“La povertà della vita senza sogni è il peggior tipo di pazzia.”
Sylvia Plath
Limite
Saranno le voci di Anne Sexton e Sylvia Plath a inaugurare la rassegna teatrale L’assoluto e il niente 1, composta da cinque spettacoli seguiti da un dibattito che intreccia filosofia, letteratura, psicologia.
Nel primo spettacolo, intitolato La parola come ancora di salvezza: Anne Sexton e Sylvia Plath, si affrontano temi delicati come la patologia psichiatrica e il suicidio.
Non è possibile dire qualcosa di universalmente vero su questi temi – dei quali tuttavia è sempre necessario parlare – perché ogni vicenda è un universo a sé, un ignoto a cui guardare con occhi vuoti. Gli occhi del nudo accogliere.
Quando si parla di suicidio spesso si cita l’inizio de Il mito di Sisifo di Albert Camus: «Vi è solamente un problema filosofico serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta è rispondere al quesito fondamentale della filosofia.» 2
Giacomo Leopardi (protagonista, insieme a Cesare Pavese, del quarto incontro della rassegna) risponde così, un secolo prima: «è matematicamente vero e certo che l’assoluto non essere giova e conviene all’uomo più dell’essere»; e in un frammento antecedente sostiene che: «tolti i sentimenti religiosi» il seguitare a vivere «è contrarissimo alla ragione» 3.
Santa Teresa di Lisieux si dice sorpresa che non sia maggiore il numero degli atei che si suicidano4. In effetti, dove la realtà è solo ciò che è (o appare), priva di soffio numinoso e quindi, a guardar bene, impasto di cenere e niente, il suicidio è un atto perfettamente logico. Sempre che non causi del male ad altri, ovvero se non si hanno legami troppo stretti: anche dove tutto è niente, il dolore dell’altro è reale, anzi, il dolore dell’altro e i suoi sogni sono l’unica realtà.
In ogni caso, noi animali umani siamo composti di logica e ragione per una percentuale molto bassa. Negli individui considerati sani, la nitida coscienza dell’assurdo è soggetta a meccanismi di rimozione affabulatoria – la natura come coazione a durare e riprodursi è più forte del pensiero che facilmente si addormenta nelle formule orecchiabili gettate sul niente. Ma più prepotente dell’istinto di sopravvivenza (in diversi animali non solo umani) è, credo, la componente affettiva; sono amore, memoria “del cuore”, nostalgia a radicarci alle cose di questa terra. Si vive per un odore – filo di ricordi introvabili –, per un ciondolo di latta che scotta della presenza di chi manca, per una collana di attimi beati che il tempo ha nascosto nel corpo di una quercia. Giungere alla conclusione razionale che la vita è solo un’inutile farsa che produce inutile sofferenza non può bastare a voler “uscire dal gioco”. Occorre una sconfinata disperazione.5
La realtà si mostra dunque priva di senso non quando la pensiamo tale ma quando non siamo posseduti da gioia, fervore, amore, rabbia, dolore quasi sempre avvinghiato alla speranza. Chiamiamo senso la piena emotiva e immaginativa che colora e anima lo scenario frammentato e sconclusionato del vivere. «Quel che mi spaventa di più è la morte dell’immaginazione. Quando il cielo là fuori èsemplicemente rosa e i tetti semplicemente neri» scrive Sylvia Plath nei diari6.
Ma chiamiamo senso anche un indecifrabile e pulsante dettato interiore – una via solo nostra che ci sembra di dover a tutti i costi percorrere.
Ogni attimo traboccava di senso per Vincent Van Gogh (compagno di Simone Weil nel terzo spettacolo) quando dipingeva per dodici ore di fila, qualche volta dimenticandosi di mangiare.7
Sentiamo che ha senso vivere quando il lavoro è passione, naturale obbedienza a un dovere decretato da un cuore ancestrale dell’essere – di qualunque genere esso sia, dalla cura domestica e parentale all’esplorazione del cosmo. «Per me lavorare è una necessità assoluta […] non mi fa piacere nient’altro che il lavoro» scrive Van Gogh, e in un’altra lettera: «[…] ecco perché chiedo perentoriamente tela e colori. Solo così sento la vita, quando riesco a spingere a fondo il lavoro»8.
«Vivo per il mio lavoro, senza il quale non sono niente» afferma Plath riferendosi alla scrittura.
