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Da dove partire quando si parla di sostenibilità nel settore oleario

È un concetto difficile da introdurre e da sviluppare, indipendentemente dal settore o dalla realtà aziendale che decide di intraprendere questo percorso. Servono conoscenze specifiche e una visione rivolta alle nuove generazioni: cosa possiamo lasciare un domani a chi abiterà questo pianeta? Anna Cane, presidente del Gruppo olio d’oliva di Assitol, e Paolo Mariani, presidente del Fooi, hanno contestualizzato il tema all’interno del comparto olivicolo, analizzando la situazione attuale e i futuri possibili scenari

Chiara Di Modugno

Da dove partire quando si parla di sostenibilità nel settore oleario

Ambientale, sociale, economica. “Sostenibilità” è un termine ampio, affrontato da qualsiasi settore commerciale, ma spesso il suo significato non trova una reale applicazione: non basta parlarne e agire sporadicamente in questa ottica. Servono piani strutturati e pensati in modo che sia percepito come un beneficio per tutti gli attori coinvolti, direttamente o indirettamente, in un processo produttivo. All’undicesima edizione di Olio Officina Festival Anna Cane, presidente del Gruppo olio d’oliva di Assitol, e Paolo Mariani, presidente del Fooi, hanno dialogato attorno a questo importante tema, affrontando i tanti aspetti che lo legano al settore oleario.

Parlare di sostenibilità non è facile. «È un tema estremamente ampio – afferma Anna Cane – abusato, ma è un qualcosa che non possiamo dimenticare, anche in un momento geopolitico così difficile come quello attuale. Tutto ciò che noi facciamo guardando alla sostenibilità, un domani, ci tornerà indietro».

Acquisire questa consapevolezza significa scegliere di agire in un determinato modo, un modo che comprenda il futuro nelle proprie decisioni.

La presidente del Gruppo olio d’oliva prosegue soffermandosi proprio sul concetto di responsabilità, infatti «sostenibilità è innanzitutto responsabilità. Sono fermamente convinta che sostenibilità sia sinonimo di etica, dovere verso le nuove generazioni, e quindi tutte le attività che portano a rendere concreto il discorso della sostenibilità devono essere pensate, progettate ed effettuate più per un aspetto etico, volto alla cultura, rispetto a uno prettamente economico. Con ciò non voglio dire che l’aspetto economico deve essere trascurato perché gli attori della filiera devono essere giustamente remunerati per poter sopravvivere, altrimenti sono non si è sostenibili a prescindere. Ma io credo che la bellezza della sostenibilità stia proprio in questo, nel capire come i nostri interventi con un approccio in questa ottica diano senso al nostro esistere. Forse sto dicendo delle banalità – prosegue Anna Cane – ma da parte mia hanno molto rispetto, perché a volte sono le cose più semplici, più basiche che richiedono quell’attenzione particolare. Spesso passiamo sopra a dei concetti importanti con troppa faciloneria; quindi, anche il discorso della sostenibilità non deve essere un qualcosa che va di moda in questo momento, ma è un tema estremamente importante, faticoso. Se non si riesce a creare coscienza, consapevolezza nel cambiamento, si incontreranno sempre delle resistenze e non c’è soldo che paga, io sono convinta di questo: che non è con il denaro che fai cambiare modo di pensare alle persone».

Paolo Mariani, presidente della Filiera olivicolo olearia italiana, Fooi, conviene che il termine sostenibilità sia estremamente inflazionato, in quanto ci si riferisce a questo in quasi ogni argomento trattato.

«La bellezza della filiera olivicola – afferma Mariani – la si ritrova, soprattutto, quando si sta bene con il proprio ambiente, non è solo il valore economico che vi è dietro. Qual è il vero valore di un prodotto che serve alla nostra salute ma serve anche a star bene con noi stessi? Il panorama italiano, il settore olivicolo, l’olivicoltura dalla Liguria fino alla Sicilia. Ma anche quando andiamo negli agriturismi e ci sentiamo bene con il contesto, è quello il valore effettivo. Quello che dobbiamo trasmettere in una parte della sostenibilità, che è quella economica, ma c’è anche quella etica, quella sociale. Quanto vale tutto questo? – prosegue il presidente del Fooi – Dobbiamo essere capaci di trasmettere il sentimento. Dobbiamo trasmettere il senso della filiera giusta, della corretta remunerazione, e sappiamo bene, purtroppo, che equiparare il giusto valore in tutti i settori è veramente difficile. La filiera, poi, è molto frastagliata, e portare avanti discorsi di insieme con questi numeri non risulta facile: sono appena quattro anni che riusciamo ad aggregare e fare discorsi che comprendano l’intera filiera. Come Fooi, è un anno che stiamo cercando di portare il comparto delle olive da tavola nei nostri interventi, ed è giusto che cambi la percezione di questo prodotto, da sempre considerato a livello locale e mai come elemento globale, a differenza dell’olio».

