"Nel cuore del quartiere multietnico del Pigneto, presso la Scuola Primaria 'Giulio Cesare' dell’IC Via Dal Verme, è stata attivata una sezione a metodo Montessori. Questo percorso pedagogico, sviluppato da Maria Montessori all'inizio del Novecento, si pone oggi come un efficace strumento di integrazione, coinvolgendo attivamente anche i bambini della comunità bengalese residente nel territorio."
Il Metodo Montessori è ancora attuale
Ho incontrato Sara Re, referente della sezione Montessori presso la scuola primaria “Giulio Cesare” (I.C. Via Dal Verme), al Caffè Cinquanta 5 di via Tempesta, nel cuore di Tor Pignattara. “Il metodo Montessori – mi dice Re - ha più di cento anni ma è ancora attuale e vitale. Il cuore di questo approccio consiste nel mettere al centro del processo educativo il bambino, i suoi bisogni e le sue motivazioni. Non è l’insegnante a ‘trasmettere’ nozioni, ma è l’ambiente stesso – preparato e reso stimolante – che promuove l’apprendimento autonomo. In un mondo alle prese con le straordinarie potenzialità dell’intelligenza artificiale e in cui è richiesto necessariamente pensiero critico e autonomia, questa impostazione è più che mai attuale. Il metodo favorisce curiosità, autostima, libertà responsabile e apprendimento attivo, pratico e sensoriale. Rispetta i tempi individuali di apprendimento di ciascun bambino, evitando standard rigidi; ciò favorisce cooperazione e tutoraggio tra i diversi bambini del gruppo classe. Si sviluppano così empatia, senso civico, capacità di lavorare in gruppo. Il contesto sociale e ambientale della scuola, i materiali sensoriali e didattici e le attività sono pensati per stimolare l’interesse naturale e la scoperta personale. I bambini sono messi nella condizione di fare per capire. Un tipo di acquisizione che consolida le competenze di base (italiano, matematica, lingua, scienze…) attraverso l’esperienza. Migliora concentrazione, coordinazione e indipendenza. Stimola attenzione ai dettagli, memoria e comprensione profonda. Montessori parlava di mente assorbente e mani intelligenti”.
Educazione inclusiva
Chiedo all’insegnante il significato di questa innovazione nel panorama educativo del ventesimo secolo. La risposta è netta: “il metodo Montessori ha costituito una svolta nel modo in cui comprendiamo e supportiamo l’apprendimento dei bambini. Non si deve dimenticare che Montessori aveva una solida formazione scientifica. È stata la terza donna in Italia a laurearsi in Medicina. Neuropsichiatra e pedagogista, elaborò il suo metodo innovativo partendo da un’attenta osservazione scientifica dei processi cognitivi infantili. Oggi, quell’approccio lo applichiamo in una scuola di un quartiere con forte presenza di comunità straniere, nel primo ciclo di istruzione. Ci gioviamo del supporto dell’Opera nazionale Montessori e dell’Associazione Romana Montessori. E abbiamo l’avallo del Ministero dell’Istruzione e del Municipio V. La personalizzazione dei tempi di apprendimento, tipica del nostro metodo, favorisce l’inclusione. Si tratta, dunque, di un approccio oggi in perfetta sintonia coi principi dell’educazione inclusiva promossi anche dalle indicazioni ministeriali”.
Coltivare lo spirito dell'accoglienza e il rispetto dell'altro
Invito la docente Re a spiegare come il metodo educativo adottato si applica virtuosamente all’incontro tra diverse identità religiose e culturali. “È importante – afferma l’insegnante - che l’altro non venga considerato soltanto un individuo di diversa nazionalità ma una persona ricca di potenzialità che arricchisce ognuno di noi. Così, nelle nostre classi, formate per metà da figli di bangladesi, accompagniamo i bambini nel coltivare lo spirito di accoglienza e il rispetto dell’altro”. Domando come è stato visto il metodo dai genitori di altre culture. “È stato progressivamente percepito non come un’alternativa lontana dalla propria cultura, ma come uno strumento capace di valorizzare il potenziale dei bambini, favorendo tolleranza, rispetto delle differenze e successo scolastico. In particolare, l’attenzione ai tempi di ciascuno ha rappresentato un elemento chiave per sostenere i bambini bilingue o in fase di acquisizione della lingua italiana. Il dialogo costante tra scuola e famiglie, insieme alla mediazione culturale, ha contribuito a trasformare il metodo Montessori in uno spazio educativo, dove tradizione e innovazione pedagogica si incontrano. In questo modo la comunità bengalese ha potuto riconoscere nella scuola montessoriana un ambiente accogliente, rispettoso e capace di accompagnare i bambini non solo nella crescita scolastica ma anche in quella personale e sociale”.
Il bambino protagonista
“Integrare persone con culture diverse non è semplice” penso ad alta voce mentre Sara Re termina di rispondere alla mia domanda. “E se facessimo parlare la storia?” incalzo. Ricordo alla mia interlocutrice che Montessori fondò la prima Casa dei bambini nel quartiere San Lorenzo nel 1907. E solo dopo pochi anni sorsero le borgate, per iniziativa di immigrati provenienti dalle altre province del Lazio e dalle altre regioni centro-meridionali, proprio dove ora c’è la sezione Montessori. Chiedo: “C’è un filo rosso che potrebbe essere recuperato?”. “Sì – risponde l’insegnante -. L’identità storica di questa continuità è un filo pedagogico che andrebbe ricostruito. Entrambe le esperienze incarnano l’idea che l’educazione debba essere un ambiente predisposto in cui il bambino sia protagonista del proprio sviluppo”. “Quasi come una comunità locale che si mette in moto per conseguire uno sviluppo autopropulsivo” è il mio controcanto. E Re continua: “Senza un maestro autoritario ma con una guida osservante e facilitatrice del lavoro del bambino”. La guardo e sorrido: “Una scuola, dunque, che permetta ai cittadini di domani di diventare facilitatori di sviluppo della comunità in cui vivranno?”. L’insegnante mi risponde: “E perché no?”. Rimetto i piedi per terra e osservo che nel Municipio V ci sono ancora diverse aree agricole pubbliche e private. Re s’illumina: “È una cosa a cui penso spesso. Le Case dei bambini di Montessori erano predisposte per svolgere attività didattiche ‘nel giardino e nell’orto’. Attività che escludevano volutamente ogni carattere terapeutico o professionale ma che venivano svolte solamente per favorire la conoscenza scientifica della natura e per permettere di godere meglio degli aspetti spirituali che essa può offrirci. Dunque, gli orti di cui avremmo bisogno non hanno una dimensione standard. Come diceva l’insigne pedagogista, il bambino deve poter sorvegliare tante piante quante ne entrano nella sua coscienza, quante se ne fissano nella sua memoria, in modo che gli siano conosciute”. Il metodo Montessori può anche aprire una pagina nuova dell’agricoltura sociale.
In apertura, foto di Olio Officina