Si tratta di un vitigno parecchio esigente, che mette a dura prova chi si cimenta con lui sia in vigna, sia in cantina; tuttavia, la sua spiccata attitudine a esprimere in modo nitido i differenti terroir lo ha reso un punto di riferimento per la realizzazione di vini rossi di particolare finezza, laddove le condizioni ambientali lo mettano a proprio agio.

Le fonti ampelografiche collocano intorno alla metà del XIX secolo la sua introduzione in Italia, soprattutto nelle aree settentrionali, più compatibili dal punto di vista pedoclimatico con le esigenze del vitigno: clima fresco, forti escursioni termiche, suoli ben drenati. Lombardia, con l’Oltrepò Pavese in testa, Trentino, Alto Adige e Valle d’Aosta sono gli areali in cui si è maggiormente diffuso, impiegato molto spesso nella spumantizzazione.

La Toscana non è storicamente associata al Pinot Nero, se si esclude una piccola presenza impiantata tra il 1860 e il 1877 dal nobile fiorentino Vittorio degli Albizi nella sua tenuta di Pomino, oggi nel comune di Rufina, in Valdisieve.

Il clima della regione, prevalentemente mediterraneo, con inverni miti, estati calde e forte irraggiamento solare, ne ha sempre scoraggiato la diffusione, privilegiando altre varietà di impronta internazionale, come Cabernet e Merlot, dotate di maggiori capacità di adattamento.

Le prime prove significative risalgono alla fine del secolo scorso, spesso in contesti sperimentali, con l’introduzione del Pinot Nero nelle aree appenniniche interne, lungo i versanti collinari ad altitudine medio-alta, oppure in territori caratterizzati da forti escursioni termiche. L’obiettivo era duplice: reintrodurre la viticoltura nelle aree marginali e incrementare l’originalità del panorama enologico regionale.

Attualmente le zone più promettenti sono il Casentino e il Mugello, seguite a distanza da Lunigiana e Garfagnana, e qualche sporadica presenza tra le colline più elevate del Chianti Classico.

Dunque, il Pinot Nero in Toscana rimane una produzione di nicchia, spesso legata a piccoli produttori dall’approccio artigianale, come il Podere della Civettaja a Pratovecchio Stia, nell’Alto Casentino, in provincia di Arezzo. Siamo in una delle valli principali attraversate dal fiume Arno, al confine naturale con la Romagna.

L’artefice dell’azienda è Vincenzo Tommasi, agronomo e vinificatore d’eccellenza. Affascinato dai grandi Pinot Noir di Borgogna, nel 2006 ha impiantato le prime viti, per dar voce alla varietà tra i rilievi toscani. La profonda conoscenza dei luoghi, dovuta alle sue radici casentinesi, gli ha permesso di individuare un piccolo areale, adagiato su suoli argilloso-calcarei a circa 500 metri di altezza, dove mettere a dimora le nuove barbatelle, con impianti ad alta densità intorno ai 9.000 ceppi per ettaro. Il primo raccolto nel 2008, poco più di un paio di damigiane vinificate a titolo sperimentale, ha confermato la bontà della scelta e da lì è stato un susseguirsi di successi, che oggi collocano il Podere della Civettaja tra gli interpreti più convincenti del Pinot Nero italiano.

La compagine societaria si è nel frattempo allargata a Lucia Stefani e Alessio Piccini, che già collaboravano con Vincenzo come dipendenti.

 

Sotto la lente mettiamo il Pinot Nero, unica tipologia prodotta (circa 7.000 bottiglie), da una superficie vitata di tre ettari, suddivisi in sei parcelle e condotti in regime biologico.

La vendemmia, rigorosamente manuale, si colloca nella prima metà di settembre. Va premesso che ogni vigna è vendemmiata e vinificata singolarmente, e il vino ottenuto è mantenuto separato fino alla realizzazione della massa finale, poco prima dell’imbottigliamento. L’uva diraspata è depositata ad acino intero in piccole vasche di cemento tra i 10 i 15 quintali e in barrique verticali aperte. La fermentazione si avvia spontaneamente per mezzo dei lieviti indigeni, con macerazione sulle bucce per circa venti giorni. Il vino riposa poi per 12 mesi in barrique usate e in cemento per altri 10, fino all’imbottigliamento manuale, per gravità e in assenza di filtrazioni; segue l’affinamento in bottiglia per 9 mesi.

Rubino vivido di seducente trasparenza. L’esordio olfattivo è orientato su fragranti sentori di mirtillo, ribes rosso e fragoline di bosco, intercalati da richiami di lavanda lievemente appassita, curcuma, anice stellato e liquirizia, con refoli balsamici di resina di pino in chiusura. Al palato si espande lentamente, elegante e sottile, grazie a un’equilibrata dotazione calorica affiancata da un tannino setoso, in grado comunque di donare dinamicità al sorso, indirizzandolo verso un finale sapido, dalla lunga e raffinata persistenza.

Servito a una temperatura di 16 °C accompagna molto bene le carni rosse alla brace e la selvaggina, con una spiccata predilezione per la scottiglia, una sorta di spezzatino di carni assortite. 

Toscana Pinot Nero 2014 - Podere della Civettaja

Pinot Nero 100% - 13% vol.

In apertura, foto di Ilaria Santomanco