Credo che l’essere umano a cui è impedito svolgere il lavoro verso il quale lo spinge una “necessità assoluta” e che non riesca a piegarsi alla rinuncia (al tradimento di una “chiamata”?) possa essere considerato, come dice Artaud, un “suicidato della società”. Non penso però sia questo il caso di Vincent che grazie all’amorosa generosità del fratello ebbe la possibilità di gettarsi nella pittura anima e corpo (consumandosi in essa, poiché per comprare i colori risparmiava sul cibo).
«Il suicidio, dopotutto, è il contrario della poesia»9 scrive Anne Sexton. Come un prodigioso e lieve delirare la poesia è narratrice di senso, cuce insieme pezzi di sangue disseccato, girasoli morti, scaglie di cenere indurita, spine di urla infilzate nella carne, scampoli di muscoli celesti; buca il silenzio dell’universo con la memoria viva del mistero. Sorta di governato delirio, la poesia è un cavallo pieno di lacrime cosmiche che ci porta via dalla frana correndo verso l’irraggiungibile – pianissimo, in volo o con lo slancio immobile degli alberi. È il movimento della vita – della natura creatrice – dentro e al di là di sé stessa. La poesia cura, solleva, stringe i passi a una corda tesa in verticale tra l’occhio di piombo che scava in profondità di fango e l’oceanica brama di mangiare le stelle.
Bisogna aggiungere che creare (ma anche leggere specchiandosi equivale a creare) e accorgersi di aver generato qualcosa di bello (o di averlo riconosciuto ed essersene nutriti) stimola, tra gli altri, i neurotrasmettitori della dopamina, indispensabile tessitrice di piacere, gratificazione, motivazione; mette in moto tutta una serie di reazioni fisiche il cui effetto terapeutico collabora con i benefici psicologici che derivano dall’esercizio simultaneo di emozione, pensiero, intuizione, percezione.
(La scienza non fa che infittire l’intricata meraviglia in cui la poesia fa veleggiare il suo sguardo di velocissima pioniera. Mi auguro che procedano tenendosi per mano.)
«Quando scrivo poesie piango per essere salvata» recita un verso di Anne Sexton.
Ma dove il martirio è estremo anche la poesia è impotente. Ci sono condizioni di logoramento dell’energia mentale o di agitazione scardinante in cui la bellezza smette di esistere e le parole diventano sgorbi neri privi di significato.
È qui, forse, che si ha la più probabilità più alta di arrivare a compiere «l’atto terribile» di uccidere sé stessi.
“Terribile” non è un giudizio morale, è l’aggettivo viscerale usato da chi si è trovato di fronte al suicidio come unica via, come liberazione da uno stato di sofferenza insostenibile, come ultima speranza di salvare quel che resta di sé.
È spaventoso pensare di far finire il mondo (ogni morte è apocalisse, fine di un mondo senza uguali), di sopprimere l’immenso che si ha nel cuore.
«Nessuno si è mai tolto la vita volontariamente,» annota nei diari Guido Morselli «il suicidio è una condanna a morte della cui esecuzione il giudice incarica il condannato.»
Condannata a essere giudice ed esecutrice della propria morte si sente la persona a lungo o ripetutamente torturata da un rallentamento psicomotorio che fa di ogni minimo gesto e attività cognitiva una montagna da scalare con gambe e braccia amputate, o da allucinazioni e deliri che trasformano il mondo in una galleria degli orrori – per fare solo due esempi tra i tanti possibili.
Posto che ciascuno ha il diritto di fare del proprio corpo e della propria vita ciò che vuole (e non rispettare questo diritto è violenza), non credo possa considerarsi libera scelta un suicidio compiuto durante una depressione clinica, una tempesta emotiva “borderline”, o uno “stato misto” che unisce furente vitalità e acutissima disperazione – anche qui, solo alcuni esempi. Rientrano nella percepita condanna, credo, anche addii lenti e silenziosi, misurati passi di chi non vuol far rumore, come certe anoressie (il secondo spettacolo della rassegna affronta il complesso tema dei disturbi alimentari).
La sofferenza causata da una patologia psichiatrica può essere insostenibile, oltre che incomunicabile (nemmeno le parole più attente scrutatrici dei fondali sono sufficienti). Non si vuole uscire dalla vita, si è come un animale artigliato a cui resta un ultimo tentativo per sottrarsi ai denti del predatore. Descrivono perfettamente questa condizione David Foster Wallace e Jean Améry con le metafore del palazzo in fiamme da cui ci si getta per salvarsi e della cella dalle pareti che si stringono fino a che non è più possibile respirare – si cerca allora disperatamente aria.
