Ebbene sì, l’olio che si ricava dalle olive, nella sua discesa agli inferi, vive la lacerante contraddizione di essere nel contempo un functional food e un prodotto commodity. In tutto ciò, ne deriva una perdita netta della percezione del suo alto valore nutrizionale, motivo per il quale i consumatori non premiano la qualità al giusto prezzo. Intanto, tutti gli inutili allarmismi, le ardite accuse di frodi, le dita puntate contro il nemico interno ed esterno, la ricerca di un capro espiatorio qualsiasi scelto a caso, le paranoie di chi vede ovunque “trafficanti d’olio”, portano a un’unica conseguenza: la perdita di credibilità, il disamore verso l’olio italiano, la paura di incorrere in errore. Così ci si rifugia preferibilmente altrove, prediligendo consumi diversi dagli oli da olive, più rassicuranti, perché, sì, in fondo, le sceneggiate sono tutte per l’olio extra vergine di oliva, mentre per gli altri grassi non c’è tutto questo fumus persecutionis. D’altra parte, se c’è chi denuncia solennemente che sugli scaffali dei punti vendita otto bottiglie su dieci non sono di extra vergine, cosa ci si può mai attendere dai consumatori? Il discredito gettato sul prodotto e sul comparto è un danno che si paga all’infinito. Non rassicura certo chi l’olio extra vergine di oliva deve acquistarlo. Come ci si può fidare se si ascoltano e si leggono solo notizie sconfortanti?

Le conseguenze degli inutili allarmismi si pagano a carissimo prezzo ed è difficile, per non dire improbabile, dopo un grave danno reputazionale, recuperare la tradita fiducia dei consumatori. Molti parlano a vanvera, perché non hanno contenuti, nessuna strategia e nemmeno una pur minima, elementare, visione di futuro, ma sono sempre pronti a chiedere risorse pubbliche per superare l’ennesima crisi dell’olio, anche perché costoro solo di questo vivono, di soldi pubblici, di spartizione di danaro della collettività per propria incapacità di gestire una materia prima e un comparto produttivo che nemmeno conoscono.

Troppo facile parlare alla pancia di chi la crisi dell’olio la vive veramente sulla propria pelle non riuscendo a vendere al giusto prezzo il proprio olio, frutto di sacrifici enormi. Troppo facile paventare la presenza di trafficanti d’olio per non far trasparire le proprie responsabilità nella discesa agli inferi in cui si è precipitati. Perché, sì, se l’olio extra vergine di oliva è oggi una commodity, non è certo a causa di presunti traffici illeciti, ma per gli effetti nefasti di chi non essendo all’altezza di gestire un comparto economico - che dovrebbe produrre solo ricchezza - preferisce più banalmente gettare fango e discredito anziché individuare piani di rilancio e strategie per superare una crisi ormai strutturale. Si credono potenti, considerando che hanno il controllo delle Istituzioni, ma ignorano una legge elementare della fisica: chi getta fango, fango alla fine raccoglie.

Queste le mie considerazioni di questa settimana. Che vi piacciano o meno, è quel che penso.

Perché le espongo in modo così esplicito? Perché non se ne può più di tanta sterile prosopopea propagandistica. 

In apertura, foto di Olio Officina