Terra Nuda

Fango dal New York Times

Non c’è limite al grottesco. Vergognoso e vile attacco alla onorabilità del comparto oleario italiano. Una testata giornalistica a suo tempo prestigiosa gioca con l’abusato e razzistico cliché dell’italiano mafioso o comunque delinquente. Con la complicità del “fuoco amico” di quanti, in Italia, amano gettare discredito al settore pur di guadagnare fama e consenso

Luigi Caricato

Fango dal New York Times

Si è appena conclusa a Milano la terza edizione del grande happening “Olio Officina Food Festival – Condimenti per il palato & per la mente” e posso dire di essere orgoglioso del grande lavoro che c’è dietro e del successo che ne è derivato. E’ stato tutto molto faticoso, ci lavoro da lungo tempo, l’operazione non è semplice. E’ una strada perennemente in salita. Non è stato facile in tutti questi anni suscitare curiosità e creare il bisogno di acquisire una cultura dell’olio nella gente comune. E’ materia impervia, in fondo l’olio è da tutti percepito come un semplice e generico condimento tra i tanti. E’ sostanza grassa, poco importano le differenze.

Io ci lavoro da anni, sull’olio. Da sempre. Lo faccio attraverso le parole, perché ciascuno di noi ha in fondo una propria vocazione e io ho quella per la scrittura. Credo nella comunicazione, ma credo anche che le parole debbano servire a costruire, non a demolire. Scrivo e opero intorno all’olio per dar luogo a un’opera di sensibilizzazione. Lo faccio per onorare il lavoro di mio padre, agricoltore. Un lavoro che ritengo continuamente vilipeso. Mio padre, Domenico, si alza all’alba per consegnarsi alla coltivazione della sua amata terra, senza batter ciglio. E’ nato nel 1931, non smette mai di lavorare, nonostante gli si dica di riposare. Sembra che parli alle piante, per quanto le ama.

Insieme con mio padre ci sono tanti compagni di viaggio con cui ho dialogato, stringendo mani ruvide, piene di calli e solchi profondi. Nella campagne confinanti con quelle di mio padre vi lavorano tante brave persone, oneste e sincere, semplici. Io scrivo per loro, per quanti non sono in grado di farlo. Pe raccontare, per testimoniare, per far sapere a tutti cosa sta dietro ogni bottiglia d’olio: la fatica del produrre, soprattutto, tanti sacrifici non sempre ripagati. Scrivo con l’intenzione di sensibilizzare il consumatore, di indirizzarlo verso scelte sagge, consapevoli. Il mio impegno in tutti questi anni si è tradotto in decine e decine di libri, in articoli su articoli, in conferenze, in partecipazioni a convegni e in organizzazioni in proprio di eventi, tratteggiando sempre i lati positivi, mai fondando la comunicazione su questioni strumentalmente scandolose. Non ho bisogno di fondare il mio lavoro sulla demolizione, io costruisco saperi, apro nuovi percorsi. Faccio la mia parte. Preferisco la fatica del costruttore.

Io la mia parte l’ho sempre fatta. Parlano per me le opere. La soddisfazione per il mio lavoro è grande. Pensavo di godermi il successo, al termine di Olio Officina Food Festival. Non ho avuto nemmeno il tempo di gioire. In tanti a scrivermi: “Hai letto? Hai letto?”. Così, dopo il mio grande impegno nel comunicare l’olio da olive in tutta la sua immediatezza e natura, dopo tante energie positive profuse, è arrivato, terribile e devastante, il colpo basso del “New York Times”. Contro l’Italia olearia. Così, per gettare discredito. Senza fare distinzioni e soprattutto senza guardare in casa propria. Troppo facile giudicare gli altri e mai se stessi. E’ solo spazzatura, dico a chi mi chiede un parere. La gente che mi contatta è amareggiata e avvilita. E’ spazzatura eccellente e prestigiosa – aggiungo, per rincuorarli – ma è pur sempre spazzatura. Succede. Anche ai giornali più celebrati. Non è la prima volta. Le illustrazioni delle vignette animate sono di Nicholas Blechman. La fonte? Non stupitevi: Tom Mueller. L’americano che ha trovato l’America in Italia. E’ l’autore del libro Extraverginità. Il sublime e scandaloso mondo dell’olio di oliva. Un titolo che è tutto un programma.

Si legge di bastimenti di olio di semi di soia o di altri oli poco costosi etichettati come olio d’oliva.
Si legge di raffinerie in cui l’olio viene mescolato con oli più economici.
Si legge dell’utilizzo di beta-carotene per nascondere il sapore e clorofilla per colorare.
Si legge dell’olio preseunto italiano destinato in ogni angolo del mondo.
Si legge che negli Stati Uniti d’America il 69% dell’olio sia adulterato.
Si legge che per fronteggiare le frodi sia stata istituita in Italia una sezione speciale dei Carabinieri appositamente addestrati per riconoscere l’olio cattivo.
Si legge anche che le forze dell’ordine visitino regolarmente le raffinerie per controllare il settore.
Si legge pure che i produttori abbiano rapporti con politici potenti e che raramente vengano perseguiti.
Si legge infine che le frodi generino il crollo dei prezzi e che i produttori corrotti indebolendosi portano il settore al suicidio.