Qualcuno arriva sull’ultimo gradino prima del salto ma resta fermo. Sul quel limite può succedere che ci si rivolga a Dio anche se si è atei – e, oso ipotizzare, si è forse vicini a Dio come non lo è un credente che non abbia mai sfiorato quel limite.
«Perché mi hai abbandonato?» Ogni creatura lacerata dal patire è Cristo in croce.
Ci sono casi in cui, in questa prossimità così carnale, violenta e radicale con l’assoluto, se si riesce a sostare, attendere, pregare senza volontà, senza lingua né memoria di parole, senza ginocchia né braccia né cielo, si viene trapassati dalla luce come da una lama (luce soprannaturale, direbbe Simone Weil), ma altri in cui il miracolo (cortocircuito sinaptico o dono d’altrove non fa differenza dove tutto è materia e mistero della materia) non accade.
Il suicida implora aiuto all’universo, implora vita, implora senso, implora che qualcuno ci sia («Dio non può non esserci» è l’infiammato anelito di Sylvia Plath nei diari) e il silenzio che segue la sua supplica muta scava nello spazio cadaverico la fossa abissale della più atroce solitudine.
C’è chi non viene salvato. Resta allora pensare che «ogni morte è destino», come scrive Pavese nei Dialoghi con Leucò.
«Siamo arrivati fin qui, è finita. […] La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso, / non ha motivo di essere triste // È abituata a queste cose»10.
Ma ci sono morti che potrebbero venire evitate11 – dove la solitudine del singolo si attenua nell’incontro delle solitudini in una reciproca attenzione non giudicante – se non fosse così difficile condividere e spiegare uno stato che non fa parte delle esperienze considerate “normali” o comuni. Non solo ci si vergogna di confidare a qualcuno di voler finire, ma si è così vulnerabili che qualunque parola disattenta può ferire in modo spropositato. Inoltre, si teme di affliggere gli indispensabili amici con un peso troppo grande (in verità non è così, perché noi, al loro posto, quel peso lo vorremmo, lo accoglieremmo come un dono.)
Anche per questo credo sia importante parlarne attraverso il teatro, luogo di massima apertura in cui l’incomunicabile trova voce e il pensiero si fa carne – ostia e sangue di condivisione.
Malattia e stigma
Preferisco “malattia”, “patologia” o “sindrome” a “disturbo”. Il termine “disturbo”, nella percezione linguistica comune, è troppo vicino a essere sinonimo di fastidio: non rende giustizia alla severità dei sintomi. Anche “disagio psichico” è un eufemismo improprio. Ma il vero errore, a mio avviso, sta nell’associare il termine disturbo (o malattia) all’aggettivo mentale. Parlare di disturbi mentali può risultare altamente stigmatizzante.
«Malattia mentale, “follia”, sono comunque sempre in primo luogo sentenze riduttive e svalutative.
[…] Il termine stesso di “disturbo mentale” o “disturbo psichico” implica infatti l’esistenza di qualcosa, la “mente” o “psiche” che dovrebbe essere l’oggetto da curare.
In realtà la “mente” o “psiche” non è un oggetto che possa essere sottoposto a terapie, come se fosse il fegato o il sangue. “Mente” è una metafora animistica che indica alcune funzioni operative dell’individuo»12 scrive Giovanni Jervis in un manuale un po' datato ma in cui si trovano riflessioni accurate.
Metafora animistica, ma soprattutto realtà inafferrabile per la sua estrema complessità, la sua natura di soggetto inoggettivabile e la sua invisibilità, una mente – una psiche – non può ammalarsi. Anche del novantacinque per cento dell’universo non conosciamo la natura: sarebbe bizzarro dichiarare malata l’energia oscura se mostra un andamento anomalo dato che nemmeno sappiamo cosa sia.
Patologie psichiatriche di matrice biologica – quali ad esempio schizofrenia, disturbo bipolare, depressione endogena, disturbo ossessivo-compulsivo – sono malattie del corpo che, come marionettisti crudeli, muovono, torcono, tagliano o tendono oltremisura i fili di pensiero, energia, umore, visione del mondo, alterando le funzioni cognitive, neurovegetative, le facoltà emotive, percettive, decisionali, qualche volta deturpando comportamenti e polverizzando sogni.
«Il mio sogno era diventare biologo ma a vent’anni mi sono ammalato e non sono più riuscito a studiare» mi confidò un ragazzo durante il laboratorio di teatro che conducevo presso una cooperativa sociale, comunicandomi inoltre – con ironia e lucidità – la sua diagnosi di schizofrenia paranoide.
