Corrado Barberis mi ha onorato della sua amicizia fin dai primi anni Ottanta del secolo scorso, quando assunsi ruoli di direzione nazionale della Confcoltivatori (oggi Cia). L’Insor aveva pubblicato nel 1979 una ricerca molto documentata dal titolo La riforma fondiaria: trent’anni dopo. Era, in sostanza, un bilancio dei risultati di quell’intervento statale teso a rimuovere gli ostacoli di tipo monopolistico che impedivano la diffusione della proprietà coltivatrice. L’iniziativa di redistribuzione non voleva instaurare un’economia protetta o un regime assistenziale. Ma era volto a suscitare, con un più fervido mercato fondiario – languente nelle zone latifondistiche – la libertà economica.  Così avevano concepito la riforma Manlio Rossi-Doria, Giuseppe Medici e Luigi Einaudi. E Barberis aveva provato la validità di quella concezione liberaldemocratica.

Infatti, una volta conclusa la fase degli espropri e delle assegnazioni, il processo formativo delle nuove imprese coltivatrici aveva continuato a manifestarsi più intenso proprio nei comprensori dove le leggi del 1950 avevano più profondamente inciso, creando modelli di azienda familiare prima sconosciuti o inconsueti. E, più lentamente, quel processo si era espanso, quasi per emulazione, anche in altre aree.

Un bilancio, dunque, con molte luci e poche ombre. Che poneva interrogativi seri alla sinistra: come mai, nonostante avesse guidato epiche lotte di braccianti e contadini senza terra per liquidare il latifondo e costruire un’agricoltura moderna, essa aveva votato contro le leggi che recepivano quella rivendicazione? I comunisti e i socialisti non avrebbero fatto meglio ad approvarle?

Domande a cui noi della Confcoltivatori cercammo di rispondere. Il presidente Giuseppe Avolio aprì un dibattito su riviste specializzate, come “La Questione Agraria”, diretta da Guido Fabiani. E organizzammo un ciclo di convegni sulla riforma agraria per riconoscere il suo sostanziale successo: liberando nuove forze produttive, essa aveva favorito la trasformazione dell’Italia da paese con un’economia prevalentemente agricola e un settore primario arretrato a paese con un’economia prevalentemente industriale, collocato tra i paesi più avanzati nel mondo, e un’agricoltura tra le più evolute d’Europa. Giudicammo, dunque, incomprensibile il voto contrario della sinistra ad una riforma che aveva reso possibile il “miracolo economico”.

Barberis seguiva con attenzione le nostre iniziative ed era incuriosito dallo spirito autocritico con cui guardavamo alla nostra storia. Come Medici e Rossi-Doria o, ancora, per ricordare giornalisti insigni, Giovanni Martirano e Antonio Saltini, anche il decano della sociologia rurale in Italia era interessato a comprendere i risultati concreti della nostra adesione all’idea di dare centralità all’impresa, come condizione per lo sviluppo dell’agricoltura, e al settore primario, come volano del progresso del paese. Intervenne, infatti, al nostro convegno sul tema “Per un migliore governo delle risorse agricole, ambientali e territoriali”, che si svolse a Spoleto il 19 e 20 dicembre 1985, per spronarci a non dimenticare le “risorse umane” e, in particolare, “gli agricoltori a tempo parziale”, che costituivano un fattore di mobilità capace di rendere dinamica l’agricoltura.

Anche sul tema della qualità, intenso fu lo scambio culturale con Barberis. Egli aveva intravisto per primo il passaggio epocale da una ruralità di miseria a una ruralità di benessere e da una concezione del cibo come mezzo di sostentamento a un’idea del mangiare come fonte di divertimento. In una pubblicazione del 1976 (Insor, L’avvenire delle campagne europee, Angeli), il sociologo aveva scritto: “Se la concorrenza non è più stabilita con altri prodotti alimentari meno cari ma con fonti diverse di piacere, i prezzi delle derrate non pongono più un problema. I tartufi valgono ben un teatro e una bistecca chianina vale una serata danzante. […] Che senso ha far pagare allo stesso prezzo il chilo di filetto affastellato da una fabbrica di carne intensiva o lentamente tessuto, erba dopo erba, da un libero animale sul pascolo alpino?”

Da quello studio pioneristico era poi partito un filone di ricerche promosse dall’Insor e finanziate dal ministero dell’Agricoltura sul rapporto tra gastronomia e società. Il 25 settembre 1982 si svolse a Cremona il convegno “I prodotti tipici della Lombardia” che vide la partecipazione dei vertici delle organizzazioni professionali agricole. Avolio volle in quell’occasione manifestare il pieno accordo con l’impostazione data da Barberis all’iniziativa, secondo la quale “la difesa dei prodotti tipici” non riguardasse solo i produttori, ma “coinvolgesse la cultura italiana, l’intera nazione”. E anticipò nel suo intervento quella che, da allora in poi, sarebbe diventata la strategia della Confcoltivatori: “migliorare la qualità e diversificare le produzioni come condizione per rendere più competitiva l’agricoltura italiana”.

Tali convergenze produssero in poco tempo risultati politici di non poco conto. Nel 1986 il ministero dell’Agricoltura recepì, tra i presupposti del nuovo “Piano agricolo nazionale”, la teoria di una bipolarizzazione del consumo “attorno ai due aspetti: cibo-nutrizione e cibo-soddisfazione”.

In preparazione del VII congresso mondiale di Sociologia rurale, l’Insor organizzò a Bologna, nei giorni 19 e 20 dicembre 1987, il convegno “Gastronomia e società” a cui parteciparono operatori sociali e studiosi. E successivamente, pubblicò l’Atlante dei prodotti tipici italiani, frutto di un censimento meticoloso di formaggi, salumi, conserve e pane.

Con Barberis continuammo a frequentarci con sempre maggiore assiduità nei decenni successivi. Ricordo con emozione gli incontri, a cui volle partecipare, sull’agricoltura sociale. Era fortemente incuriosito da tali esperienze. Ma, nello stesso tempo, sembrava volesse sottrarsi dall’indagare il fenomeno. E, infatti, l’Insor non se n’è mai occupato. Tuttavia, una volta, in una conversazione, spiegò il motivo di tale ritrosia: non era disattenzione o sottovalutazione la sua; la perplessità nasceva dalla preoccupazione di non offrire all’opinione pubblica una visione pietistica, oleografica e paternalistica dell’agricoltura. Compresi col tempo quella preziosa lezione di Barberis: se l’agricoltura sociale viene strumentalizzata nella comunicazione solo per magnificare le virtù del settore primario rischia di apparire un fenomeno da baraccone, mentre è tutta l’agricoltura che deve tendere a farsi per così dire sociale allo scopo di rigenerare la sua funzione originaria.

Quando Barberis si stava avviando verso i 90 anni, in un articolo scrissi che “in tutte le pubblicazioni di Slow Food non sono mai citate le ricerche dell’Insor”. Quasi che quella organizzazione non avesse accumulato debiti verso l’antesignano della diversità alimentare. Ricordo che Corrado mi telefonò per ringraziarmi. Ma io colsi l’occasione per rinnovargli i sensi della nostra gratitudine per la sua preziosissima opera. E quella fu l’ultima volta che ci sentimmo.

 In apertura, fotografua di Olio Officina