Siamo convinti che una delle migliori e sintetiche definizioni del teatro cecoviano l’abbia data il colto e raffinato attore Roberto Herlitzka, in un’intervista che ci concesse diversi anni fa e qui pubblicata [18 luglio 2019, Oltre le quinte… Intervista con Roberto Herlitzka, NdC], con quello che definiva un suo paradosso: «Shakespeare nei suoi momenti migliori sembra Čechov» e continuava: «È un mistero infatti rappresentare la vita com’è e farla diventare universale.»

Vorremmo aggiungere che la grandezza del grande Anton sta nel riuscire a esprimere l’ineffabile del quotidiano, con le sue pause, le sue frasi senza senso, l’abuso delle ripetizioni, l’impiego del silenzio di cui le battute scritte non sono che un’epifania parziale come sono quelle dei nostri giorni inutili.

Nessuna tirata teatrale: solo squarci di esistenza portati in scena con il giusto e reale equilibrio tra commedia e tragedia, i due poli in cui tutta l’umanità si barcamena, tra entusiasmi e sconfitte.

Vorremmo anche ricordare due “gabbiani” visti in passato: quello con la regia di Massimo Castri e quello di Mario Missiroli con Gastone Moschin.

Il gabbiano di Castri della stagione 1986-1987 con Annamaria Guarnieri e Massimo Popolizio nei ruoli della madre Irina Arkadina e del figlio Konstantin, fu un allestimento che si può considerare a buon diritto una delle prove più interessanti del teatro italiano, con una lettura cruda e analitica del testo.

Sul palco dominava la scena di Maurizio Balò con acqua reale, l’acqua del lago, con cui gli attori interagivano.

L’interpretazione di Castri tendeva a dimostrare come Čechov fosse un autore spietato e non di “atmosfere”, con personaggi non vittime del destino, ma carnefici di sé stessi.

Uno spettacolo interminabile, di tre ore, eppure privo di qualsiasi forma di lentezza.

Quello di Moschin, diretto da Mario Missiroli, nella stagione del 1990 si avvaleva delle scene e dei costumi del grande Enrico Job che, con sobria eleganza, ambientò l’atmosfera russa di fine Ottocento nella tenuta di campagna di Sorin, fratello dell’attrice Irina Arkadina.

Gastone Moschin interpretava Trigorin, lo scrittore amico di Irina Arkadina, Marzia Ubaldi (all’epoca moglie di Moschin) l’Arkadina e Nina era Emanuela Moschin. Insomma: quasi una produzione di famiglia.

Una messa in scena più convenzionale rispetto a quella di Castri, ma non per questo meno interessante.

Il regista Missiroli riuscì infatti a realizzare una versione fedele del testo e nello stesso tempo moderna.

Filippo Dini, regista e protagonista nel ruolo di Trigorin, dà pure lui una rilettura moderna del testo cecoviano che esplora l’incomunicabilità e le ambizioni fallite di un gruppo di anime fragili con aspirazioni artistiche riunite in una tenuta in riva al lago.

Di certo questa è l’opera più lirica di Čechov, dove ognuno ama chi non lo ricambia in una sorta di «rompicapo di amori incrociati» per dirla con Angelo Maria Ripellino.

Un’opera di incertezze e di rimpianti, dove troviamo chi vuole diventare scrittore, chi attrice in un «compendio di quattro vocazioni diverse» per citare sempre Ripellino.

Un’opera in cui i ruoli si invertono: i “vecchi” si sentono giovani e i giovani vecchi, ma tutti – indistintamente – si lamentano di non aver vissuto come avrebbero voluto.

E alla fine, dopo l’avvenimento – “quell’avvenimento” – tutti partono come accadrà ne Il giardino dei ciliegi.

L’originalità della regia di Filippo Dini consiste nell’aver ideato una “doppia” regia, ovvero la sua e quella dello spettacolo di Kostja con la regia del giovane Leonardo Manzan, affidando a quest’ultimo la ricerca di nuove forme sceniche in modo da rispecchiare il desiderio del personaggio cecoviano di rinnovare il teatro.

Così Manzan ambienta il tutto “fuori” dal teatro, facendo interagire i personaggi direttamente con il pubblico.  

Seguiamo le note di regia di Dini: «Il nostro autore – scrive Dini – sembra voler precipitare, in maniera inesorabile e priva di speranza, ciascuno dei suoi personaggi, nell’impossibilità di realizzare un personale miglioramento nella vita o la consacrazione delle proprie ambizioni. L’intero dramma è una testimonianza dell’assurdità del destino umano. […] come dovesse occorrere un’energia sovrumana per gettare una passerella sull’abisso che separa il sogno dalla realtà.»

E aggiunge «credo voglia indicarci in che modo […] le migliori e più nobili pulsioni sono destinate a fallire.»

Di certo Il gabbiano è metafora dell’assurdità del destino umano e ci narra un’umanità sull’orlo del baratro, alla ricerca di un alito di speranza per resistere in qualche modo alla malinconia, alla tristezza e alla rassegnazione.

In scena Filippo Dini, splendido protagonista e regista di Ghiaccio [di cui scrivemmo in questa sede [31 marzo 2022, Una tragedia moderna, NdC] ora nel ruolo di Trigorin, e Giuliana De Sio in quello di Irina Arkadina, già ammirati entrambi in Agosto a Osage County di cui scrivemmo [25 settembre 2023, Un dramma familiare, NdC] qui entrambi bravi seppur non al loro meglio.

Un plauso speciale va di certo alla deliziosa Nina della giovane Virginia Campolucci e pure al lucchese Teatro del Giglio Giacomo Puccini che con questo spettacolo, con quello di Emma Dante, Re Chicchinella e con Amleto2 di Filippo Timi ha cercate vie diverse e meno istituzionali del modo di fare teatro.

 

Il gabbiano di Anton Čechov, regia di Filippo Dini con Giuliana De Sio, Filippo Dini, Virginia Campolucci, Giovanni Drago, Valerio Mazzucato, Gennaro Di Biase, Angelica Leo, Enrica Cortese, Fulvio Pepe e Edoardo Sorgente.

Regia della scena Lo spettacolo di Kostja è di Leonardo Manzan.

Lucca, Teatro del Giglio Giacomo Puccini, 20-22 febbraio 2026

 In apertura, una scena de Il Gabbiano di e con Filippo Dini. Foto di Serena Pea