Malattia – stato del corpo che stritola le attitudini dell’anima mutilando un’esistenza – e malheur13 (attingendo a Simone Weil).
Un’altra ragazza, dalla straordinaria creatività, che soggiornava in una residenza psichiatrica e conosceva a memoria le poesie di Sylvia Plath, mi parlò di come le era difficile sopportare gli effetti collaterali del farmaco che rappresentava per lei l’unica speranza di «avere una vita come gli altri». Malattia, malheur, crocefissione invisibile.
Van Gogh si dipinge come Cristo in una rielaborazione della Pietà di Delacroix. Persona lucidissima, colta, dotata di una coscienza etica e di una tenacia fuori dal comune, Vincent accetta la propria condizione di malato affidandosi alle cure (anche se inadeguate, date le scarse conoscenze dell’epoca) e dal manicomio di Saint-Rémy scrive: «poco per volta posso arrivare a considerare la follia una malattia come un’altra»14.
Vorrei precisare che malattia psichiatrica non è sinonimo di follia (parola peraltro assai vaga, che tende ad assumere diversi significati a seconda del contesto: Emily Dickinson ne mostra, in una poesia15, tutta l’ambiguità). Essere pazienti psichiatrici non equivale a essere persone squilibrate né tantomeno poco lucide o non padrone di sé. Ci sono casi in cui la continua lotta interiore, il costante ascolto delle emozioni, la ricerca infinita di soluzioni per andare avanti, le terapie psicologiche, artistiche, teatrali, nutrono e affinano le più alte qualità dell’anima. E allora sì, forse, l’anima, la mente, viene modificata dalla malattia, ma in positivo, come sostiene John Keats quando paragona la vita terrena alla «valle del fare anima». Attraversando le strettoie delle difficoltà, delle sofferenze fisiche e psichiche, secondo Keats, un’anima acquisisce la propria identità16.
«Mente e talento sono cresciuti tra dolore, angosce e sfacchinate» confessa Sylvia Plath. Precisione del pensiero, profondità di sguardo e consapevolezza introspettiva qualche volta (ma non sempre) maturano attraverso patimenti, sforzi per resistere, umiliazioni – umilia una sindrome che fa compiere gesti sconsiderati come quello di tagliarsi un orecchio (Van Gogh) o che riduce la mente a «una caverna pietrificata» (Sylvia Plath).
Commuove leggere in una delle ultime lettere al fratello come Vincent si sentisse vile a causa delle sue crisi, che comportavano allucinazioni e deliri17.
Ci si sente vili, colpevoli, di peso agli altri perché li si fa soffrire con la propria sofferenza; perché non si riesce a lavorare, a studiare, a vivere, e questo a causa di una patologia invisibile e stigmatizzata, della quale si può arrivare persino a vergognarsi: precipizio che si aggiunge all’inferno.
Lo stigma peggiore è forse la svalutazione. La vera etichetta – quella che si incolla alla pelle alla carne alle ossa e li mangia – non è il nome diagnostico, è la superficialità di chi lo svaluta o lo considera una forma di “fragilità”18, di “incapacità di stare al mondo” e così via.
Nella penultima lettera scritta ai genitori prima di morire Simone Weil afferma che i “folli” sono «esseri precipitati all’ultimo stadio dell’umiliazione, molto al di sotto della mendicità, privi non solo di considerazione sociale, ma guardati da tutti come sprovvisti dell’elementare forma di dignità umana»19. Vincent sente di essere agli occhi degli altri «una nullità […], l’infimo degli infimi.»
A causa di questo discredito che riguarda l’essere intero, il folle è uno sventurato, ma è allo stesso tempo “la bocca di Dio” – il massimo della tragicità sta nel fatto che la verità che esprime non può essere capita, precisa Simone Weil.
Van Gogh non riusciva a vendere i suoi quadri, non perché gli altri non li capivano, a parer suo, ma perché non erano “abbastanza buoni”. Mai soddisfatto di sé («sono scontento di tutto quello che faccio»), Vincent non viveva che per l’idea di far meglio20.
«Continuare, continuare» era il suo motto. Continuare, e restare ostinatamente fedeli a un “sentire l’infinito” (vorrebbe dipingere più figure, dice, perché è la cosa «che mi fa sentire più di tutto il resto l’infinito»), al desiderio di dipingere le stelle («Ho un terribile bisogno di – dico questa parola – religione. Allora esco di notte e dipingo le stelle»21).
