Premetto che le informazioni seguenti mi furono fornite dal signor Pier Giorgio Romboli di Ponte a Moriano, appassionato storico e cultore del territorio della Brancoleria. Egli cominciò a rovistare nell'archivio parrocchiale della Pieve di Brancoli per approfondire le connessioni fra la famiglia Orzali e la Brancoleria stessa.

Cominciò le ricerche dal “registro delle anime”.

Giovanni Bernardo Orzali viveva nel paese di Gignano, in località Campori, e faceva l'agricoltore. Discendeva dalla numerosa e antica famiglia degli Orzali, la cui presenza a Gignano è attestata con Nicolao a partire dal 1580. Bernardo aveva due figlie: Margherita e Caterina, e un figlio maschio, Giovanni Maria. Giovanni Maria era nato a San Giorgio di Brancoli (Lucca), dove era stato battezzato il 14 settembre 1757[1].

Nel 1760, Bernardo si trasferì a Veneri e da qui a Collodi, a quel tempo sotto la giurisdizione lucchese, dove trovò impiego come fattore presso la famiglia dei Marchesi Garzoni. Quando il figlio Giovanni Maria giunse all’età di quattordici anni, fu preso sotto la propria responsabilità dal cugino paterno Michele, stanziatosi a Pescia per motivi di lavoro.  Dopo qualche anno – come confermano le carte parrocchiali – ritroviamo Giovanni Maria a Collodi, dove entrò alle dipendenze dei Marchesi Garzoni come fattore, apprendendo e proseguendo così il mestiere del padre e venendo soprannominato “il Magnifico”. Da piccolo, Giovanni Maria avrà ascoltato racconti, storie e leggende del territorio, appresi magari alla scuola di Colle, presso la Villa Brancoli, dove il cappellano istruiva i ragazzi del paese per ordine della stessa famiglia nobile (a quel tempo qui non esisteva ancora la scuola pubblica che il Comune di Lucca avrebbe istituito solo dopo il 1870).

Nel 1791 Giovan Maria si sposò con Caterina Brunelli, dalla quale ebbe ben 13 figli, la maggior parte dei quali morirono ancora in fasce o in giovanissima età.

Tra i suoi figli fu Maria Angela Carolina, nata a Collodi il 13 agosto 1800 e chiamata da tutti Angiolina. Nel 1825, Angiolina sposò Domenico Lorenzini, che lavorava come cuoco per i Marchesi Ginori Lisci di Firenze. Dalla loro unione nacquero 10 figli, tra cui – il 24 novembre 1826 - Carlo Lorenzo Filippo Giovanni Lorenzini, che successivamente assumerà lo pseudonimo di Collodi in omaggio al paese di origine della madre, da lui considerato come esempio degli umili oppressi dall’autoritarismo dei sovrani assoluti del proprio tempo, prima; e, dopo l’unità d’Italia, delle politiche insensibili alle condizioni dei ceti più umili, dei senza-nome.

Carlo Collodi, pseudonimo di Carlo Lorenzo Filippo Giovanni Lorenzini

Com’è noto, Carlo Lorenzini visse insieme con la famiglia dei nonni e degli zii materni la maggior parte dell’infanzia proprio a Collodi, dove frequentò le scuole elementari e dove ebbe modo di conoscere il nonno Giovanni Maria Orzali. Forse proprio dalla voce del nonno il piccolo Carlo ha ascoltato, la sera a veglia, le leggende tramandate dalla sua antica terra d'origine.

Nel capitolo XII delle Avventure di Pinocchio, il burattino incontra per strada due malviventi e ingannatori: il Gatto e la Volpe, una coppia di vagabondi truffaldini che si aiutano a vicenda. Il Gatto cieco e la Volpe zoppa (o, meglio, che fingono di esserlo) avvertono fin dal loro aspetto che è bene tenersene a distanza. La tradizione popolare, infatti, riteneva che una persona zoppa portasse disgrazia, in quanto la menomazione veniva vista come una punizione divina per gravi peccati commessi.

Come sottolinea Daniela Marcheschi nelle note al testo delle Avventure di Pinocchio, intorno alla figura della volpe esiste una tradizione che riguarda il vagabondo malintenzionato, il quale appare quasi sempre “sotto la veste della volpe adescatrice”, lesto com’è ad inventare ogni sorta di artificio, a simulare ogni genere di male”[2].

Anche il gatto, nella tradizione popolare - ce lo ricorda sempre Daniela Marcheschi -, ha come significato metaforico quello di “ladro”[3].

Tale tradizione è presente e viva anche nei racconti popolari orali della Brancoleria. Nell’immaginario toscano, il felino domestico, quando ruba, lo fa per la sua stessa natura (come possiamo riscontrare in aneddoti o stornelli popolari) oppure per astuzia rituale e truffaldina, come avviene ne Il Gatto con gli stivali, una fiaba che in Toscana aveva subito varie  riscritture,  come dimostra Carlo Lapucci [4].

