Cloris Brosca, lei affronta un personaggio teatrale complesso con una forza indicibile

Si tratta di una donna, detenuta in un ospedale psichiatrico giudiziario. Grazie ad una falla nel sistema di sorveglianza, lei trova rifugio in un ripostiglio. Lì dentro, dimenticata da tutti, dà sfogo ai suoi pensieri ed elabora una protesta delirante per recuperare la sua umanità perduta.

Roma è al cento del racconto?

Sì. Attraverso i racconti della protagonista, strampalati ed involontariamente poetici, scopriamo una capitale povera, ingenua, sognatrice, quasi favolistica. Quando il ritmo della narrazione cresce e si infervora, acquista toni sempre più duri.

Si tratta di un monologo dunque?

Sì. 

Il regista e l'autore di Hostages?

Antonio Prisco.

Il personaggio che mette in scena?

La storia del mio personaggio si tinge dei colori degli anni Ottanta, con i suoi caratteristici slanci edonistici, le fascinazioni della moda, della musica e delle droghe di quel periodo. L'abisso in cui lei stessa inesorabilmente cadrà. Perciò, attraverso situazioni caricaturali da commedia nera, la vicenda personale della protagonista si trasmuta in testimonianza e denuncia sociale dai caratteri universali. 

Cloris, lei ha una solida esperienza di recitazione e regia. Come ha cominciato?

Ho avuto la fortuna da bambina di avere dei genitori appassionati di libri, di cultura, di arte, e mia madre ci portava - me e mio fratello - a teatro già da piccoli. Fu lì che cominciai a desiderare di non essere più in platea, ma sul palco, dove vedevo recitare, primo fra tutti, Eduardo De Filippo. Anni dopo, ero adolescente, finalmente uscii allo scoperto con questo mio desiderio e un amico di famiglia, Gennaro Magliulo, mi indicò un signore con cui avrei potuto studiare recitazione a Napoli, Mario Ciampi, un vero appassionato di teatro che non solo mi permise di studiare con lui gratuitamente per due anni, ma mi preparò anche per l’esame in Accademia a Roma, la Silvio d’Amico, dove ebbi la fortuna di essere presa. E da lì cominciò la mia avventura di attrice, con una memorabile edizione delle Allegre Comari di Windsor, con la regia di Orazio Costa e Tino Buazzelli a interpretare Falstaff, mentre io interpretavo il personaggio di Anna Paggi (Anne Page).

Ma recitò anche col grande Eduardo De Filippo?

Sì, quello che per me da piccola era il simbolo stesso del teatro. Ebbi la fortuna di recitare con lui nel Sindaco del Rione Sanità che faceva parte dei lavori teatrali che Eduardo registrò per la Rai alla fine degli anni Settanta.

Nonostante questi esordi decisamente interessanti e scritture pressocché continuative fino agli anni Novanta, il timore di rimanere senza lavoro in me cominciò a farsi sentire e a prevalere sul fascino della vita bohémien che avevo condotto fino ad allora.

Così, invece di rimanere nell’incertezza, decisi di smettere di fare l’attrice. In realtà l’interruzione del mio lavoro durò solo un anno e mezzo, ma per me era una decisione presa per la vita. In quel periodo feci lavori diversi, lontanissimi da quello dell’attrice, frequentai anche un corso per diventare assistente domiciliare, lavorai tra l’altro in un istituto per bambini non vedenti e con ragazzi dalle disabilità psichiche lievi. Poi però mi resi conto che volevo ritornare a recitare, che quello era il mio lavoro, ed ebbi la fortuna di essere proprio allora chiamata dalla compagnia di Luisa Conte, al Teatro Sannazaro di Napoli, che purtroppo proprio in questi giorni ha subito un devastante incendio.

Poi la svolta in Tv.

Sì, capitò per caso: nei corridoi della Rai di Napoli mi capitò di incontrare un funzionario, che già avevo conosciuto anni prima e che pochi giorni dopo, ricordandosi di me, proprio a causa di quell’incontro a Napoli, mi chiamò per un provino a Roma. Si trattava del provino per il programma “Luna Park”, ideato da Pippo Baudo. Iniziò così la mia avventura con “La Zingara”. Avevo già fatto tv, ma solo sceneggiati; per me l’esperienza della “Zingara” fu un’assoluta novità, un’esperienza totalmente nuova in un mondo che mi parve chiassoso e colorato.

Arrivò il successo di pubblico.

Fu incredibile con punte di otto milioni di spettatori. In Rai l’avventura della “Zingara” durò per otto anni, otto anni durante i quali continuai però a fare, sempre, anche teatro.  

Dopo questa esperienza di popolarità cosa è accaduto?

Avevo già fatto cinema (con Tornatore e Troisi), ho continuato con altri registi, ho partecipato a qualche fiction, ma il teatro è rimasto la mia principale attività e mi appassiona sempre moltissimo.

La sfida del teatro di mostrare il vero sotto le spoglie palesemente false della finzione è avvincente. È arduo coinvolgere gli spettatori in un gioco del genere, suscitare consciamente o inconsciamente in loro lo stesso stupore di Amleto - di fronte alle lacrime finte, ma vere, di un attore - che fa sorgere in lui la famosa domanda: "Che cos'è Ecuba per lui, o lui per Ecuba, tanto da piangere per lei?”

Tornando a Hostages...

Lo spettacolo dopo Napoli approderà a Roma al Teatro Cometa Off dal 19 al 22 marzo. E spero si inserisca in un circuito nazionale anche nella prossima stagione.

In apertura e all'interno, foto di Marco Macchiavelli