Continuare: tentare una riga, un verso, un colpo di pennello, una linea di matita – modi per opporsi al niente anche dove la punta del colore o il gesto della lingua restano sospesi nel vuoto.
Quando si sta davanti a un foglio di quaderno o di album da disegno, a una tastiera di computer o di pianoforte con gli occhi che si chiudono, braccia inerti lungo i fianchi, vene vuote e mente cancellata, se un superstite desiderare è orientato verso il ricordo sfilacciato della luce persa come il corpo del bambino è interamente proteso verso qualcosa che brilla (splendida immagine di Simone Weil22), quel penoso sostare invano è preghiera, attesa, esercizio di meditazione che – qualche volta – pian piano libera dalla nebbia un lago di luminosa quiete.
C’è un’acqua di pace nel fondo più fondo. Trasparenza, luminescenza della sete.
«Spesso mi trovo in uno stato miserando, ma resta sempre un’armonia calma e pura, una musica dentro di me.» 23
Qualcosa di misterioso, qualcosa di serio
«L’armonia è l’unione dell’illimitato e del limite» scrive Simone Weil.
Qualcosa di illimitato abita in noi. L’universo intero abita in noi, la mente è un frattale del cosmo? Illimitato, come sostiene Leopardi, è il nostro desiderio di piacere. Ma lo è anche il nostro desiderio di abbracciare tutto. Desiderio di infinita conoscenza, di infinito sentire, sperimentare, infinito germinare.
Troppi semi sono in noi e solo un minuscolo morso di terra ci è dato – non basterà al germogliare nemmeno della metà di essi. Resta sempre incompiuto il nostro fiorire. Il primo limite è il tempo, vissuto come lacerazione. Ci sono poi i limiti imposti dall’esterno, e quelli culturali, intellettivi, sensoriali, che tutti abbiamo.
«Che cos’è il disegno? Come lo si impara? È lavorare attraverso una muraglia invisibile in ferro che sembra sorgere tra quanto si sente e quanto uno sa fare. Come attraversare quel muro – visto che sbatterci contro è inutile? Bisogna minare subdolamente il muro, scavandovi sotto lentamente e pazientemente, a parer mio.»24
L’illimitato – sentimento di pienezza del vivere, desiderio, tensione creatrice, amore – preme in ogni direzione, per darsi. Mi affascina il suo movimento dove non c’è un talento specifico, anzi, dove magari ci sono delle difficoltà sopra la media, perché la piena fluviale ostacolata crea vie laterali, esplora una terra vergine e libera. Da questo faticoso farsi strada credo possano scaturire originalità creativa e forza espressiva non comuni.
Più i limiti sono fitti più l’illimitato preme con veemenza e più cresce l’intensità verticale che rende l’opera viva.
È scontrandosi con la roccia che l’onda si slancia verso il cielo anche se sale frantumata.
Nella «frenesia e pazzia» del lavoro creativo Van Gogh cerca salvezza come «una nave che, gettata sopra uno scoglio o un banco di sabbia da un’onda, possa servirsi della tempesta per salvarsi dal naufragio.»25
Ma lo scoglio o il banco di sabbia non sono lì per caso, si formano lentamente, con pazienza e caparbietà. Van Gogh lotta con tutta la sua energia «come un ossesso» per rendersi padrone del proprio mestiere.
«Scrivere, ogni giorno. Non importa quanto male» è il promemoria di Sylvia Plath.
Entrambi sono impegnati in una tormentata attività necessaria «alla sopravvivenza del mio arrogante equilibrio mentale» dice Sylvia, e altrettanto vale per Vincent che si esercita con forsennata dedizione a disegnare e dipingere anche perché «sarà questo il miglior parafulmine contro il mio male…»
Ma allo stesso tempo: «Nel mio lavoro rischio la vita» afferma più di una volta Van Gogh nelle lettere. Lo spendersi interamente nel creare, al pari di un farmaco, ha duplice volto: guarisce e intossica. Così il sole: è indispensabile alla vita con le stesse radiazioni che potrebbero distruggerla.
Sebbene la sua vocazione fosse in origine indeterminata (una vocazione religiosa in senso ampio) l’arte divenne per Vincent il compito a cui donarsi in modo radicale. Ma non per questo si sentiva un eletto, non aveva sentimenti di grandiosità né altra ambizione che quella «di fare quadri che arrivino al cuore della gente» e dire grazie alla terra: «ho calcato per trent’anni questa terra e, per gratitudine, voglio lasciare di me un qualche ricordo sotto forma di disegni e dipinti.»26
Nella stessa lettera scrive che si considera «come una persona che deve portare a compimento qualcosa con amore, entro pochi anni, e questo lo deve fare con energia.»
