A settembre, le previsioni indicavano il ritorno alla normalità, con una stima di produzione pari a 300mila tonnellate, dopo anni di siccità e costi alti. “In parte è andata così”, spiega Anna Cane, presidente del Gruppo olio d’oliva di Assitol. “L’Italia – chiarisce – ha certamente recuperato quantità e posizionamento di mercato, ma nel succedersi dei mesi le prospettive si sono ridimensionate per l’instabilità climatica, divenuta ormai fattore di grande impatto”.
A determinare l’andamento del settore olivicolo-oleario è infatti il cambiamento climatico, ad oggi la variabile che più incide su produzione e mercato. È il caso della Spagna, leader di mercato per quantitativi di produzione, che soffre da mesi gli effetti di cicliche piogge alluvionali. Durante l’inverno, il maltempo ha colpito duramente anche il Sud Italia. L’enorme quantità di pioggia sta mettendo a rischio la salute degli ulivi, i quali non sopportano grandi quantità di acqua. Una rivoluzione climatica che cambia le carte in tavola, tant’è che di recente l’aumento delle temperature sta permettendo a regioni come Piemonte e Val d’Aosta di investire in olivicoltura.
Quale futuro per il comparto oleario italiano
“La preoccupazione - osserva la presidente degli industriali, Anna Cane - è che l’attuale fase climatica possa impattare in modo irreparabile sulle piante, aggravando lo storico deficit produttivo dell’olivicoltura italiana, che riesce a soddisfare solo un terzo del nostro fabbisogno, pari a un milione di tonnellate”. Per questa ragione, da decenni le aziende olearie sono costrette a importare dall’estero, selezionando con cura la materia prima nel Mediterraneo.
“Guardiamo con favore il Piano olivicolo Nazionale promosso dal Ministero delle Politiche Agricole con l’intento di accrescere i quantitativi e modernizzare il settore, introducendo così nuovi sistemi colturali e varietà più resistenti agli stress idrici e alle fitopatologie. In questo modo – aggiunge Anna Cane – sarà più agevole anche valorizzare la specificità dell’extra vergine italiano”. Si tratta tuttavia di un obiettivo che richiederà tempo e impegno. “In un quadro così incerto a causa del clima imprevedibile – aggiunge Anna Cane - appare indispensabile diversificare le fonti di approvvigionamento per proporre al consumatore prodotti sani e sicuri, grazie ai nostri sistemi di tracciabilità e controllo qualità”.
Rafforzare la tracciabilità
L’Italia conta già su una rete nazionale unica nel suo genere, composta da ben otto autorità competenti che vigilano sul prodotto immesso sul mercato italiano, sia dalle frontiere che nel frantoio. Il Sian, il sistema telematico nazionale che monitora i flussi oleari in entrata e in uscita dall’Italia, assicura una costante verifica degli oli prodotti o semplicemente posti in commercio. “Abbiamo chiesto alla Commissione Europea di rafforzare la tracciabilità in tutta Europa – ricorda la presidente degli imprenditori oleari - estendendo il Sian a tutta l’Europa”.
C’è poi il panel test. L’olio d’oliva è anche l’unico prodotto alimentare sottoposto ad analisi sensoriale. Il panel test, appunto, che ne valuta la qualità, prima di essere posto in commercio, in ragione di un giudizio espresso da un gruppo di assaggiatori professionisti. Ogni oleificio – rammentano da Assitol – effettua al suo interno migliaia di controlli ogni anno sulle materie prime e sui suoi prodotti finiti: oggi la tecnologia consente al consumatore di seguire l’intero percorso dell’olio, dal campo alla tavola, attraverso l’utilizzo sempre più diffuso del QR code.
C’è molto da fare in termini di politica dei consumi. Secondo i dati del Consiglio Oleicolo Internazionale, l’olio d’oliva rappresenta infatti solo il 4% dei consumi di grassi alimentari nel mondo. “Occorre impegnarsi nel promuovere il nostro olio extra vergine di oliva”, puntualizza la presidente Anna Cane. “Non è un condimento qualsiasi, ma un incontro di sapori, storia, salute e convivialità”.
Si ringrazia per la notizia Silvia Cerioli. La foto di apertura è di Palazzo di Varignana