A Macerata, il 27 marzo 2026, si è svolto un convegno per ripensare l'opera poetica e critica di Remo Pagnanelli (1955-1987). Critici militanti e studiosi di diverse università si sono riuniti per un confronto che è risultato tanto puntuale sul piano scientifico e, insieme, appassionato, quanto fertile di idee e altri spunti di ricerca. Per un ulteriore contributo di riflessione, pubblichiamo qui il saggio di David Fiesoli (Ricercatore in Letteratura presso il CISESG di Seravezza), che ringraziamo del permesso di stampa concessone a Corso Italia 7. (Daniela Marcheschi)
1. Exit Remus
In Epigrammi dell'inconsistenza, Remo Pagnanelli, nato nel 1955 a Macerata, già a metà degli anni Settanta profetizzava così la sua uscita dall'esistenza terrena, realizzata per morte volontaria nel 1987:
«Ore rotundo. Tertium non datur. Exit Fadin.
Una volta ho provato a mettermi fuori corsa
ma la mia passione è perversa e me l'ha impedito.
Exit Remus. Oremus pro eo.
Scucita l'anima si cerchi un ordine di altra memoria,
si conservi per quella senza soccorso»[1].
Il primo verso, in latino, richiama altri poeti, e la necessità della poesia come dono divino impossibile da rifiutare. La bocca rotonda è quella di cui parla Orazio, la cura della parola, del parlare bene come segno del pensare bene: Grais dedit ore rotundo Musa loqui («la Musa concesse ai Greci di parlare con ornata eloquenza»)[2]; una terza via non è data; ma esce il giovane poeta Sergio Fadin, morto a soli 31 anni dopo aver contratto la tubercolosi in Etiopia: a lui Eugenio Montale dedicò una poesia dal titolo Visita a Fadin.
Ed esce anche Remo, impossibilitato a mettersi fuori corsa.
«Che altro di strabiliante chiedevo per me
da lasciarvi tutti così sorpresi e non piacevolmente,
niente che già non si sapesse e di cui fosse
taciuto e da tanto.
Altri, della passata generazione, direbbe
che il corteggiamento riesce e
del resto chiedere pista e circuire
non è difficile; io nemmeno immaginerei
la morte senza rima come un verso libero»[3]
È una feroce autoironia, quella di Pagnanelli. E l'autoironia feroce di un poeta la può tradurre – in senso letterale o come sinonimo di portare, riportare - soltanto un altro poeta: quella di Remo Pagnanelli la traduce Daniela Marcheschi, curatrice delle sue opere e a sua volta poetessa, perché anche lei la porta con sé, come la balena il gravame del respirare nuotando, o come l'asino il basto:
«No, non voglio ignorarlo,
quest'animale rubacuori
caro a Luciano, a Omero,
e che nel peso ha stipato
a memento un chiaro destino.
È logico
quel suo portamento.
È lui
il maestro della mia presunzione.
Prima di Galileo e Newton
della legge di Gravità
scoperta dal pensiero,
fu in lui l'estro; la quiete
poi lo slancio uguale
e contrario verso l'alto -
la capacità campale
di portare il basto,
quell'anti-fasto che urta chi guarda
dal proprio giardino»[4].
E dunque:
«Siate soli, e semplici come la balena
mammifero grasso che s'aggira
nei mari polari amando i viaggi.
Alla balena
sia onore per la coda larga
che la imbruttisce
perché si muove sbuffando l'acqua
che tracanna, perché dal suo dorso
con lo zampillo
s'avverta il gravame del respirare nuotando.
Per annientarne l'esempio tanti
la cacciano, e affannosamente
lei respingendo
fino alle coste, dove a volte muore ansimando.
Sì, quel suo spietatamente sfarsi io lo conosco
…......................»[5].
La Marcheschi riconosce lo slancio dell'asino perché è quello del poeta, e conosce lo «spietatamente sfarsi» della balena, respinta «fino alle coste dove a volte muore ansimando» e cacciata «per annientarne l'esempio»; ma esordisce ed esorta: «Siate soli, e semplici come la balena», poiché - aggiunge altrove - «tutto è mobile e invulnerabile» come l'acqua[6], come la Musa, la cui etimologia riporta al significato di fonte, sorgente[7]; e «Le cose che portano ore / odori case / profonde torri pendenti / sono la vita / secondo contesa e necessità»[8].
