Negli ultimi giorni ho letto l’aggiornamento dell’Area Studi Mediobanca sull’industria dell’olio d’oliva.
Il mondo produce 3,6 milioni di tonnellate: +38%.
La Spagna vola.
La Tunisia cresce.
La Turchia esplode.
L’Italia, invece: - 31%.
Eppure, l’olio italiano continua a costare 1,5 volte quello greco, quasi il doppio di quello spagnolo.
Qualcuno direbbe: siamo troppo cari. Io mi faccio un’altra domanda: “siamo troppo cari, o troppo poco raccontati?”
Nel frattempo, i consumi crescono nel mondo.
Gli Usa aumentano.
In Italia si consuma meno.
In Gdo si vende di più solo quando il prezzo scende
Il rischio è chiaro: l’olio diventa una commodity.
Ma l’olio non è una commodity. È terra, clima, mani sporche, notti in frantoio, annate buone e annate cattive.
È identità.
L’Italia oggi produce meno.
La Liguria, la mia Liguria, ancora meno.
E forse è proprio qui la chiave. Quando una cosa diventa rara, si può scegliere: inseguire il prezzo, oppure costruire valore.
Noi abbiamo scelto la seconda strada.
Meno quantità, più carattere.
Meno sconto, più storia.
Meno volume, più visione.
Qualcuno la chiama testardaggine.
Io la chiamo follia unta.
E se il mondo corre sui numeri, noi continueremo a correre sull’anima.
Nella foto in apertura c’è la mano di mio padre, Pippo Roi.