Tra il lago di Caldaro e le pendici della Mendola si sviluppa l’Oltradige, uno dei territori vitivinicoli più caratteristici e produttivi dell’Alto Adige. Dal punto di vista strettamente geografico comprende solo i comuni di Appiano e Caldaro, una precisazione opportuna perché talvolta il nome Oltradige è utilizzato in maniera più estensiva, allargandolo parzialmente alla Bassa Atesina. Appiano si trova nella parte settentrionale del comprensorio e, grazie soprattutto alle frazioni di San Michele, San Paolo e Cornaiano, è uno dei centri vitivinicoli più dinamici della provincia. Caldaro, più a sud, si sviluppa intorno al paese storico e lungo i pendii che scendono verso il lago omonimo, un elemento paesaggistico e climatico di notevole importanza.

Nella classifica dei comuni più vitati dell’Alto Adige Appiano e Caldaro occupano i primi due gradini del podio, con Bolzano sorprendentemente al terzo posto.

La viticoltura è il risultato di una felice articolazione ambientale, una sorta di transizione fra il mondo alpino e quello mediterraneo, dove vigneti si arrampicano dal fondovalle verso le pendici montane, adagiati su un mosaico geologico fatto di porfidi, calcari, depositi morenici e materiali alluvionali, con una notevole variabilità anche a distanze molto brevi. Il risultato è una produzione capace di esprimere vini assai diversi tra loro, nei quali acidità, profumi e struttura sono fortemente condizionati dall’altitudine e dall’esposizione.

La varietà storicamente legata alla zona è la Schiava, che con i suoi tre biotipi fornisce la materia prima per la Doc Lago di Caldaro, la prima denominazione riconosciuta già nel 1970 e l’unica rimasta dopo l’accorpamento nel 1975 di tutto il resto della produzione nella Doc Alto Adige.

Negli ultimi decenni il territorio ha conosciuto una significativa evoluzione, e alla tradizione cooperativa, fondamentale per l’economia locale, si è affiancata una generazione di piccoli produttori, sempre più attenti alla valorizzazione delle diverse espressioni territoriali. In mezzo, permangono alcune aziende private dall’immagine consolidata, come Manincor, Kettmeier, Elena Walch e Castel Sallegg, ciascuno con una lunga storia alle spalle.

Nel caso di Castel Sallegg, la presenza di una cantina all’interno del castello è documenta fin dal Settecento, ma l’attività produttiva vera e propria risale al 1851, anno in cui il complesso fu acquistato dall’arciduca Ranieri Giuseppe d’Asburgo, viceré del Regno Lombardo Veneto. Da allora il castello è entrato stabilmente nell’orbita della famiglia che ancora ne detiene la proprietà.

Tre appezzamenti, per una superficie complessiva di 30 ettari, assicurano una produzione media di 200mila bottiglie, dando vita a ben 18 etichette. Leisenhof e Preyhof sono i poderi più vicini al castello: il primo, a 500 metri di altitudine, nelle immediate adiacenze della cantina, è il regno dei vitigni a bacca bianca, in prevalenza Sauvignon, Chardonnay e Gewürztraminer. Nel secondo, a una quota leggermente più elevata, si coltivano Pinot Bianco e Pinot Nero, che beneficiano di temperature più fresche e di una maggiore escursione termica. Il più celebre dei tre è Seehof, con i suoi pendii che digradano verso il lago. Vi trovano posto l’immancabile Schiava, che spicca nel vigneto Bischofsleiten, insieme a Merlot e Cabernet Sauvignon, ma soprattutto il nobile e raro Moscato rosa, attorno al quale si è sviluppata una storia tra le più singolari.

Sulla base della documentazione aziendale il Moscato Rosa sarebbe stato portato dalla Sicilia a Caldaro nel 1892 dal conte Enrico Lucchesi Palli, principe di Campofranco e bisnonno dell’attuale proprietario dell’azienda, il conte Georg von Kuenburg. Si narra che avesse portato il pregiato vitigno come dono di nozze per la sua sposa, Maria Raineria, nipote dell’arciduca Ranieri Giuseppe d’Asburgo.

Tuttavia, alcuni studi recenti certificano un’affinità genetica tra il Moscato Rosa, coltivato prevalentemente in Alto Adige, Trentino e Friuli-Venezia Giulia, e il Muškat Ruža Porecki (ossia di Parenzo), presente da secoli lungo la costa dalmata. In Sicilia resistono solo pochi filari di una varietà registrata con il nome Moscato delle Rose, una circostanza che infittisce ancor di più il mistero sulle origini.

Del resto, la composita famiglia dei Moscati, con tutte le sue sfaccettature (cromatiche, genetiche, sensoriali e quant’altro), ci aveva già abituati a parecchie sorprese.

Anche dal punto di vista ampelografico il Moscato Rosa è un vitigno sui generis: sviluppa esclusivamente fiori femminili, dunque per ottenere una buona fecondazione necessita della vicinanza di altre varietà impollinatrici; inoltre, manifesta con facilità colatura e acinellatura. La conseguenza è una produttività bassa e spesso irregolare, elemento che ne ha scoraggiato la diffusione. In Alto Adige, ad esempio, la superficie coltivata è di appena sette ettari.

La declinazione prevalente in vino dolce non è casuale, poiché le rese naturalmente ridotte, la forte aromaticità e la tendenza a sviluppare acini piccoli e concentrati lo rendono adatto all’appassimento o alla surmaturazione in pianta. Inoltre, la vinificazione con macerazione delle bucce consente di estrarre una moderata componente fenolica, utile per la conservazione e per mitigare le componenti di morbidezza.

Sotto la lente mettiamo il Moscato Rosa Vendemmia Tardiva, di cui si producono soltanto un migliaio di mezze bottiglie da 0,375, quando l’annata lo consente.

Le viti sono allevate a spalliera su terreno sabbioso-limoso, permeato da ghiaia calcarea ad alto contenuto di humus, a 230 metri di altezza in prossimità del lago. L’appassimento, per concentrare gli zuccheri e le sostanze estrattive, avviene attraverso la raccolta tardiva in pianta, con selezione manuale delle uve, tra la fine di settembre e i primi di ottobre. In cantina i grappoli vengono diraspati, leggermente pressati e lasciati a contatto con le bucce a temperatura controllata per una settimana, finché la fermentazione si interrompe. Il vino riposa poi per 12 mesi in acciaio e affina per lo stesso tempo in bottiglia.

Rubino luminoso con tenui riflessi che virano al carminio. L’esordio olfattivo è un tripudio di sentori fruttati: sciroppo di lampone, succo di melagrana, confettura di ribes rosso e fragoline di bosco macerate nello zucchero. Seguono cenni di petali di rosa e sfumature di timo, erbe officinali, chiodi di garofano e cannella, con un refolo di anice stellato in chiusura. Al palato la dotazione calorica è appena sussurrata, per lasciare spazio a una garbata dolcezza, equilibrata da una rinfrescante vena sapida e da un tannino di squisita fattura, che sfumano in un finale di lunga persistenza. 

Servito intorno ai 12 °C, si può gustare come vino da conversazione, al limite con frollini al burro speziati alla cannella, oppure in abbinamento con lo strudel di ciliegie, ma è superlativo con la crostata alle fragoline di bosco.

Alto Adige Doc Moscato Rosa Vendemmia Tardiva 2023 - Castel Sallegg

Moscato Rosa 100% - 12,5% vol.

In apertura, foto di Ilaria Santomanco