Eris, la contesa, si insinua dappertutto: Omero la descrive mentre cresce a dismisura seminando odio, e avanza a grandi falcate sulla terra con la testa che oscura i cieli[9]. Ananke, la necessità, è la dea senza volto che stringe il mondo in una rete ineluttabile, quella del destino.
Eris è lo spietatamente sfarsi. Ananke il basto dell'asino.
Remo Pagnanelli, prima di togliersi la vita, lasciò un testo per gli amici (Ad comites, diceva la dedica) e lo intitolò Dopo: «Starò a guardarvi da qualche parte / come da un esterno si guarda un interno...». Ma, prima, aveva già scritto:
«Ci incontreremo di nuovo
e sarà un modo diverso di vedersi
e di toccarsi (del resto i nostri corpi
non erano cose da vedere nemmeno in vita,
meraviglie di decrepitezza).
Di sicuro ci sarà nebbia e farà freddo,
comunque spero di stare solo, senza
nessun intermediario, per riannodare
una certa storia con te, d'amore
dopo la vita...»[10].
Marchigiano come Leopardi, come lui possedeva il senso del sacro e l'idea di destino. Una vena di quieta amarezza intride il suo messaggio, non solo quello finale: l'amarezza che poi «lo accompagnava negli ultimi tempi prima della morte, quando si era rafforzato in lui il senso della necessità della scrittura, intesa come salvaguardia della memoria, documento testamentario (ma in un più vasto senso memoriale) e luogo in cui non si può barare, in cui l’etica debba spazzare via, indomita, ogni tentazione di menzogna e autoinganno»[11].
Anche se Eris, la contesa, si insinua con la menzogna, e la vita è stretta dal nodo di Ananke, è pur sempre vita (ore, odori, case), in cui anche scrivere si fa necessità. Allora, per non sfarsi spietatamente e per avere la capacità di portare il basto-antifasto che urta chi lo guarda, indomita come Artemide deve essere l'etica: hagnè, pura, epiteto della dea. E hagnòs si dice anche dei boschi a lei sacri, e degli oracoli: in Eschilo le Erinni avvertono Apollo che se continua a proteggere i mortali che si sono macchiati di delitti di sangue, il suo oracolo non sarà più hagnòs, puro[12]. Da questa purezza greca, passa l'etica. Casta. E pronta a puntare la freccia.
«alla creazione si connette una quota più o meno alta di violenza. Quale più abile degli architetti celesti, Dio presiede a questa mistura di bellezza appellato da tremendo»[13].
Pagnanelli lo sapeva, credeva fortemente in «una scrittura che, se deve concedere, conceda il meno possibile», ma precisava che la scrittura, nonostante sia un bisogno, e dunque una necessità, può spesso diventare altro, «una specie di droga di cui non si può fare a meno, o peggio autoterapia con fini di carriera; in quel punto la scrittura finisce»[14]. Finisce la castità della mente, l'oracolo non è più puro, Artemide non soccorre, e la freccia si spunta.
Nel racconto Prime scene da manuale, Pagnanelli – come nelle sue ultime liriche - si fa poeta in prosa, e immagina il pensiero, dentro il ventre materno, di un nascituro che sarà la reincarnazione del protagonista. E quando il feto sviluppa più di ogni altro senso l'udito, i toni lamentosi della madre e quelli imperiosi della nonna gli risultano odiosi, li percepisce come un pericolo, gli provocano ostilità: «L'irriducibilità aumentava, l'ostinazione alla battaglia la mia sola possibilità di vita»[15].
È già un destino segnato. Nonostante si affacci un'irriducibilità artemidiana, il ritorno alla vita avviene sotto lo scudo di Ares, brandendo la lancia di Atena: una vita in battaglia in cui la distanza e la castità di Artemide, protettrice dei parti, già si affievolisce. Tanto che, alla nascita, subito si rimpiange il “dimenticatoio”, le acque materne, il nascondiglio primordiale che forse si ritrova soltanto in quello finale.