In merito a questo ultimo concetto, Anna Cane fa un’importante osservazione in merito alla conoscenza dei prodotti, in quanto «se si conosce poco l’olio e la qualità di questo, perché considerato solo un condimento al quale non viene data la giusta importanza, credo che per quanto concerne le olive da tavola la conoscenza sia ancora meno. E questo accade nonostante le olive si mangino e non siano un prodotto che si aggiunge in preparazione o per terminare il piatto».

Tornando al tema portante dell’intervento, Mariani riconosce il discorso economico che, inevitabilmente, un imprenditore è portato a fare: quanto mi costa agire secondo criteri sostenibili e quanto posso ricavarci da questi? Anna Cane sostiene che «per molti olivicoltori la sostenibilità è un modo per vedere valorizzato il loro lavoro, perché attendono sempre una remunerazione maggiore per quello che fanno. Siccome loro sono, secondo alcuni punti di vista, i custodi della terra, se chiediamo loro uno sforzo per trattarla in “maniera più gentile” è chiaro che questo approccio diverso di lavorare va in qualche modo ripagato. Non si tratta solo dell’aspetto economico, ci sono tante altre situazioni, ma non dobbiamo neanche essere cinici: dobbiamo riconoscere che questo lato occupa una grande importanza».

«In Italia abbiamo una olografia molto difficile per l’olivicoltura – prosegue il presidente del Fooi – dove le aree interne e marginali rappresentano dei limiti importanti. Quindi dobbiamo agire anche a livello legislativo, così come a livello politico, e decidere che cosa si intende per bellezza, quanto vale, quanto ci costa. Se si ragiona in un’ottica economica conviene fermarsi, perché dalla Liguria alla puglia è impossibile fare olivicoltura in termini economici date le diverse aree molto difficili da coltivare, prendendo anche in considerazione l’aspetto remunerativo. Quanto vale il termine “bellezza” all’interno della vita? Si tratta di un bene immateriale, ma come viene aiutato? Attraverso politiche quali la Pac? La trasformazione dell’olivicoltura in Italia – continua Mariani – La trasformazione dell’olivicoltura in Italia non è stata dovuta a mentalità delle persone o delle categorie. La trasformazione dell’olivicoltura è stata fatta dopo il 1956, per effetto della gelata. Tante cultivar tradizionali non ci sono più, ma grazie ai vivai di Pistoia, che ci hanno fornito la cultivar Leccino a duplice attitudine, c’è stato modo di ripartire. Questa varietà è stata accettata solo per via di quanto lasciato dalla gelata, non per merito di una capacità nostra, professionale, di decidere qual era la migliore cultivar e il miglior modo di produzione. Ci serve l’evento eccezionale per agire diversamente, come la Xylella in Puglia. Quando manca una programmazione vera, una volontà politica di migliorare le cose, una visione imprenditoriale che porta a determinati ragionamenti, ci troviamo in queste condizioni».

«Un cambiamento importante – sostiene Anna Cane – lo possono apportare i giovani. La rivoluzione in agricoltura può avvenire per mano loro, perché le nuove generazioni che sono in questo mondo oggi, ci sono per volontà, solo la minoranza è presente in questo settore per portare avanti la tradizione di famiglia. Solo così possiamo sperare davvero nella creatività e nell’innovazione».

Si può ragionare anche in un’ottica di cooperazione. «Negli anni Settanta siamo partiti proprio con questa – afferma Mariani – seppur nel Centro-Sud non abbia funzionato. Oggi, però, ci sono altre forme, come le filiere, i contratti di rete e le organizzazioni di prodotto, dove si lavora per creare un obiettivo comune».

«Ci sono anche le politiche dell’Unione europea, volte a creare accordi tra i vari soggetti dell’intera filiera, dove ognuno lavora all’interno della propria realtà ma guardando a uno scopo capace di andare oltre le differenze e la competitività».

«Negli ultimi anni, le organizzazioni hanno lavorato molto – conclude Paolo Mariani – e si sta assistendo a un inizio di aggregazione. Se ad oggi il problema della mosca olearia fosse stato lasciato al solo produttore, non si sarebbe giunti a determinate soluzioni, dove il lavoro è stato possibile grazie all’introduzione di agronomici e tecnici che hanno studiato da vicino il problema. Serve che la filiera sia unita, e occorre che si affronti il discorso sostenibilità in modo tale che si comprenda cosa questo comporti e di come sia possibile attuarlo».

 

In apertura, foto di Olio Officina©

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