Secondo Simone Weil: «Ogni uomo si raffigura un dovere, obbedire al dovere quale ce lo raffiguriamo è bene.» Il nostro dovere è quello adempiendo il quale ci sentiamo in armonia con l’universo, a dispetto di quel che può pensarne il mondo. Nessuno può sapere qual è il nostro dovere; non può venire imposto da fuori. Dovere può essere anche solo quello di restituire al mondo il mistero della luce su un filo d’erba.
«E poi c’è anche il muschio sul terreno, e il bordo di erba nuova, che viene colpito dalla luce e brilla ed è molto difficile da rendere. […] Mentre lo dipingevo mi dicevo: non devo andarmene prima che ci sia in esso qualcosa di una serata d’autunno, qualcosa di misterioso, qualcosa di serio.»27
Vaso rotto
«Più divento dissipato, malato, vaso rotto, più io divento artista, creatore…» scrive Van Gogh pochi mesi prima della crisi che lo porterà al ricovero.
«Trovo delle cose che ho cercato invano per anni,» confida poi al fratello dal manicomio di Saint Rémy «e sentendo ciò mi viene sempre in mente quella frase di Delacroix che tu conosci, che aveva trovato la pittura quando non aveva più denti né fiato.»
In uno dei quaderni Simone Weil annota: «Il legno vivo immagazzina la fiamma solare; ma è il legno morto e disseccato che la dà agli uomini.»28
Esistono un’arte, una poesia della disfatta, che non appartengono a chi le crea. Se disanimati, disossati, senza più niente da dire, per coazione a tentare unita a non so quale grazia, riusciamo a scrivere, la scrittura non è più un nostro prodotto, siamo noi il suo. Ci abbandoniamo tra le sue braccia.
Impalpabili braccia, fili di musica insonora, gesti di un nascere – qualcosa di intimo e sconfinato ci raccoglie mentre lo accogliamo arresi e inermi (o così ci sembra.)
Essere vaso rotto, violino dalle vene strappate, legno disseccato, guscio vuoto senza più volontà significa essere in uno stato di massima apertura – passività che accoglie.
L’annientamento dell’io, nella mistica di tutte le tradizioni religiose, è indispensabile all’incontro con il divino. Secondo la mistica ebraica, la creazione del cosmo è un ritrarsi di Dio. Ritrarsi, essere il niente che si fa spazio per l’emergere delle cose.
Simone Weil parla della necessità di logorare la volontà per approdare all’obbedienza.
Forse, se non le imponiamo la nostra volontà, il nostro progetto, la creatività diventa un movimento della natura-cosmo a cui la nostra forma presta i confini.
Viene in mente il debole io e il sé onnicomprensivo del poeta camaleonte di Keats, che «non ha personalità», «si sostituisce di continuo a un altro corpo e lo riempie».29
Desidero illudermi che lo sbriciolarsi dell’io lasci trasparire ciò che davvero siamo – un più vasto essere che si allaccia a ogni altro essere come nel sottosuolo di un bosco le radici degli alberi si toccano, si intrecciano, formano una rete.
Ma «un vaso rotto resta un vaso rotto»30 scrive Vincent nel ’90, sei mesi prima di spararsi un colpo di pistola nel fianco. Arte e poesia offrono salvezze necessarie, ma provvisorie.
Bisognerebbe però chiedersi cosa vuol dire salvarsi. Probabilmente la risposta è diversa per ciascuno. Certo non può significare semplicemente conservare la vita biologica. Salvarsi può voler dire preservare i sogni, gli ideali, il senso come pienezza di amore o come lavoro a cui si è dedicato tutto il proprio tempo e che per questo, al pari della rosa del piccolo principe, è diventato così importante da essere irrinunciabile.
Dove l’arte è più importante della vita, come per Vincent, salvezza non è vivere qualche anno in più, ma – finché la malattia o la sorte lo concedono – adempiere al dovere interiore di «produrre cose vere e oneste»31, cose che si affacciano sull’infinito32.
«[…] la vita non è che una specie di tempo di seminagione e non è in essa la messe.»33
[Marzo ‘26.]
N.B. Ho scritto questo articolo addentrandomi in questioni che non mi competono. Ho cercato di farlo con attenzione, ma mi scuso per eventuali inesattezze. Questi sono solo pensieri provvisori, per nulla esaustivi, in cerca di confronto e dialogo.