Quel destino segnato – exit Remus - si anticipa in alcune liriche come quella dedicata a Adele Hugo, dopo la visione del film di Truffaut in cui Isabelle Adjani traccia la vita e la misera fine della figlia di colui che è considerato il padre del Romanticismo: lei, di quella paternità e di quel romanticismo, muore, come in una tragedia greca.
«Questo è il profumo delle ultime
stagioni, del silenzio che ci segue
da una stanza all'altra e anche tu
dopo me odorerai di morte»[16].
Nello stesso periodo, Pagnanelli scriveva:
«Non è presuntuoso pensare
di aver attirato l'attenzione
di un dio? Forse nessuno si
interessa alla nostra storia
e lo stato in cui versa
e sembra che voglia concludersi, compete solo noi.
Ma finire nella dimenticanza
nell'appiattimento più totale
non ci piace e così inventiamo
l'odio di un nume che illumini
almeno l'ignominia
con cui l'abbiamo seguita.
Questa punizione è sicuramente abbastanza»[17].
Pagnanelli conosceva l'illusione del primo Hölderlin e di Heinrich Von Kleist, che era simile, in fondo, a quella che spinse Adele Hugo, nello stesso Ottocento, a considerare un dio prima il padre, e poi un ufficiale inglese. Ma conosceva bene anche la disillusione dell'ultimo Hölderlin, o di Leopardi, ma forse gli mancò, o non trovò, una casa torre in cui chiudersi sulla riva di un fiume, o un Antonio Ranieri che lo portasse a Napoli.
«Mai stato in un posto che riservasse qualche sorpresa»[18], scriveva Pagnanelli nel 1981: né, sei anni dopo e poco prima del compiersi del suo destino, gli riservò sorprese la fine di ogni profezia. A Delfi, intitola una delle sue ultime liriche: lì, la Pizia «non sfingea ma chiara ti dice che nulla può, nulla più..., e allora, quasi per scusa, abbozza una piega di compatimento (per il viaggio e la perdita di tempo)»[19].
Si chiude l'oracolo:.
«bè, non ardono di nessuna giovinezza gli invisibili, nemmeno nel visibilio. Se li hanno spazzati senza riguardo, per questo vuol dire che lo stesso vivono nella memoria, nella poesia che la memoria risuscita? Non vivono, sono larve nella mente di qualcuno Se li hanno spazzati via e la loro gioventù non illumina alcun tramonto, non importa..., per qualche reverendo Smith, per qualche metafisico scriba cristiano, essi solleticano il tumulo pesante delle parole. Direbbero, per allentare la rabbia, che lo stesso albergano nei nostri cuori. No, è finita per essi, e nessuno che non sia colpevole, pensa alla trovata della poesia»[20].
E così, l'asino è l'animale più incompreso, e la balena si disfa, muore ansimando.
Ma il loro esempio, non viene annientato. O non udiremmo mai più le profezie di Cassandra, le voci di Elena, di Ecuba, di Alcinoo, ripetere che gli dèi filano le sofferenze degli uomini perchè diventino canto eterno. Né la voce di Remo Pagnanelli che incita a sognare l'alito di Dio.
«i giardini che sperimentano per primi
il silenzio del tramonto
alzano dalle rose un vento di lamento
tutto ciò che è inanimato
geme sotto l'oblique lucidamente
nel mare allora andando in un'oscurità maggiore
sogna l'alito di Dio e vedine la chiarità che salva»[21]
Proprio quando non c'è alcuna presunzione di salvare o educare il mondo, quando il mondo si fa più oscuro e tragico, la poesia può salvare.
Siracusa, 413 a. C.: gli Ateniesi prigionieri nelle terribili latomie alleviavano le loro sofferenze recitando versi di Euripide. Secoli dopo, nei versi di Quasimodo, quelle cave-carcere sono il luogo in cui «si amano i morti».
