che i nostri politici se ne vadano (vedi Veltroni e l’Africa, che ancora lo aspetta…).

Per non limitarmi alle critiche, la bellissima Verona pare ormai vaccinata alle periodiche, allegre invasioni di vignaioli e amanti del vino. Posteggi per tutti, circolazione ragionevole, pur nella comprensibile emergenza, polizia locale efficiente. E’ anche così che una grande città mostra di essere moderna, europea, civile. Peccato per certe scritte xenofobe sui muri, opera senza dubbio di gente che mai ha visto un film di Pietro Germi…
Felice Modica

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