C’è una scena che si ripete davanti agli scaffali dei supermercati. Un olio extra vergine di oliva costa 18 euro al litro? Troppo caro! Un altro ne costa 5, magari con tanto di cartellino rosso e scritta «OFFERTA SPECIALE»? Ecco l’affare del secolo. Si mette nel carrello, si torna a casa soddisfatti e, se qualcuno prova a spiegare che produrre qualità ha un costo, la risposta è già pronta: «Ma io l’olio lo trovo a cinque euro!».
Fine della discussione. Il frantoiano può anche tornare nel suo frantoio e così l’olivicoltore nel proprio oliveto.

Eppure, prima di puntare il dito contro chi produce, forse dovremmo rivolgere lo sguardo anche verso chi acquista. Perché nel dibattito sull’olio Evo c’è un protagonista che raramente finisce sul banco degli imputati: il consumatore, convinto di avere diritto alla qualità, purché qualcun altro ne sostenga il costo.
Tutto deve costare meno. Tranne ciò a cui teniamo davvero?

Viviamo in un periodo in cui il costo della vita pesa sulle famiglie e sulle imprese. Carburanti, energia, trasporti, manodopera e materiali incidono sui bilanci dell’intera filiera. Sarebbe ingenuo ignorarlo, così come sarebbe ingiusto liquidare con superficialità le difficoltà economiche di chi fa la spesa.
Ma c’è una contraddizione che merita di essere raccontata.

Siamo capaci di discutere per settimane delle caratteristiche dell’ultimo smartphone, di valutare un acquisto da mille euro e magari di affrontarlo a rate. Per la tecnologia troviamo spesso giustificazioni, desideri e priorità. Quando si arriva all’olio extra vergine di oliva, invece, spendere per la qualità sembra improvvisamente un lusso ingiustificato.

Lo smartphone si rinnova ogni anno; l’olio, invece, dovrebbe costare come se carburanti, energia e lavoro fossero rimasti fermi a vent’anni fa.

Naturalmente, ognuno è libero di spendere il proprio denaro come preferisce. Il punto non è giudicare chi compra un telefono costoso, ma domandarsi perché siamo così pronti a riconoscere valore a tanti prodotti e così restii a farlo con un alimento che accompagna quotidianamente la nostra tavola.

Diciotto euro al litro: facciamo due conti

Proviamo a cambiare prospettiva. Un litro da 18 euro può sembrare una spesa importante e acquistare dieci litri significa sborsare 180 euro: una cifra che non tutte le famiglie possono affrontare con leggerezza.

Ma, considerando un consumo indicativo di 20 grammi al giorno per persona, la spesa è di circa 36 centesimi al giorno. Con 30 grammi si arriva a circa 54 centesimi: sicuramente meno di un caffè al bar, in molti casi.

Questo non significa che tutti debbano potersi permettere qualsiasi prodotto, né che il confronto con il caffè risolva i problemi del bilancio familiare. Significa, più semplicemente, che il costo di una bottiglia e quello del suo utilizzo quotidiano sono due cose diverse.

La domanda, allora, è legittima: valutiamo davvero ciò che consumiamo in rapporto alla sua qualità o siamo ormai abituati a guardare soltanto la cifra sul cartellino?

Il frantoiano non stampa banconote insieme all’olio

L’olio non nasce sugli scaffali del supermercato. Dietro una bottiglia ci sono uliveti da curare, raccolta, trasporti, frangitura, energia, manodopera e conservazione. Ci sono investimenti, rischi climatici e mesi di lavoro, con costi che aumentano mentre il consumatore continua a cercare il massimo risparmio.

Certo, non tutti gli oli da 5 euro sono scadenti, così come non tutti quelli da 18 euro sono eccellenti. Ma pensare che un extra vergine di qualità possa costare sempre meno significa ignorare il lavoro e le competenze che lo rendono possibile.

Il frantoiano non stampa banconote: produce olio. E quel lavoro ha un valore che non può essere cancellato da un cartellino in offerta.

Cinque euro: un affare o soltanto il prezzo che vogliamo vedere?

Il problema non è cercare un’offerta conveniente. Fare la spesa con attenzione è legittimo, soprattutto quando il denaro non basta per tutto. Il problema nasce quando trasformiamo il risparmio nell’unico criterio di giudizio e pretendiamo che prodotti differenti siano tutti equivalenti.

È un po’ come entrare in un ristorante, ordinare un piatto preparato con materie prime selezionate e poi protestare perché costa più di un panino al banco. Possiamo scegliere il panino, naturalmente. Ma non possiamo pretendere che entrambi abbiano gli stessi costi, lo stesso lavoro e la stessa esperienza.

Con l’olio succede qualcosa di simile. Ci siamo abituati a considerarlo un prodotto quasi scontato, una presenza anonima in cucina, eppure chiediamo ai produttori qualità, tracciabilità, origine e caratteristiche sensoriali, possibilmente senza spendere troppo.

Un extra vergine va valutato attraverso la sua qualità reale, la freschezza, le caratteristiche organolettiche, la corretta conservazione e la trasparenza della filiera. Non attraverso il colore di un cartellino promozionale.

Anche la ristorazione deve fare la sua parte

Noi professionisti della ristorazione non siamo esenti da responsabilità. Se serviamo l’olio senza raccontarlo, in una bottiglia anonima e senza spiegare perché abbiamo scelto proprio quel prodotto, non possiamo poi lamentarci che il cliente non ne comprenda il valore.

Una carta degli oli, una degustazione guidata o una presentazione attenta al tavolo possono trasformare un ingrediente abituale in un’esperienza consapevole. Non basta chiedere al consumatore di spendere di più: dobbiamo dargli ragioni concrete per farlo.

La cultura dell’olio non si costruisce colpevolizzando chi ha un budget limitato, ma aiutando le persone a distinguere, assaggiare e scegliere con maggiore consapevolezza. Valorizzare questo prodotto significa anche sostenere un patrimonio agricolo, gastronomico e culturale che appartiene a tutti noi.

E se il problema fossimo anche noi?

Torniamo al titolo iniziale: tutti contro chi produce l’olio, ma qualcuno ha il coraggio di guardarsi allo specchio?

La risposta non è così semplice. Esistono produttori che devono spiegare meglio i propri prezzi, distributori che incidono sulla formazione del costo finale e consumatori con possibilità economiche molto diverse. Non si tratta di assolvere tutti i frantoiani o di condannare tutti gli acquirenti.

Si tratta di riconoscere che la qualità ha un costo e che il prezzo più basso non può essere sempre l’unico obiettivo.

Possiamo scegliere liberamente il prodotto più adatto alle nostre esigenze, senza essere giudicati per le nostre possibilità economiche. Ma non dovremmo confondere automaticamente il risparmio con la qualità, né pretendere che chi produce debba continuamente sacrificare i propri margini per soddisfare le nostre aspettative.

Il vero scandalo non è necessariamente un olio che costa 18 euro al litro. È pretendere qualità senza voler riconoscere il valore che la rende possibile.

E forse, prima di chiedere al frantoiano perché il suo olio costa così tanto, dovremmo porci una domanda meno comoda: siamo davvero disposti a pagare per la qualità che diciamo di volere, oppure ci basta che il cartellino riporti uno sconto?

In apertura, foto di Francesca Binda per Olio Officina. All'interno, il maître dell'Ostuni Palace Stefano Semerano all'opera