Russia, primi del Novecento. Un giorno il poeta Varlam Šalamov scrisse a Boris Pasternak, il grande poeta e romanziere che scrisse il dottor Zivago: «Conosco persone che sono vissute grazie ai suoi versi, alla percezione del mondo che i suoi versi comunicavano. Ha mai pensato a questo? Agli esseri umani che sono rimasti umani soltanto perché con sé avevano i suoi versi che leggevano come preghiere?»[22]. Erano i prigionieri nei gulag che si scambiavano le poesie di Pasternak. E quando la poetessa sovietica Anna Achmatova, nella seconda metà degli anni Trenta, trascorse ben diciassette mesi in fila davanti al carcere di Leningrado per andare a trovare suo figlio imprigionato durante le purghe staliniane, un giorno una donna che stava in fila dietro a lei la riconobbe, si accorse che era la poetessa, e le chiese: ma lei tutto questo lo può descrivere? E la poetessa rispose: sì, posso. «Allora - scrisse la Achmatova - una specie di sorriso scorse per quello che una volta era il suo viso»[23].
Ecco la chiarità che salva, proprio in un'oscurità maggiore, come diceva Remo Pagnanelli nei suoi versi. La poesia è l'alito di Dio, del dio, della dea.
Ma né Pasternak né la Achmatova scrivevano con la presunzione di salvare. Non ci pensavano, non lo sapevano, sarebbe stato insopportabile sperarlo. E anche superbo. La loro poesia – come quella di Euripide – non è la salvezza di un momento: la loro poesia è testimonianza, eterna. Ecco perché salva, ecco perché si allarga il sorriso sul volto di quella donna: non perché la poesia salva lei, o il figlio, o i prigionieri nel gulag, o gli Ateniesi rinchiusi nelle cave, o tutta la società. Ma perché è testimonianza. Il poeta è testimone: non solo del suo tempo, ma di tutti i tempi.
E questo perché i poeti vedono e cantano non tanto la società che tenta di farli fuori, ma quelle potenze immortali che continuano ad agire anche se le ignoriamo, non le vediamo. E quali sono queste potenze? Dante ci ha popolato tutta la Divina Commedia, tra demoni e angeli. Petrarca le vide in Laura, «uno spirto celeste, un vivo sole fu quel ch'io vidi»[24]. Leopardi le chiamava Natura, Infinito, o Luna: «tu certo comprendi il perchè delle cose, tu certo, giovinetta immortal, conosci il tutto»[25], dice alla dea. Dino Campana la chiamava Notte, «regina barbara sotto il peso di tutto il sogno umano»[26]. Per Emily Dickinson erano Bellezza o Immortalità, e le avvertiva – compagne invisibili – nella sua stanza. E gli antichi Greci, queste potenze le chiamavano déi. Zeus, Moire, Muse, Artemide, Apollo, Dioniso, Afrodite. Ma si chiamano anche Tempo, Necessità, Destino, Amore, Morte, Giustizia, Pace, Caos. E, in una sola parola, Dio.
Non è una questione di religione, è una questione di sacro: di riconoscere il sacro, che è anche e soprattuto limite.
2. Inevitabile è la poesia
Per quanto possa sembrare strano, la solitudine o perfino la confidenza con la Morte, nelle vite e nelle opere di questi poeti e poetesse, si accompagna a una luminosa e chiara gioia di vivere, proprio per la loro vicinanza al sacro, al destino, per quella capacità di vedere anche l'invisibile. Perché anche se, come scrisse Hölderlin, «per breve tempo l'uomo sopporta la pienezza divina»[27], questa pienezza, questa indipendenza di pensiero, di azione, questa verginità della mente che è nello stesso tempo un dono e un fardello, libera dalle illusioni, muove contro ogni convenzione e omologazione del pensiero, dissolve le contrapposizioni, avvicina ciò che appare lontano e unisce quello che sembra opposto: permette una visione totale, che è quella della poesia, permette di osservare la gioia nel dolore e viceversa, e di coltivare un'indipendenza di vita e di pensiero che resta verginità intoccabile anche nella passione o vicino alla follia, anche quando Eris distrugge, Eros infiamma, Dioniso devasta, Ananke stringe il nodo e la Moira si prepara a tagliare il filo.