Note
- La parola come ancora di salvezza, che debutterà il 22 aprile a Lainate (Ariston Urban Center) è il primo degli spettacoli che compongono la rassegna culturale e teatrale L’assoluto e il niente, ideata da Rocìo Bolaños, presidente di FormArti, e da me. Come scrive Rocìo Bolaños nella presentazione della rassegna, «cinque spettacoli guideranno il cammino verso le profondità dell’animo umano, tra bellezza e verità, disperazione e desiderio, fame di senso e vertigine dell’abisso. I protagonisti sono poeti, pensatori, artisti – Van Gogh, Weil, Sexton, Plath, Leopardi, Pavese, Pozzi – ma anche volti senza nome che raccontano l’alta sensibilità, la solitudine, l’attraversamento di patologie complesse come i disturbi alimentari.
Durante la rassegna interverranno come ospiti figure professionali con una vasta esperienza sui temi affrontati. Filosofi, psicologi, psicoterapeuti, attraverso il dibattito e il confronto con il pubblico, arricchiranno il percorso di riflessione e scoperta.»
Ognuno degli spettacoli, proponibile anche separatamente, è alla ricerca di spazi in cui venir rappresentato.
Se qualcuno fosse interessato può scrivere a: info@formarti.eu
- A. Camus, Opere, Bompiani, Milano, 2000, p. 205.
- G. Leopardi, Zibaldone, Newton & Compton, Roma, 1997, p. 515 e p.75
- S. Dalla Palma, Il teatro e gli orizzonti del sacro, Vita e pensiero, Milano, 2000
- Essendo lo spazio di un articolo limitato, non si attraversano qui le disperazioni causate da eventi tragici, condizioni di miseria, impossibilità di trovare lavoro, sventura in senso ampio. Discorso a parte si dovrebbe fare anche per quei casi di disabilità e sofferenza intollerabili che avrebbero diritto al suicidio assistito in un paese in cui la finta morale venisse soppiantata da un’etica radicata nell’empatia e nella riflessione autentica.
- S. Plath, Diari, Adelphi, Milano, 1998 (tutte le citazioni di Sylvia Plath sono tratte dai diari).
- Ipotizzare si tratti di un iperfocus caratteristico di una neurodivergenza o di una fase maniacale, o di un sovrapporsi delle due condizioni, non leva valore alla passione animatrice di senso.
- V. Van Gogh, Lettere a Theo, Guanda, Milano, 2018
- Citato nell’articolo di M. Ercolani, Anne Sexton, Il libro della follia, Doppiozero, 2021
- Si intitola Limite, l’ultima poesia di Sylvia Plath. In S. Plath, Tutte le poesie, Mondadori, Milano, 2013
- Capita spesso di sentir predicare l’importanza del saper chiedere aiuto, e farlo è vitale, certo, ma non si sottolinea quanto il percorso di ricerca di aiuto possa essere travagliato. I servizi territoriali, come i centri psico-sociali, offrono un supporto limitato e non sempre adeguato. Le famiglie che vivono la patologia psichiatrica grave di un figlio spesso vengono lasciate sole. E soli si sentono i pazienti a cui viene garantito un colloquio psicologico o psichiatrico (di troppo breve durata) a distanza di uno o due mesi, se non possono permettersi cure private.
- «Un giudizio di malattia mentale o di follia sereno, spassionato e obiettivo, è praticamente impossibile. La follia “in sé” è resa invisibile, oltre che dalla sua apparente incomprensibilità, dal fatto che la sua esistenza è coperta dal giudizio di follia come ineliminabile sentenza di devianza, giudizio di valore, biasimo e condanna. All’individuo identificato come folle la voce popolare tende facilmente ad attribuire anche caratteristiche fisiche che vorrebbero essere “obiettive” e “di per sé stesse evidenti” (ad esempio “un volto deforme”, insolito, o “lo sguardo allucinato”) o caratteristiche psicologico-morali “evidentemente” negative (come lo spirito perverso, l’aggressività, l’imprevedibilità, una generica pericolosità).»
