Giovedì 12 febbraio 2026 è stato presentato a Roma, presso la sala stampa della Camera dei Deputati, il libro Cave Canem! Il cane in cento scrittori, di Felice Modica, edito da Olio Officina. Tra gli intervenuti Pietro Pietrafesa, il segretario generale di Fondazione UNA, ente del terzo Settore che opera per preservare le ricchezze faunistiche, paesaggistiche e rurali d'Italis, di cui riportiamo la recesione. Buona lettura.
Come Fondazione UNA proviamo a fare qualcosa di molto simile a quanto emerge dal libro di Felice Modica, Cave Canem! Il cane in cento scrittori. Dal 2015 lavoriamo per creare uno spazio di confronto tra mondi che troppo spesso vengono raccontati come contrapposti: quello venatorio, quello ambientalista, quello agricolo, quello scientifico e accademico. In realtà condividono tutti la stessa responsabilità: la tutela del patrimonio naturale e culturale del nostro Paese e della natura in generale.
Ciò che spesso manca, dunque, non è la volontà di proteggere la natura, ma il dialogo. E in UNA crediamo che il collante tra realtà diverse non possa che essere la cultura. Per questo promuoviamo e sentiamo vicini libri come Cave Canem, capaci di aprire uno spazio di riflessione serio, documentato, non superficiale. È lo stesso spirito che ci aveva guidato lo scorso anno con la promozione del precedente lavoro di Felice Modica, ovvero Sonar bracchetti e cacciatori aizzare.
Prendendo ad esempio l’attività venatoria, è innegabile constatare come nel dibattito pubblico venga spesso ridotta a una caricatura di sé stessa: arcaica, brutale e fuori dal tempo. La classica rappresentazione semplificata che non aiuta nessuno, perché non permette di approfondire ciò che invece è complesso.
A questa percezione si può rispondere solo con cultura e metodo: riappropriandosi del nostro patrimonio culturale e adattandolo alle sensibilità del contemporaneo.
Tornando a Cave Canem!, il filo conduttore tra quest’ultimo e la nostra attività è chiaro. Attraverso il contributo di cento scrittori, Felice Modica propone uno studio che scava, che non semplifica, e che richiama un dato essenziale: il rapporto tra uomo e cane è un punto sorgivo della nostra identità. Così come lo è la caccia.
Il cane è stato il primo alleato dell’uomo. Prima delle città, prima delle istituzioni, prima dell’agricoltura organizzata. Compagno nella caccia, nel lavoro, nella difesa. Strumento di sopravvivenza, ma anche presenza affettiva.
In questo libro, infatti, si descrive l’attività venatoria attraverso lo sguardo del cane, il “miglior amico dell’uomo”, la cui natura di cacciatore non gli impedisce di essere riconosciuto come compagno di vita esemplare, amato dalla società e non per questo criminalizzato per ciò che è.
Come ricorda lo stesso Felice Modica nelle sue pagine: “La caccia si può legittimamente amare oppure odiare con tutto il cuore. È però innegabile che il cane sia cacciatore (...) con buona pace di chi non sia d’accordo. Del pari, nessuno provvisto di un minimo di senso estetico può negare la bellezza in sé di una canina azione di caccia.”
Ecco quindi che l’obiettivo non deve essere quello di dividere tra chi ama e chi odia la caccia ma riconoscere che il rapporto tra uomo, cane e natura è più complesso di quanto venga spesso raccontato.
E Felice Modica nel suo libro ci da diversi esempi di questo. Ne cito solo alcuni:
Guy de Maupassant, nel racconto Le beccacce, scrive “Siamo convinti che la beccaccia non bisogna cercarla, bisogna trovarla. Ci si imbatte nelle beccacce.”
In quell’ “imbattersi” c’è un’idea di caccia che non è dominio, ma attenzione. Non è possesso, ma relazione con il territorio e, soprattutto, con il proprio cane.
Anche Italo Svevo, in Argo, il politico, scrive «Il mio cane da caccia, Argo, mi guardava con curiosità e un po’ d’ansietà temendo che la mia irrequietezza non prendesse un’altra direzione. E descrive il cane come una presenza che osserva e misura l’uomo, quasi lo richiama alla coerenza. Non è un accessorio. È uno specchio della sua coscienza.
William Faulkner, invece, racconta la caccia come metafora della vita, in cui inserisce tutta la profondità del rapporto tra cane ed essere umano, inserendo il discorso di sacrificio per il raggiungimento di un obiettivo condiviso.
Per chiudere, ecco cosa restituisce, a mio avviso, Cave Canem!: l’attenzione alla dimensione relazionale presente tra diversi elementi, che nel dibattito contemporaneo è diventata invece sempre più marginale.
Come Fondazione UNA lavoriamo perché il confronto sull’attività venatoria non resti intrappolato negli slogan. Oggi la caccia è regolamentata, pianificata, inserita in strumenti di gestione faunistica. È parte di un sistema di gestione del territorio.
Ma le norme, da sole, non bastano.
Serve consapevolezza culturale.
Serve ricordare che il rapporto tra uomo e natura non nasce oggi. Ha radici profonde. E il cane è uno dei simboli più evidenti di questa meravigliosa storia condivisa.