Per questo la poesia di Remo Pagnanelli è esaltata dal suo disincanto, e intrisa - come scrive Daniela Marcheschi - di un eroico decoro tanto greco da risuonare Sofocle; per questo – come disse Cesare Garboli - è difficile sentire la vita quanto Leopardi, a cui il poeta Franco Fortini attribuiva una arcana felicità; per questo Emily Dickinson chiusa nella sua stanza scrisse: «Trovo estasi nell'atto di vivere», e Sandro Penna dichiarò la sua strana gioia di vivere attraverso una poesia che raccontava la difficile vita del mondo, non la sua.
«Fuggono i giorni lieti
lieti di bella età
non fuggono i divieti
alla felicità»[28].
Se i giorni sono lieti, sono i divieti alla felicità a minarli: e di divieti alla felicità siamo pieni. E stanno in quel mondo che i poeti osservano, e descrivono nei loro versi, sapendo bene che il destino del mondo non è per forza il loro destino personale.
Sgombrare il campo dal cliché dei poeti infelici: forse a essere più infelici siamo noi che non siamo poeti. La poetessa polacca Wislawa Szymborska ha scritto in un suo verso:
«La gioia di scrivere.
Il piacere di perpetuare.
La vendetta di una mano mortale»[29].
Ad essere davvero infelice dunque – e casomai - è quel che sta fuori dalla poesia e dai poeti, risultato oggi di quella tecno-omologazione che già tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento preconizzava il filosofo tedesco Günther Anders: «qualsiasi cosa facciamo o rinunciamo a fare, ormai viviamo in un mondo per il quale non hanno valore il “mondo” e l'esperienza del mondo, ma il fantasma del mondo e il consumo di fantasmi: questa umanità è ora l'effettivo mondo contemporaneo con cui dobbiamo fare i conti»[30].
Ma quando quei fantasmi, quei divieti, quei disvalori, penetrano dentro e ammutoliscono, diventano insopportabili: il poeta/scrittore non riesce più a conservare quella gioia di scrivere, quella vendetta di una mano mortale da cui – come la freccia dall'arco di Artemide – scocca la parola che può essere guidata solo dalla verginità della mente, quella castità artemidiana che consente il distacco sia dalla speranza che dalla disperazione. Se questo non accade, il poeta perde fede nella parola, non riesce più a mirare il mondo coi suoi versi, a scoccare la freccia senza che gli tremi la mano.
Ma se il poeta muore, la poesia resiste: come la ginestra di Leopardi, colora e profuma quel che è deserto incenerito, arido e brullo. La poesia è visione totale che può salvare dall'omologazione del pensiero, permette di tentare un'indipendenza attraverso la verginità intoccabile dei suoi versi, anche quando la discordia, la guerra, la dittatura della tecnologia, il potere nelle mani di pochi, distruggono ogni pensiero critico.
In un panorama iper-tecnologico che condanna la poesia a poche frasi consolanti da leggere in fretta e che spariscono nello scorrere di una pagina web, non è per niente facile individuare la più autentica, quella destinata a superare lo spazio e il tempo, quella per nulla consolatoria. È necessario andare contro quel conformismo intellettuale causa di un indebolimento talmente radicato da non poter essere curato se non con le verità più amare in luogo delle menzogne più anestetizzanti, recuperando l'idea di responsabilità etica ed estetica della scrittura e della poesia, dello scrittore, del filosofo e del poeta[31].
