Nei giorni scorsi ho avuto il piacere di condividere un viaggio a Lecce in compagnia dello scienziato Francesco Visioli, colui, per intenderci, che ci ha fatto per primo capire che la qualità degli oli extra vergini di oliva più che sulla qualità degli acidi grassi si misura sulla parte non grassa degli oli: nei componenti minori. La loro carica antiossidante è un tesoro prezioso e fondamentale per la nostra salute e il conseguente benessere che ne scaturisce. Eppure. Eppure, tutti questi aspetti non vengono mai comunicati a sufficienza, quando invece bisognerebbe partire proprio da qui per far percepire tutto l’incompreso valore degli extra vergini ai consumatori.

Lo facciamo? Siamo davvero in grado di farlo?

Io e Visioli eravamo entrambi relatori a un evento Airc, l’associazione italiana per la ricerca sul cancro. Ci ha sorpreso moltissimo come questa associazione riesca a raccogliere una moltitudine di risorse dai privati cittadini e dalle imprese con l’impegno di favorire lo sviluppo della ricerca e fronteggiare l’insorgere di malattie oncologiche. Una benedizione, visti i grandi risultati di questa loro virtuosa attività. Uno dei temi forti su cui fanno perno per favorire gli investimenti sul fronte della ricerca è l’olio da olive nella dieta ai fini della prevenzione.

L’olio extra vergine di oliva è - come io amo definirlo - un presidio di medicina preventiva, eppure. Eppure, nella comunicazione corrente non c’è traccia di questa specifica attitudine. Una mancanza incomprensibile. Un errore imperdonabile. Eppure, è così. Ci si perde in chiacchere, il più delle volte, e si sottovaluta per contro uno dei punti di forza più rappresentativi dell’olio ricavato dalle olive. Eppure, di studi sugli effetti in vivo degli oli da olive ce ne sono tanti. È l’alimento più studiato in vivo, a tal riguardo. Sono tanti gli studi osservazionali compiuti per capire cosa mangia la gente e di cosa si ammala. 

Gli studi biochimici sono andati avanti, e tante sono le ricerche di cui si conoscono i risultati. Poi, però - ed è un gran peccato - si nota con una punta di amarezza che la tanto decantata dieta mediterranea con l’olio da olive la società proprio non la vuol seguire. Eppure, una dieta a base di olio extra vergine di oliva ridurrebbe il tasso di mortalità, ma accade che subentri una sempre più diffusa grassofobia, nonostante non abbia alcun senso scientifico eliminare il grasso dalla propria alimentazione quotidiana, quando sarebbe semmai utile optare per il grasso più sano: l’olio extra vergine, appunto. 

I sistemi alimentari - tiene a precisare giustamente il professor Visioli - devono diventare sostenibili. Le diete, in sostanza, devono essere concepite secondo criteri scientifici così da risultare nel contempo anche più sostenibili. Ed è da qui che occorre partire per restituire quel valore perduto negli ultimi decenni dall’olio extra vergine di oliva sui mercati – soprattutto sul mercato interno, dove confinato tra i prodotti commodity.  

E cosa fa al riguardo il comparto oleario? Niente, o poco più di niente. Nessuno che creda alla relazione tra olio e salute, investendo su questa significativa leva commerciale, efficace nel risollevare le sorti del prodotto e del settore. 

E le istituzioni? Cosa fanno? Si perdono in chiacchiere, tant’è che il claim salutistico così come è stato formulato, in un gergo tanto criptico quanto arcano, nessuno lo ha mai compreso, né tanto meno le aziende sono disposte a riportarlo in etichetta, visto l’elevato rischio di incorrere in sanzioni a seguito di controlli su un prodotto vivo e, in quanto tale soggetto a variazioni e a decadimento.

Insomma, è tutto un grande pasticcio, di cui nessuno mai si preoccupa nel tentativo di mettere ordine e fare chiarezza.