Sì, lo so, l’esibizione muscolare fa sempre un certo effetto, è vero. Diventa perfino suggestiva in alcuni casi, seppure il rischio di sprofondare nel patetico resti elevato, ma conta la piazza piena – c’è soddisfazione. Tuttavia, occorre ammetterlo, radunare tanta gente non è facile: è un’arte straordinaria, perché richiede un gran numero di energie e una organizzazione capillare, ma anche investimenti, perché non basta il passaparola. Ci vuole soprattutto talento, non ci si può improvvisare. Io non ho nemmeno un briciolo di quel talento, e nemmeno in realtà aspiro ad averlo. Preferisco un pubblico che porti avanti progetti, idee, che costruisca qualcosa. Sono contrario alle discese in piazza, alle proteste, agli schiamazzi – anche quando la realtà è tragica, vedo sempre un’altra via percorribile.

A Bari, nella giornata di protesta del 12 ottobre, io non c’ero. Non ci sarei mai andato, non amo le adunate.  Non potendo raccontare tutte le emozioni che hanno provato i presenti, ho ricevuto in compenso una serie di comunicati stampa. La notizia avrà forse suscitato scalpore, no saprei, so per certo che le foto, e alcuni spezzoni di video apparsi sui social e rilanciati prontamente da diversi media, dimostrano come l’atto di scendere in piazza a protestare in qualche modo ripaghi gli animi, rassicurandoli, perché già solo la presenza produce sempre un certo effetto catartico.

Non mi ha sorpreso chi sul palco snocciolava il conteggio delle tonnellate d’olio importante dai vari Paesi produttori. Sembrava si recitasse un rosario laico e liberatorio, un mantra scaccia crisi. Osannare a ogni pie’ sospinto chi dal palco annunciava un roboante “Uè! Ma qui stiamo a scherzare? Basta, basta, basta”, è stato un atto di teatro fantastico. Il momento più bello e radioso è stato quando nell’elencare le quantità d’olio importati dai vari Paesi si è citato perfino il Perù: “Duemila tonnellate di olio!” – e tutti stupefatti a dire: “no, anche il Perù”. Ci si accorge insomma che ovunque, e non solo nei Paesi del Mediterraneo, si piantano olivi. Ci si accorge pure che gli olivi, quando si coltivano, producono olive; e che dalle olive, una volta condotte in frantoio, si estrae l’olio; e che l’olio, una volta prodotto, è destinato a trovare sbocchi sul mercato. Succede così, accade con tutti gli alimenti e le merci anche non alimentari. Esiste il mercato, che offre occasioni ma genera anche complessità. E ci sono le strategie commerciali, alcune che funzionano, perché studiate nel dettaglio, altre che funzionano meno o non funzionano affatto.

Nell’universo mondo l’olio ricavato dalle olive supera di poco il 2 per cento dei consumi di grassi alimentari. È un prodotto, quello che rientra nella categoria degli oli da olive, che rappresenta una quota marginale e proprio per questo si aprono grandi potenzialità e in tanti piantano olivi su olivi, mentre l’Italia conosce il fenomeno dell’abbandono e marginalità basse, scarse remunerazioni che si traducono in crisi di mercato. Succede anche questo, però non succede a tutti.

Lamentarsi, protestare, arrabbiarsi, è la cosa più semplice e immediata che si possa fare. Lo stesso vale per chi lancia anatemi, ma sia il lamentarsi, sia l’inveire contro qualcuno o semplicemente il maledire la realtà, ritenendola ingiusta, è un atteggiamento inutile, non risolve nulla, anche perché non porta da nessuna parte: è un alzare la voce, un riempire le piazze – ma per cosa? Non si creano soluzioni con le proteste, la realtà non cambia di una virgola. Eppure, il comparto oleario cede costantemente, puntualmente, assiduamente al lamento. Proprio per questo le problematiche che affliggono il settore si trascinano da decenni diventando di anno in anno un serio e drammatico problema strutturale.

Io resto ottimista, anche se la realtà è quella che tutti conosciamo.

In giro ci sono Paesi che hanno fiducia, con economie che crescono, commerci che galoppano, un ottimismo che genera voglia di fare e gratifica con ricchezza, e benessere. Tanti Paesi investono ormai in olivicoltura, piantando milioni e milioni di piante, tant’è che i vivai faticano a star dietro alle richieste. Sono Paesi che pianificano, studiano strategie, investono in ricerca e prefigurano una olivicoltura moderna, più razionale, riducendo i costi senza rinunciare alla qualità, organizzando e strutturando una filiera coesa, rendendola armonica, funzionale, come un corpo.

Chiediamoci il perché altri Paesi investano e noi invece ci lamentiamo dei flussi d’olio provenienti dall’estero. Chiediamoci anche il perché calino i consumi interni, nonostante una qualità degli oli decisamente migliore rispetto al passato. Un po’ di autocritica farebbe bene.

Celebriamo l’ottimismo, anziché rifugiarci nel lamento. Il mercato ha grandi potenzialità, ma finché si assiste alla solita nenia e non si hanno idee, non si hanno risposte agli irrisolti problemi, state pur certi che chiedere misure restrittive, maggiori controlli, e perfino uno stato di polizia, non giova a nessuno, anzi peggiora la percezione e la reputazione di prodotto e comparto.

Il futuro si costruisce con le idee e le azioni, non con gli slogan o con la cultura della lagna o del capro espiatorio cui addossare le colpe della propria incapacità nel gestire un’economia che dovrebbe invece generare ricchezza.

Finire con lo scendere in piazza e piatire, come ormai avviene da decenni, invocando danaro pubblico allo Stato, non è la soluzione del problema, ma la creazione di nuovi e ulteriori problemi per le generazioni a venire.

In apertura, "Orgoglio Olivicolo", foto della manifestazione davanti alla Prefettura di Bari di lunedì 12 ottobre. Si ringrazia per la foto Francesco Quitadamo