Pertanto non sarebbe azzardato ipotizzare che una ispirazione per questi due celebri personaggi potrebbe forse risalire a racconti della Brancoleria appresi da Carlo Lorenzini proprio nella casa materna. Si tratta in particolare di una storia legata a due figure sopravvissute per molto tempo nell'immaginario popolare locale.

La leggenda racconta che lungo il sentiero che portava alla fontana del Rio vivessero, giù in un anfratto, due strani individui. Costoro giravano per i paesi raggirando chiunque incontrassero e di notte andavano a frugare tra le immondizie che gli abitanti di Gignano gettavano nel solco fuori dal paese. Questi due personaggi, coperti di miseri stracci, si chiamavano Grattafagna e Lentomicio, e chiunque andasse a prendere l'acqua alla fontana all'imbrunire poteva facilmente imbattersi in loro.

Grattafagna era così chiamato perché si grattava continuamente per difendersi dagli insetti e portava con sé una coda di volpe; Lentomicio, invece, aveva due lunghe gambe e occhi di gatto. I due si spostavano sempre insieme dalla Selva del Sarto lungo il sentiero che si snoda fra i castagni da Gignano a Piazza.

Nella Pieve di Brancoli ha vissuto fino a non molto tempo fa Aristide Orzali appartenente ad un ramo antico della famiglia. In una intervista, Aristide rievocava le memorie tramandate di generazione in generazione, facendo riferimento a una casa situata in località Campori, a circa cento metri dalle abitazioni di Gignano, che apparteneva agli eredi Orzali. In quella casa si filava la canapa e la sera, al lume di una lucerna, alcune donne di Gignano si riunivano “a veglia” per raccontare suggestive storie e leggende. Tra queste donne vi era quella di “Campitino”, frazione dove l’ultima casa dell’abitato era  costituita da due stanze, una sopra e una sotto, con due minuscole finestrelle, chiamata “la casa delle fate”. Secondo credenze radicate da secoli nella Lucchesia e non solo, tra la gente si era sparsa la voce che alla luce della luna si vedessero danzare le fate davanti alla loro casetta, giù nella piazza di Campitino. Un’altra storia raccontava che a metà strada si incontrasse la chiesa dedicata a San Donato (della quale oggi rimangono soltanto ruderi) e che di fronte ad essa vi fosse un tempo una siepe di bosso lunga circa mezzo chilometro, che segnava il confine con la proprietà degli Orzali. Lì, nascosto stava il Basilisco: una grossa lucertola verde con la testa di gallo.

Si può così immaginare che Carlo Lorenzini, negli anni trascorsi a Collodi, apprendendo da bambino, con curiosità e stupore, anche tali storie della Brancoleria, mentre scriveva le avventure del suo burattino “maraviglioso”, si sia divertito a reinventare anche questi racconti domestici della propria infanzia.

 

Bibliografia essenziale:

- Carlo Collodi, Opere, a cura di Daniela Marcheschi, Milano, Mondadori “I Meridiani”, 1995.

- Felice Del Beccaro, Leggende della Brancoleria; Estr. dal «Bollettino Storico Lucchese», V, n. 2, 1933.

- Paolo Fantozzi, Storie e leggende delle colline lucchesi, Firenze, Le Lettere, 2009.

- Roberto Ferretti, “Gli animali nella narrativa orale e in Pinocchio: alcune osservazioni in merito alle esperienze e ai patrimoni fiabistici toscani con particolare riguardo al Grossetano”, in Interni e Dintorni del Pinocchio, Folkloristi italiani del tempo del Collodi, a cura di Pietro Clemente e Mariano Fresta,  [Pescia-]Momntepulciano, Fondazione Nazionale Carlo Collodi-Editori del Grifo, 1986, pp. 215-240.

- Carlo Lapucci, Come una fiaba diventa toscana. Il Gatto con gli stivali, Montepulciano, Editori del Grifo, 1992.

- Carlo Gabrielli Rosi, Il Linchetto, Lucca, PromoLucca editrice, 2003.

- Carlo Gabrielli Rosi, Le Pizzorne e i paesi che le circondano, Lucca, Grafica Artigiana, 1987.

[1] Cfr. l'atto conservato a Lucca, presso l'Archivio di Stato: Archivi Gentilizi, Fondo Garzoni Venturi, 139 a: si legga Carlo Collodi, Opere, a cura di Daniela Marcheschi, Milano, Mondadori “I Meridiani”, 1995, pp. LXIX-LXX.

[2] Carlo Collodi, Opere, cit., p. 842, nota 42.

[3]Ivi, p. 964, nota 87.

[4] Carlo Lapucci, Come una fiaba diventa toscana. Il Gatto con gli stivali, Montepulciano, Editori del Grifo 1992.

  

In apertura, illustrazione Carlo Chiostri (Bemporad e Figlio, Firenze 1902)