Ma, ancora una volta, la chiarità che salva si esprime in versi,: quelli della poetessa croata Lidija Vukčević raccontano con parole perfette l'inevitabilità della poesia, «diluita dappertutto tra la scrittura dell'Altissimo» come nel soffio dell'alito divino di cui scriveva Pagnanelli, poesia inevitabile perché «dispone dell'eternità» e ne era certa Emily Dickinson e consapevole la donna in fila davanti al carcere con Anna Achmatova, poesia che è «prestito del futuro» come sapevano Rilke e la Cvetaeva, inevitabile come i gigli di Leonardo, che sono anche i gigli dei campi dei Vangeli cari a Cristina Campo, ma – soprattutto - poesia irriducibile a ogni discorso mortale, e nemica dei fantasmi che vedeva Anders e di cui noi lettori indifferenti siamo circondati:
«Inevitabile è la poesia
Arriva col soffio tiepido dello scirocco
Assale da illusioni barocche
Giunge dai prestiti che il futuro mi fa
Inevitabile è la poesia
Come gli echi delle anime di chi la legge
Inevitabile come il maltempo
Non puoi scappare a questa invasione saracena
E diluita dappertutto, tra la scrittura dell'Altissimo
Dispone dell'eternità, questa vana sete di cielo
È irriducibile la sua luce di rubino al discorso mortale
Inevitabile è l'illusione, suo regno
Inevitabile è la poesia come l'alba, la spada, o la via Appia
E tu lettore indifferente, che pensi di essere sfuggito
Tu circondato dai fantasmi
Non aver paura, non le sfuggirai
A questo aspro sguardo di zingara
A questi tuoni d'amore
Perché inevitabile è la poesia come i gigli di Leonardo
Queste trappole perfette
Inevitabile è la sua ombra, che non puoi sfuggire
Inevitabile è la poesia, la misura di tutte le misure
Inevitabile come il notturno o la tristezza vellutata
Che la riempie»[32].
Un destino di suprema rinuncia, dunque, non scalfisce la poesia, il solo antidoto alla mercificazione dell'umanità e al mondo ridotto a fantasma che profetizzava Günther Anders.
Il suicidio dei poeti non è mai (solo) un dramma personale. Casomai generazionale, ma sempre epocale. È un evento cosmico, costellato di versi.
Scrive Christine Koschel:
«L'abbozzo regale del mondo
emerge
dal grembo dei suicidi:
dal grande occhio affamato
di coloro
che in veste di fuoco descrivono
correndo una piazza»[33].
Virginia Woolf racconta, nelle pagine del suo Diario, come le affollasse la mente quello che diventerà il suo capolavoro, il suo romanzo più poetico e visionario: Le onde. Nel 1929, appena tornata da Rodmell, pensava ancora di intitolarlo Le falene, ma già la fluidità che avrebbe riversato in quelle pagine aveva preso corpo in mille domande. Gennaio: «la vita è molto solida o molto instabile?». Maggio: «Parliamo di questo libro. Come cominciarlo? Cosa deve essere? Perché scriverlo? Perché scrivere?». Giugno: «Appena smetto di lavorare sento di affondare giù, giù. E come sempre sento che affondando ancora un poco arriverei alla verità. Questo è l'unico compenso: una specie di nobiltà, di solennità. Devo arrivare a convincermi che non c'è niente; niente per nessuno di noi. Lavorare, leggere, scrivere non sono che artifici; idem i rapporti con la gente. Neppure avere dei figli servirebbe»[34]
Quando Virginia Woolf pubblicò il nuovo romanzo, iniziava la guerra civile in Spagna e si profilava l'incubo della guerra con la Germania nazista. Poi, dopo che deflagrò, la Woolf si riempì di sassi le tasche del suo abito e si lasciò andare alla corrente del fiume Ouse.
«Prendo la via dell'acqua. Non seguo la corrente. Non la risalgo nemmeno. Piuttosto, le regalo una forma»[35].
Forse, scrive Cristina Campo, a Virginia Woolf mancò «la dura, la bronzea necessità», e ammette che certamente nel suo Diario ci sono presagi imposti da occasioni esterne, «la morte degli amici, la guerra che getta la sua ombra fin nel giardino di casa», ma aggiunge che forse «non era matura alla morte: non era sufficientemente viva né sufficientemente staccata perché quel suo gesto divenisse destino». Però poi riconosce il suo azzardo: «non è lecito, qui, rischiare pensieri»[36].
Ogni pensiero deve fermarsi sulla riva. Lo sapeva Emily Dickinson:
«Le cose che la Morte comprerà
Sono: lo spazio, una liberazione
Dalle circostanze, e un Nome
In quale modo ai doni della Vita
Si confrontino i doni della Morte
Non lo sappiamo
Ogni valutazione
Si ferma qui»[37].