Con tutta onestà, scorrendo l’animazione del “New York Times” si assiste solo al suicidio dell’informazione e del buon senso. L’intelligenza viene calpestata. Il rispetto, neanche a parlarne.
Si fa troppo in fretta a giudicare gli altri. Con un fondo di razzismo mai del tutto sopito, pensando sempre agli italiani come a un popolo di mascalzoni. Nessuno tuttavia, tra costoro, che si interroghi come mai, in termini di legislazione, gli Stati Uniti siano stati per anni soggetti - fino all'ottobre 2010, anno in cui sono finalmente entrati nella civiltà giuridica del resto del mondo - a una legge risalente al presidente Truman, che rende legale qualsiasi intruglio. Gli oli italiani, e con essi tutte le nostre ricchezze alimentari, vengono continuamente depredate nel nome, sfruttando l’immagine dell’Italia con marchi volutamente ingannevoli, senza che vi sia possibilità di difendere le nostre identità.

Forse certa gente andrebbe educata al senso del rispetto. Offendere deliberatamente l’onorabilità del comparto oleario italiano è da selvaggi. Posso anche capire che si abbia voglia di fornire notizie eclatanti ai propri lettori, pur di suscitare clamore, ma arrivare a banalizzare una questione così delicata come quella delle frodi – fenomeno peraltro che appartiene a tutti i popoli e non è esclusiva degli italiani – è alquanto deprimente.

Questa gente ignorante e grossolana nei modi – e chissà se anche in malafede – volutamente ignora che tutto il settore agroalimentare italiano è soggetto a costanti verifiche, proprio allo scopo di offrire garanzie certe ai consumatori. E sono peraltro attivi, non uno, ma perfino una serie esagerata di organismi di controllo – forse anche troppi, e costosi – i quali agiscono con metodicità e costanza, non perché si è in una situazione di emergenza, ma per prevenire, esprimendo così un’attenzione qualificata che altri Paesi nemmeno si sognano lontanamente di avere. Si confonde così un impegno virtuoso a favore della tutela delle produzioni con una visione negativa e allarmante del controllo. Dovrebbero venire in Italia, ma senza pregiudizi, questi signori nati solo per confezionare scandali, per demolire anxiché per costruire.

Le vignette pubblicate sul “New York Times” disonorano chi le ha immaginate e pubblicate, non il comparto oleario italiano. E’ fango gettato deliberatamente per macchiare l’onorabilità di un Paese di onesti lavoratori che per generazioni ha dimostrato di possedere la capacità di imporsi sul mercato con le proprie forze. Certo, in tutta questa spazzatura mediatica noi italiani ci meritiamo una parte di fango, visto che vi è una assaociazione di categoria in forte crisi di contenuti e di progettualità che puntualmente discredita la filiera dell’olio di oliva con comunicati stampa grotteschi e arditi. Ci sono stati perfino ministri dell’agricoltura italiani che, in cerca di gloria elettorale e di consenso, hanno usato l’arma dei comunicati stampa per esagerare alcune notizie che meritavano di essere sì affrontate, ma diversamente, con prudenza, vista la delicatezza dell’argomento frodi. In fondo si paga lo scotto di un Paese che si fa calpestare nella sua dignità perché non ha mai saputo far fronte comune, reagendo agli ignobili e pretestuosi attacchi di chi specula sulla pelle di una imprenditoria sana e onesta. Le lezioni di morale se le facciano pure in casa propria, i giornalisti del “New York Times”. Di aspetti di cui vergognarsi ne hanno ben più di noi.

Commenta la notizia

Per commentare gli articoli è necessario essere registrati.
Se sei un utente registrato puoi accedere al tuo account cliccando qui
oppure puoi creare un nuovo account cliccando qui

mario monopoli

mario monopoli

28 novembre 2014 ore 10:47

Dissento dal commento fatto dal Dott. Occhinegro, precisando che la norma parla chiaro e interessa gli "OLI DI OLIVA VERGINI", tra cui è compreso l'extra vergine (sarei curioso e acceterei qualunque sfida - ovviamente in qualche aula di tribunale - per sapere se tale interpretazione non fosse esatta). E' chiaro inoltre che l'antirabocco non garantisce la qualità dell'olio (la ratio della legge non centra un bel niente con la il garanzia della qualità), invero, vuole cercare di instaurare un giusto equilibrio negoziale tra i contraenti (esercente e consumatore) lì dove manca:considerate che in tanti esercizi italiani (seri) la cultura dell'antirabocco appartiene ormai alla storia. Il legislatore con detta legge chiede di garantire al consumatore se l'olio che consuma al tavolo è il medesimo che legge nell'etichetta, se questi è buono o scadente appartiene ad un altro capitolo, e in tal caso è necessario avere un minimo di conoscenza per poter scegliere. Se uno ha la fortruna di essere un esperto come gli illustri commentatori che leggono allora potrà scegliere di andare in un ristorante anzichè in un altro in funzione all'olio che trova sul tavolo. Un consumatore come il sottoscritto, ignorante in materia, intanto giudicherà in senso positivo il ristoratore che si attiene alla legge, se poi il prodotto non è buono può darsi che anche l'esercente diventa una vittima (in buona fede) della frode. Condivido con il fatto che bisogna incrementare i controlli oltre che alla somministrazione anche alla fonte (dalle industrie a frontoi - tra cui ai frantoi che producono carte). Condivido con chi afferma che ci sono funzionari statali che guadagnano fior di quattrini per esprimere - talvolta - solo pareri: le leggi le fà comunque il parlamento non dimentichiamolo. Se non abbiamo una classe politica all'altezza della situazione i primi responsabili siamo noi elettori.

