Siamo giunti alla tredicesima edizione del contest Forme dell’Olio, un’occasione privilegiata per fare il punto sul mondo dell’olio, come pure degli aceti, attraverso i segni che lo identificano: contenitori, etichette, confezioni e innovazione di prodotto. In questo contesto, è fondamentale ricordare il ruolo di Olio Officina che, con questa iniziativa, ha saputo imprimere una spinta decisiva per sensibilizzare i produttori a considerare la totalità della “vestizione” ben oltre il valore intrinseco del contenuto. Negli anni abbiamo assistito a una forte crescita del comparto visual, espressa attraverso una scala di valori che varia certamente a seconda del mercato di riferimento e della forza produttiva degli imprenditori. Se da un lato la solidità economica aiuta a spingersi verso progettualità ardite, dall’altro va riconosciuto lo sforzo delle piccole e medie aziende che, proprio grazie a questa iniziativa, hanno iniziato a rivolgere una maggiore attenzione alla comunicazione del prodotto.
Il salto di qualità più evidente è avvenuto circa tre o quattro anni fa, quando una rilevante proposta di novità e idee ci aveva fatto sperare in un effetto traino per l’intero settore; tuttavia, ad oggi constatiamo un leggero mantenimento dei valori espressi, lasciando solo a iniziative sparse la volontà di rivedere e proporre concetti davvero nuovi. Lo sforzo futuro deve dunque risiedere nel riconsiderare il significato della “visual imagination”: l’impaginazione deve farsi portavoce di un sentimento identitario, capace di dare espressione anche alla bottiglia più semplice. Se è vero che un imballo da regalo o una confezione speciale possono restituire facilmente valore attraverso forme, colori e narrazione, è altrettanto importante volgere un occhio più attento alle proposte “da scaffale”, ricercando un’identità di prodotto che sia realmente avvincente.
Bottiglia, etichetta, tappo e capsula restano gli elementi primari che giocano un ruolo fondamentale nell’indirizzare il consumatore: è lì che si forma la vendita ed è lì che si aggancia l’acquirente. Si tratta di una sorta di attrazione che non deve puntare sulla spettacolarizzazione per colpire, ma deve semplicemente raccontare un’identità attraverso una fisionomia e un linguaggio volti alla chiarezza, alla proporzione e alla conoscenza della cultura del progetto visivo. Purtroppo, ancora troppo spesso il tema è affrontato in autonomia, senza consultare professionisti esperti; talvolta si rileva una scarsa centralità del progetto anche quando la proposta è frutto di grafici e designer. La scelta di campo è invece fondamentale: occorre affidarsi a chi sa governare la completezza dei segni e possiede la competenza per offrire un corretto principio grafico alla totalità dell’opera.
Sussiste ancora un certo disordine visivo - un’etichetta corretta abbinata a una bottiglia poco coerente o a un tappo fuori luogo - che genera scarsa chiarezza nel progetto finale e non giova alla presenza sullo scaffale. Nonostante ciò, rileviamo un impegno concreto da parte delle aziende nell’esprimere un pensiero che le rappresenti e, in questa edizione 2026, una maggiore candidatura di prodotti. Auspichiamo dunque una continua adesione al concorso per le prossime edizioni, consapevoli che il grande lavoro espresso da Luigi Caricato, dalla giuria e dallo staff di Olio Officina stia portando il mondo dell’olio e dell’aceto a costruirsi una sempre più legittima dignità e identità.
In apertura, il ritratto del food designer Mauro Olivieri, Presidente della giuria dei contest Forme dell’olio, Forme dell’aceto, Forme Design-Designer dell’anno. Il testo che abbiamo pubblicato qui, sul nostro magazine web, è possibile leggerlo anche sfogliando lo speciale "Packaging & design", sia in edizione cartacea nel formato tabloid, sia in edizione digitale sfogliabile.