Amelia Rosselli volò dalla finestra della sua mansarda nel 1996, a soli 36 anni. portando con sé una scia di disperazione nata all’indomani dell’uccisione del padre Carlo e dello zio Nello nel 1937, in Francia, non lontano da Parigi, per ordine di Ciano e Mussolini.
La poetessa Biancamaria Frabotta, amica della Rosselli, così le disse addio al suo funerale: «Con Amelia se ne va l'ultima vittima di un secolo divoratore dei suoi poeti»[38].
Non fu – non sarà – l'ultima.
Il Novecento ne ha divorati tanti, di poeti: non soltanto con le sue guerre, le dittature, le persecuzioni, i manicomi. Ma anche con il trionfo di quella società dei consumi avversata – in modi diversi eppure complementari- sia da Pier Paolo Pasolini che da Cristina Campo, e oggi con il trionfo del conformismo e dell'omologazione – in cui è tutta l'umanità a diventare merce - che Günther Anders denunciava e così sintetizzava: «la forza neutralizzante fondamentale del giorno d'oggi non è di natura politica, ma economica: il carattere di merce di tutti i fenomeni»[39]. Anders prevedeva che a veicolare un'omologazione sempre più inconsapevole sarebbe stata la dittatura tecnologica (tecnocrazia) che prolifica sulla mercificazione dell'essere umano acquisendone le identità, e che al tempo stesso piega la politica all'economia senza più mostrare alcuna istanza centrale di comando. Scrisse Anders: «quanto più totale è un potere, quanto più muto è il suo comando; quanto più muto è il suo comando, tanto più naturale è la nostra obbedienza; quanto più naturale la nostra obbedienza, tanto più assicurata la nostra illusione di libertà», in una spirale perversa in cui l'illusione di libertà rafforza il potere che la limita[40].
In questo sconfortante panorama di ceneri, la cui scintilla illuministica si è fatta fiamma durante la Rivoluzione Industriale e oggi è un incendio globale, alcuni poeti si sono fatti resistenti come la ginestra leopardiana, esperti nell'arte del distacco, leggeri come Sandro Penna o granitici come Eugenio Montale, ma ad altri è toccato in sorte di dover sommare le tragedie del mondo a quelle personali, come accadde – in modi diversi - a Dino Campana, Pier Paolo Pasolini, Amelia Rosselli, Antonia Pozzi, e Remo Pagnanelli. Eppure, proprio i versi di Pagnanelli mostrano come, in questa spirale che accresce e mantiene il conformismo, è proprio la poesia, la principale disciplina letteraria che – con Omero ed Esiodo - nasce dal mito e dà vita alla letteratura tutta, e anche alla filosofia. e che nel suo tendere verso l'alto non potrà mai essere schiava di un pensiero unico e omologato, del pensiero “usa e getta”. Perciò, sarà meglio prendere esempio dai prigionieri nei gulag sovietici che si leggevano le poesie di Pasternak: su di loro, come su quella donna in fila con la Achmatova davanti al carcere di Leningrado, o sugli Ateniesi prigionieri nelle terribili cave di Siracusa che si confortavano leggendo Euripide, soffiò l'alito di Dio, chiarità che salva senza la presunzione di salvare.
[1]Remo Pagnanelli, Le poesie, a cura di D. Marcheschi, Ancona, Il lavoro editoriale, 2000, p. 24. Cfr. anche la silloge di Remo Pagnanelli Epigrammi dell'inconsistenza , Grottammare, Stamperia dell'Arancio, 1992 (ma composta tra il 1975 e il 1977).
[2]Orazio, Ars poetica, 323-24.
[3]Remo Pagnanelli, Le poesie, cit., p. 26
[4]Daniela Marcheschi, Versi dell'asino, in Si nasce perché l'anima. Poesie e poemetti 1995 – 2003, Lucca, Zona Franca, 2009, p. 10.