- Jervis, Manuale critico di psichiatria, Feltrinelli, Milano, 1980, p.72 e p.78
- Malheur viene solitamente tradotto con sventura: «C’è vera sventura solo quando l’avvenimento che ha afferrato una vita l’ha sradicata, l’ha colpita direttamente o indirettamente in tutti i suoi aspetti: sociale, psicologico, fisico. Il fattore sociale è essenziale.» S. Weil, Attesa di Dio, Adelphi, Milano, 2011, p.173
- V. Van Gogh, Lettere a Theo, Guanda, Milano, 2018, p.370
- Molta follia è il più divino senno, E. Dickinson, 435
- J. Keats, La valle dell’anima, lettere scelte, Adelphi, Milano, 2021, p.282
- V. Van Gogh, Lettere a Theo, cit., p.381
- Aggettivi come fragile e forte sono applicabili alla materia inerte, non alla complessità della mente umana. Si possono utilizzare per descrivere le proprietà di una lastra di vetro o della gamba di un tavolo, non per definire la natura stratificata e metamorfica dell’essere. Non ci si ammala di un “disturbo” psichiatrico perché fragili o “incapaci di vivere” ma, il più delle volte, per una serie di cause concomitanti dove un ruolo essenziale è giocato dall’ereditarietà o da caratteristiche strutturali neurologiche. Condizioni di sofferenza psichica di altro genere, che derivano da circostanze esterne, da un diverso “funzionamento”, da un’eccessiva sensibilità, da malfunzionamenti del sistema sociale, da ferite e traumi che hanno incrinato una personalità, da solitudine e abbandono, dall’angoscia esistenziale di chi ha gli occhi aperti, non sono oggetto di questo articolo, anche se ovviamente tutto si interseca e difficilmente è possibile fare distinzioni nette.
- S. Weil, Una costituente per l’Europa, Castelvecchi, Roma, 2013, p.213
- K. Jaspers, Genio e follia, Cortina Editore, Milano, 2001, p. 148
In una lettera del giugno ’89 Van Gogh scrive: «Ho sempre dei grandissimi rimorsi quando penso al mio lavoro così poco rispondente a ciò che avrei desiderato fare. Spero che a lungo andare mi sarà possibile fare qualcosa di meglio, ma non ci siamo ancora.»
Sconforto e fatica appartennero anche Simone Weil che, tormentata dalle forti emicranie, nel 1936 scrive a un amico: «La mia situazione eccola. Sono al di sotto di qualsiasi compito, qualunque esso sia, in ogni ambito. Non posso fare alcun lavoro senza forzare, con nel cuore l’angoscia del nuotatore che si domanda se avrà la forza di raggiungere la riva.»
Rondanina, Simone Weil, mistica e rivoluzionaria, Edizioni Paoline, Milano, 2001, p.140
21. V. Van Gogh, Scrivere la vita, Donzelli, Roma, 2023, p. 815
22. «Un bambino piccolo che vede brillare qualcosa si porta tutto intero nell’amore della cosa che brilla così che tende verso di essa tutto il suo corpo, dimenticando completamente che non può arrivare fino ad essa. Allora sua madre lo prende e ve lo avvicina. È in questo senso che dobbiamo diventare dei bambini piccoli.» S. Weil, Quaderni, volume IV, Adelphi, Milano, 1993, p. 226
23. V. Van Gogh, Lettere a Theo, cit., p.176
24. Ivi, p. 188
25. «Bene, spero davvero di non scoraggiarmi malgrado tutto, qualunque cosa possa accadere, e spero sarà forse quella specie di frenesia e di pazzia che ho per il lavoro a farmi superare questo momento, come a volte accade che una nave venga gettata sopra uno scoglio o un banco di sabbia da un’ondata e possa servirsi della tempesta per salvarsi dal naufragio. Ma a volte tali manovre non hanno buon esito e sarebbe preferibile evitare il punto pericoloso virando un poco di bordo.» V. Van Gogh, Lettere a Theo, cit., p. 216
26. V. Van Gogh, Lettere a Theo, cit., p. 227
27. Ivi, p. 183
28. S. Weil, Quaderni, cit., 287
29. J. Keats, La valle dell’anima, cit., p. 198
30. V. Van Gogh, Scrivere la vita, Donzelli, Roma, 2023, p. 983
31. «[…] bisogna che continuiamo a produrre cose vere e oneste. Dipingere la vita dei contadini è una cosa seria, e mi sentirei colpevole se non cercassi di creare dei quadri che dèstino pensieri seri per chi pensa seriamente all’arte e alla vita». V. Van Gogh, Lettere a Theo, cit., p. 273
32. «Se tutto ciò che facciamo si affaccia sull’infinito, se si vede il proprio lavoro trarre la sua ragione d’essere e proiettarsi al di là, si lavora più serenamente». V. Van Gogh, Ivi, p. 333
33. Ivi, p. 192