Il 19 gennaio 2004, il cardinale Josef Ratzinger e Jürgen Habermas si incontrarono a Monaco. Il filosofo disse: “Una modernizzazione aberrante della società, presa nel suo complesso, potrebbe rendere molto debole il legame democratico ed esaurire quella particolare forma di solidarietà da cui lo Stato democratico dipende, senza poterla imporre, però, per via giuridica”. Fu molto criticato, anche e soprattutto dalla sua parte, la sinistra.
Sentiva - sempre e contestualmente – il dramma della non coesione e il bisogno di una forza interiore. Per tutte le società.
Riguardo alla integrazione europea, scrisse parole di un'estrema chiarezza: “Il restringersi dello sguardo in senso economicistico è tanto più incomprensibile, in quanto la vera sfida è ravvisata nello squilibrio fra gli imperativi dei mercati e la forza regolativa della politica. Mai dimenticando che il trasferimento di competenze dal piano nazionale a quello europeo tocca questioni di legittimazione democratica”.
Sapeva anche sferzare: “Alla soglia che dall’Unione economica porta a quella politica dell’Europa, la politica sembra trattenere il fiato e stringere il capo tra le spalle. Perché questa cataplessia?”.
Tra tutti i terreni sui quali - nei suoi numerosi anni di vita - si esercitò, quello del rapporto Religioni-Politica, Fedi-Saperi, Chiese-Mondo, resta fondamentale.
Scrisse Habermas: “Due tendenze contrapposte caratterizzano lo spirito contemporaneo: la diffusione di rappresentazioni naturalistiche del mondo e il crescente influsso politico esercitato dalle ortodossie religiose. Da una parte si mettono con successo in evidenza i progressi della biogenetica, degli studi sul cervello e della robotica, ai quali si associano speranze per la terapia e l’eugenetica (…) e per la filosofia, a questa tendenza si collega la sfida di un naturalismo scientistico. (…) Dall’altra parte, questa tendenza verso la rappresentazione naturalistica del mondo si scontra con una inattesa rivitalizzazione e la connessa politicizzazione su scala mondiale delle comunità e tradizioni religiose. (…) La polarizzazione di visioni del mondo dei due campi - il laico e il religioso – che mette a rischio la coesione dei cittadini dello Stato, è oggetto della teoria politica. Dopo la completa positivizzazione del diritto, la questione è se il potere politico sia ancora pienamente legittimato da una giustificazione secolare".
Insomma, il suo dubbio nasceva da questa constatazione: “Rimane pur sempre il fatto che gli ordinamenti liberali non possono fare assegnamento che sulla solidarietà dei loro cittadini”.
Sentiva che le persone hanno bisogno di una energia in più e che le fonti di questa potrebbero inaridirsi in seguito a un «deragliamento» laicizzante della società nel suo complesso”.
E dopo aver osato questo atto di consapevolezza - circa i limiti (limes-confine) dell’approccio secolare -, Habermas sottolineava che i difensori della religione non ne dovrebbero trarre la convinzione di un "plusvalore".
A questo punto, poté chiarire fino in fondo la sua posizione: “Io proporrei di intendere la laicizzazione culturale e sociale come un duplice processo di apprendimento, che obbliga le tradizioni dell’Illuminismo, al pari delle dottrine religiose, a riflettere sui loro rispettivi confini”.
Solamente se ognuno adotta, come criterio del suo pensare e del suo operare, la consapevolezza dei propri limiti, sarà possibile il dialogo e si potranno ricostituire le basi di una solidarietà reciproca, individuale e collettiva.
Negli ultimi anni, Habermas ha dedicato i suoi sforzi ad una monumentale storia della filosofia, in tre volumi editi da Feltrinelli. Il nodo è il rapporto tra fede e sapere. "In mezzo - ha scritto - scorre tutta la nostra storia". La sua riflessione è partita dal mito, in Grecia. Poi, con la nascita del platonismo cristiano nell'Impero romano, il pensiero greco è stato ereditato e plasmato dalla discussione su fede e conoscenza. E il filosofo si è soffermato sulla prima importante sintesi al tempo di Agostino, con l'osmosi tra cristianesimo e neoplatonismo, e sulla filosofia scolastica di Tommaso d’Aquino. Poi l'esplorazione è continuata su Duns Scoto, Guglielmo da Ockham e Lutero, tappe decisive nella separazione radicale di fede e sapere che ha aperto la via moderna e preparato il passaggio dall’ontologia alla filosofia del soggetto. E infine, ha offerto una serie di brillanti interpretazioni di Hume, Kant, Hegel, Marx e Kierkegaard e Peirce.
L'intento di questa ultima opera è, come al solito, quello di suscitare polemiche e imbastire il dialogo con chi la pensa diversamente. Non è solo mera difesa della sua concezione filosofica. È stimolo a pensare, a non abbandonare la capacità di pensiero critico nel salto tecnologico che stiamo vivendo.
Al grande filosofo scomparso dobbiamo le riflessioni più acute sulla democrazia oltre lo Stato. Non usciremo dagli attuali conflitti tra autocrazie e teocrazie, da una parte, e democrazie liberali, dall'altra, se non si delinea una teoria sulla democrazia sovranazionale, non già alternativa alle democrazie statali, ma complementare ad esse e fornita di una propria legittimazione popolare e di una propria autonomia.
Grazie, maestro.

In apertura, particolare della immagine di copertina del libro L'inclusione dell'altro, edito da Feltrinelli