Natalia Ginzburg pensava che la descrizione delle intimità domestiche fosse una prerogativa tipicamente femminile, perché quello era il loro regno di cui erano custodi incontrastate dei suoi più reconditi segreti.

Niente a che vedere con il concetto di “angeli del focolare”, ma donne impegnate e consapevoli, maestre orgogliose di questo loro ruolo.

Qui, in esergo, c’è un passo sulle stanze abitate da Proust, tratto da La strada di Swann nella traduzione (sarà un caso?) proprio di Natalia Ginzburg.

Il libro si suddivide in tredici parti.

La prima eponima, Il vestito a fiori, è una sorta di premessa.

Le altri dodici sono un viaggio attraverso luoghi della casa, delle case, sia esterni che interni, con personaggi che si muovono, a volte, dall’uno all’altro spazio.

Una specie di scatola a incastri, in cui domina il concetto di casa tanto da diventare un argomento di conversazione.

Compaiono le case frequentate a lungo che divengono «una modesta geografia delle nostre vite»; case che si arredano sulle mappe; case che si sognano per sé.

Poi ci sono le stanze: con colori o senza colori.

Cucine giallo pallido, cucine color pervinca.

Camere di sposi dove si dorme insieme e dove no.

Tutta una simbologia che investe anche la descrizione minuziosa dei vestiti.

Che si allunga alla scelta di quelli per le morte e di quelli per chi deve seguire i funerali.

E ancora i colori delle calze: «fucsia, verde ramarro, argentate e dorate, luccicanti o ricamate».

Perché gli oggetti ci parlano e ci pongono inesorabilmente di fronte a due desideri contrapposti: quello di disfarcene e l’attitudine all’accumulo.

Non mancano gli odori e i sapori per arrivare agli esseri umani.

C’è un nonno, tra i tanti, nella cui casa c’è una successione di porte.

Poi un padre di cui la figlia ricorda di avere avuto con lui solo un’unica avventura.

C’è Lina, la domestica, che è una presenza costante.

Dodici luoghi per dodici capitoli che sottolineano i tempi dell’attesa: l’attesa della morte della madre (come non pensare a Una morte dolcissima di Simone de Beauvoir?) personaggio chiave.

Pagine fatte di sguardi come se si sbirciasse da una finestra.

Brava l’autrice, Marina Guglielmi, docente universitaria e saggista, che con questo suo primo romanzo ha avuto la menzione speciale alla XXXVI edizione del Premio Calvino.

Un romanzo sulla vita che, per dirla con Perec «è passare da uno spazio all’altro».

 

Il vestito più leggero di Marina Guglielmi, Torino, FuoriAsse Edizioni, 2026