Ci sono momenti nella vita in cui prendi delle vere e proprie sbandate e, per un po’ di tempo, ti trovi in uno stato di catarsi: inconsapevolmente consapevole della direzione che stai prendendo. È come se tutto si muovesse intorno a te e tu avessi la sensazione di rimanere fermo; in realtà, però, stai procedendo per inerzia.

Questa è la sensazione che ho provato negli ultimi quattro anni, da quando ho scoperto cosa siano davvero il dolore e la sofferenza per la perdita di un familiare: una persona che, fino a quel momento, ritenevi invincibile e immortale e che, un attimo dopo, non c’è più. E non riesci a spiegarti come il “non essere” sia possibile, se fino a poco prima era lì con te, a respirare la stessa aria.

Ebbene sì, sono già passati quattro anni da quando ho usato Word per scrivere le mie riflessioni e non articoli scientifici o relazioni lavorative; quattro anni da quando i miei più grandi maestri di vita, la mia nonnina e il professor Massimo Cocchi, sono venuti a mancare. Quattro anni in cui il moto sinusoidale della vita ha attraversato profondi minimi (delusioni amorose, perdite, crolli degli ideali) e grandi massimi, fatti di sforzi ripagati, nuove esperienze e nuove amicizie.

A questo punto potrebbe sorgere spontanea una domanda: cosa è successo da spingermi, dopo quattro anni, a scrivere di nuovo? Cosa è accaduto di così importante?

Ricordo, con dolce nostalgia, che Massimo mi diceva sempre di scrivere quando qualcosa o qualcuno mi regalava un’emozione, bella o brutta che fosse. E dunque sì: l’emozione che oggi mi porta a scrivere è la nostalgia (a saudade, dato il mio periodo portoghese) di un tempo in cui avevo lo spazio per dedicarmi a me stessa, anche solo per riflettere.

Un tempo veramente libero, senza la dinamicità frenetica che accompagna le nostre giornate (come mi ricorda spesso Enza, la mia coinquilina), senza progetti pesanti e interminabili liste di obiettivi che ti sovrastano, senza l’ansia da prestazione continua, che nasce in parte da noi stessi e in parte da una società che ci bombarda di stimoli fino a esaurire ogni energia.

Insomma, la nostalgia di quel periodo in cui la testa frullava di idee per inseguire i propri ideali.

Un po’ come il ragionier Belluca de Il treno ha fischiato di Luigi Pirandello, anche la mia mente, dopo quattro anni di inerzia, ha deciso di accorgersi che i treni fischiano ancora. E si è risvegliata con una domanda: ad oggi, contano di più le idee o gli ideali?

Se questo fosse un paper, questa sarebbe la research question principale.

L’obiettivo è, innanzitutto, comprendere la differenza tra i due concetti e poi inserirla nel contesto attuale.

“Idea” è una parola bellissima, di origine greca, che rimanda all’essenza dell’essere umano: il pensiero. “Ideale”, invece, pur derivando da “idea”, non riguarda tanto l’atto del pensare quanto un modello perfetto: una guida, una luce lungo il cammino, un lanternone della “lanterninosofia”.

Dal punto di vista filosofico, Platone definiva le Idee come realtà perfette e immutabili, appartenenti a una dimensione astratta: il “mondo delle idee”. Tutto ciò che percepiamo non è altro che una copia imperfetta di queste forme perfette. Per Kant, invece, le idee sono concetti che vanno oltre l’esperienza: non dimostrabili empiricamente, ma fondamentali per orientare il pensiero. Come scrive nella Critica della ragion pura: “I pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche.” Hegel, infine, si discosta da questa visione e propone un approccio più dinamico: le idee si sviluppano attraverso la dialettica (tesi, antitesi, sintesi), diventando processo e realtà.

Da Platone a Hegel, il filo conduttore resta lo stesso: le idee appartengono alla sfera intellettiva. Possiamo avere idee per progetti, relazioni, cambiamenti ma, finché restano nella nostra mente, rimangono tali: idee, appunto, e non fatti.

Accanto alle idee ci sono gli ideali: valori, linee guida, standard morali e intellettivi che orientano l’agire umano. In Kant si ritrovano nell’imperativo categorico; in Hegel, invece, prendono forma concreta nelle istituzioni e nella società. Gli ideali sono i valori in cui crediamo: famiglia, amicizia, rispetto, amore, senso del dovere. Alla base di tutti questi ci sono i rapporti umani.

È proprio attraverso di essi che i valori diventano reali, si concretizzano, si “dimostrano”.

Ed è qui che nasce la mia riflessione.

Oggi, a mio modestissimo parere, viviamo in un momento storico in cui gli ideali, intesi come valori, sono stati stravolti, quasi annientati, forse più radicalmente del “Dio è morto” di Friedrich Nietzsche.

Questo è il risultato di un cambiamento nei rapporti umani: della loro banalizzazione, della normalizzazione di dinamiche vuote.

Ci si ritrova a vivere sempre più spesso frequentazioni e conoscenze instabili, scambiate per amicizie ma che hanno la stessa durata di un turno al McDrive: nate per riempire vuoti e finite per diventare semplici “riserve” da usare quando serve compagnia, per paura di restare soli (o, peggio, di sembrare soli). Ci si ritrova sempre più spesso in condizioni in cui si preferisce il vuoto all’autenticità, l’incompatibilità al coraggio di essere.

Già, be always yourself era il motto che avevo identificato come mio, come ideale di vita. Adesso non ne sono più convinta. Mi limito a sostare, nell’attesa che l’essere prenda il posto dell’apparire.

E poi ci sono gli amori: spesso superficiali, instabili, quasi consumistici, “ridicoli”, come direbbe Milan Kundera. Perché fermarsi, costruire, scegliere, quando si può continuare a “consumare” esperienze senza mai impegnarsi davvero? Ed è così che anche l’ideale di amore viene sostituito dall’idea: un’idea che spesso è quella condivisa, quella che ti fa accettare dal gruppo, dalla maggioranza, e che spesso coincide con l’idea della bellezza estetica… e lì ci si ferma, perché vedere oltre, ormai, è raro.

Tra amori e amicizie, gli ideali sembrano dissolversi.

Forse, però, gli ideali non sono spariti: siamo noi che abbiamo smesso di reggerli.

E io, sempre più spesso, faccio fatica a riconoscere quei rapporti umani attraverso cui gli ideali dovrebbero vivere; mi cruccio, mi arrabbio, mi interrogo sul perché e, alla fine, mi accontento della veridicità dell’esistenza delle illusioni, piuttosto che della verità, consapevole di vivere in una società fatta di tante idee e zero ideali, in cui prevale lo spirito di adattamento passivo piuttosto che la capacità di vivere appieno.

In apertura, Sestri Levante, Baia del Silenzio. Foto di Olio Officina