[5]Daniela Marcheschi, Frammento della balena, in Sul molo foraneo, Firenze, Esuvia, 1991, p. 11.
[6]Id., L'acqua, ivi, p. 17.
[7]Dall'accadico musū, si veda Giovanni Semerano, Le origini della cultura europea, Firenze, Olschki, 1984 – 1994, 2 vol. II, t.1, p. 187.
[8]Daniela Marcheschi., Relitti sonori, in Sul molo foraneo, cit., p. 41.
[9]Cfr. David Fiesoli, Il viaggio di Irene, Roma, Avagliano, 2023, p. 44.
[10]Remo Pagnanelli, Le poesie, cit., p. 73.
[11]Daniela Marcheschi, Introduzione a Remo Pagnanelli, Le poesie, cit., p. 6.
[12]Eschilo, Orestea, trad. di E. Savino, Milano, Garzanti, 2010.
[13]Remo Pagnanelli, Le poesie, cit., p. 317.
[14]Remo Pagnanelli, Lettera del 16 aprile 1885, in «Kamen'», III, 4, 1993, pp. 98 – 99.
[15]Id., Prime scene da manuale, Pistoia, Via del Vento, 1997, p.
[16]Remo Pagnanelli, Adele Hugo, in Le poesie, cit., p. 79.
[17]Ivi, p. 77.
[18]Ivi, Quasi un consuntivo, p. 83.
[19]Ivi, p. 290.
[20]Ivi, p. 276.
[21]Ivi, p. 254.
[22]Varlam Šalamov, Boris Pasternak, Parole salvate dalle fiamme. Lettere e ricordi, Milano, Archinto, 2009, p. 45.
[23]Anna Achmatova, Requiem. In luogo di prefazione, in Io sono la vostra voce..., a cura di E. Pascucci, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1990, p. 193.
[24]Francesco Petrarca, Erano i capei d'oro a l'aura sparsi, in Il canzoniere, Milano, BUR, 1954, p. 124.
[25]Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, in Opere, Leipzig, Brockhaus, 1877, p. 77.
[26]Dino Campana, Canti orfici, 2 vol. a cura di E. Falqui, Firenze, Vallecchi, 1973, vol. I, p. 8.
[27]Friedrich Hölderlin, Pane e vino, in Le Liriche, a cura di E. Mandruzzato, Milano, Adelphi, 1993, p. 525.
[28]Sandro Penna, Poesie, Milano, Garzanti, 1995, p. 72.
[29]Wislawa Szymborska, La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945 - 2009), a cura di P. Marchesani, Milano, Adelphi, 2012, p. 185.
[30]Günther Anders, L'uomo è antiquato vol. I, Torino, Bollati Boringhieri, 2022, p. 11.
[31]Cfr. Daniela Marcheschi, Il sogno della letteratura. Luoghi, maestri, tradizioni, Roma, Gaffi, 2012
[32]Lidija Vukčević, Il velo e altre poesie, a cura di E. Bazzarelli, Pistoia, Via del Vento edizioni, 1997, p. 3.
[33]Christine Koschel, componimento n° 1 del 1972, in Daniela Marcheschi, Cristina Campo traduce Christine Koschel, in “Cahier d'études italiennes” 36/2023, p. 9.
[34]Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, trad. Di G. de Carlo, Milano, Mondadori, 1980, pp. 191 e sgg.
[35]David Fiesoli, Discorso di Ofelia, in Autori contro la guerra, a cura di D. Remigi, Roma, Edizioni Associate, 2003, p. 36.
[36]Cristina Campo, Sotto falso nome, Milano, Adelphi, p. 43 e sgg.
[37]Emily Dickinson, Poesie, trad. di M. Guidacci, Milano, BUR, 1992, p. 175.
[38]Biancamaria Frabotta, Quartetto per masse e voce sola, Roma, Donzelli, 2009, p. 66.
[39]Günther Anders, L'uomo è antiquato, vol. I, Torino, Bollati Boringhieri, 2022, p.117.
[40]Günther Anders, L'uomo è antiquato, vol. II, Torino, Bollati Boringhieri, 2022, p. 131 e 132.