mario monopoli

mario monopoli

26 novembre 2014 ore 22:39

Non vi è ombra di dubbio che la norma (ex art. 18 della l. n. 161/2014) poteva essere scritta (e può essere interpretata) meglio, come d’altronde tutte le leggi: non ho mai visto finora una legge che accontenta tutti, né mi illudo di vederne in futuro. Obiettivamente, prima di affannarci nel ricercare ad ogni costo gli effetti negativi che legge c.d. “Antirabocco” potrebbe spiegare, dovremmo cercare di capire i benefici che la stessa produce. Da consumatore devo ammettere che con la prefata norma mi sento più tutelato, ritengo cioè di avere quelle garanzie che mi consentono di sapere se l’olio contenuto nelle bottiglie poste sul tavolo del ristorante (che consumo e che pago), è il medesimo che leggo sulla rispettiva etichetta. Anche una considerevole corrente di pensiero di olivicoltori e produttori di olio pugliesi è dello stesso avviso, infatti sostengono che la nuova legge riduce notevolmente il rischio di trovare confezioni (alla somministrazione) del loro olio, che vengono utilizzate (traboccate) per contenere un prodotto diverso dal proprio. La forma con cui la norma è stata scritta la legge può non piacere, ma credo che sia molto chiara e, oltretutto, comprensibile: è scritta in lingua italiana - “Gli oli di oliva vergini proposti in confezioni nei pubblici esercizi, fatti salvi gli usi di cucina e di preparazione dei pasti, devono essere presentati in contenitori etichettati conformemente alla normativa vigente, forniti di idoneo dispositivo di chiusura in modo che il contenuto non possa essere modificato senza che la stessa confezione sia aperta o alterata e provvisti di un sistema di protezione che non permetta il riutilizzo dopo l’esaurimento originale indicato nell’etichetta.” In relazione alle considerazioni fatte circa l’incompletezza della stessa norma poiché non darebbe il tempo per smaltire le scorte, palesando in tal caso un danno economico alle aziende produttrici, è importante precisare (se non fosse abbastanza chiaro) che la legge in questione non vieta assolutamente la vendita delle bottiglie prive del sistema antirabbocco al consumatore finale, in tutti i possibili punti vendita: Supermercati, negozi alimentari, spacci aziendali ecc.. La stessa comporta solo l’obbligo per i ristoratori di utilizzare le bottiglie provviste di tale sistema alla somministrazione (sui tavoli), e non anche in cucina. Ragion per cui, i ristoranti che hanno scorte da smaltire (ammesso che ne abbiano tante), possono utilizzare l’olio ivi contenuto in cucina, atteso che tale finalità viene fatta salva dalla norma; pertanto mi sembra una falso problema. In merito alla mole delle scorte da smaltire avrei seri dubbi, atteso che, da esperienze (professionali) vissute, posso affermare con larghi margini di certezza, che nei rispettivi luoghi di stoccaggio (depositi) degli esercizi alla ristorazione, ovvero nella maggior parte di essi, non ho mai rinvenuto grossi quantitativi di bottiglie di olio convenzionali. Anzi, proprio perché non era vigente l’obbligo del sistema, gli esercizi (Ristoranti e simili) più seri hanno utilizzato sui tavoli sempre gli stessi contenitori (trabboccandoli) con l’olio della stessa ditta produttrice, mentre per gli altri è meglio stendere un velo pietoso. A riguardo dei funzionari dello Stato, che a parere di taluni illuminati commentatori avrebbero scritto male la legge in argomento, esprimo la mia personale solidarietà, e chiedo loro comprensione per chi è arrabbiato a causa di tante cose che non vanno nel nostro paese. Infine, pur non essendoci sufficienti motivazioni per denigrare la legge in commento, così come innanzi detto, concordo comunque con chi sostiene che sarebbe stato opportuno prevedere un periodo di transizione intercorrente tra vigenza e efficacia, sia pur minimo, tanto da evitare dubbi e perplessità nella pubblica opinione, che ritengo nella loro legittimità possano essere ritenuti condivisibili o meno, ma in ogni caso da rispettare.

Iscriviti alle
newsletter