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CATTEDRA DEL DUBBIO NUMERO 5

Tra scienza, letteratura, filosofia e teologia

In questo numero 5 della Cattedra del dubbio pubblichiamo un testo che Marco Marchioro ha voluto espressamente scrivere per queste pagine del nostro notiziario di pensiero. Quando ci siamo visti, parlandone, ho compreso subito come sia davvero possibile affrontare e indagare con una visione multidisciplinare il tema del dubbio preso da varie angolazioni in una pluralità di prospettive. Non appena ho ricevuto il testo, l’ho divorato con grande piacere e sorpresa per le acute osservazioni che ne sono scaturite. La stessa sorpresa che immagino abbia provato anche chi lo ha scritto. Perché quando ci si confronta con i grandi temi si resta ogni volta del tutto spiazzati, proprio perché emerge un pensiero che è già dentro di noi e che noi stessi scopriamo solo nel momento in cui esso si svela. Ho provato perciò grande ammirazione per la profondità di analisi con cui l’uomo di scienza Marchioro ha saputo scavare nella sua lettura critica del celebre idillio leopardiano “L’Infinito”. Non stupisce affatto che tra scienza, letteratura, filosofia e teologia possa esserci un punto di raccordo. D’altra parte, nel corso dei millenni il sapere non ha mai avuto confini invalicabili. Un solo esempio, tra i tantissimi che potremmo citare: si prenda il caso di Johann Wolfgang von Goethe, che tutti conoscono nelle sue vesti di scrittore, poeta, drammaturgo e saggista, oltre che di pittore, teologo, filosofo, umanista e critico d'arte; in realtà Goethe è stato anche uno dei più apprezzati scienziati della sua epoca, e determinanti sono stati i suoi studi di botanica, anatomia, zoologia, mineralogia e meteorologia. Egli stesso, pur autore di un capolavoro come il Faust, si occupò della metamorfosi delle piante, ponendo solide basi per l’avvio di una moderna morfologia vegetale. Sante Ambrosi

Nei dubbi di Leopardi. Una rilettura de “L’infinito”

Ci sono testi che diventano così familiari da smettere di parlarci davvero. Li impariamo a memoria a scuola, li ripetiamo come formule sacre e, proprio per questo, rischiamo di non ascoltarli più. “L’Infinito” di Giacomo Leopardi è uno di quei luoghi della letteratura dove pensiamo di essere stati, ma che forse non abbiamo mai davvero abitato fino in fondo.

Siamo abituati a immaginare Leopardi come un malinconico contemplatore, un uomo piegato dal dolore fisico e morale, un poeta che, negato di felicità terrena, si rifugia nel pensiero e nell’immaginazione. Ma se questa fosse solo una parte del quadro? Se dietro quelle parole, apparentemente trasparenti, si celasse un’esperienza più profonda, quasi ineffabile, che il poeta, per prudenza e timore, ha scelto di velare?

Leopardi vive in un tempo in cui il dubbio non è un ornamento intellettuale: è un rischio. Un tempo in cui la fede e la ragione si fronteggiano senza integrarsi. Dove lo scetticismo è sospetto e la spiritualità personale, non mediata, rischia incomprensione e giudizio. Un uomo, in quel contesto, avrebbe potuto trovare nella poesia l'unico luogo sicuro per parlare – senza esporsi – di quello che più ardentemente cercava. Un luogo per dire l’indicibile aggirando la condanna, sociale più ancora che religiosa, che attende chi osa oltrepassare i confini del pensiero ammesso.

In questa prospettiva, la famosa siepe non sarebbe solo un limite fisico, bensì un atto deliberato di raccoglimento interiore. Non una semplice barriera alla vista, ma un velo che l’anima si impone per udire meglio il proprio silenzio. La meditazione contemporanea parla spesso di chiudere gli occhi per aprire altri sensi: Leopardi, forse, lo aveva intuito molto prima, con il suo “ermo colle” trasformato in spazio sacro e segreto, lontano dagli sguardi e dai rumori del mondo.

Il fruscio del vento tra le piante, in questa chiave, non è una nota di paesaggio: è un respiro cosmico, una vibrazione minima che guida la mente oltre sé stessa. La mente tace, il cuore ascolta. E in quella pausa, dove il pensiero non è ancora ritorno alla realtà né piena dissoluzione, qualcosa accade: “mi sovvien l’eterno”. Non si inventa l’eterno: lo si incontra, lo si ricorda, come se fosse sempre stato lì, nascosto ai margini della coscienza quotidiana.

E allora, la chiusa del componimento non sarebbe più consolazione estetica, ma testimonianza di un’esperienza interiore reale: “e il naufragar m’è dolce in questo mare”.

Non è l'annullamento disperato di chi si arrende, ma la resa lieta di chi, per un istante, si è sentito libero dal peso di sé. Chiunque abbia anche solo sfiorato il silenzio pieno, quello che non è vuoto ma spazio sterminato, riconosce quel tono.

Leopardi non urla la sua scoperta: la sussurra. Non proclama verità: ne custodisce l’eco.

È naturale, a questo punto, interrogarci sulla possibilità che Leopardi si inscriva, suo modo, in una tradizione che va da Platone ai mistici cristiani medievali. Anche in loro ritroviamo il movimento dal mondo sensibile a una luce interiore, non conquistata ma accolta. Platone immagina l’anima che fugge dalla caverna verso la luce. Giovanni annuncia la luce che scende fino a noi, incarnandosi. I mistici medievali ci insegnano che la luce si fa sentire quando l’io tace. E Leopardi, forse, ci mostra il momento esatto in cui questo silenzio accade, senza però chiamarlo col suo nome.

C’è una frase che sintetizza questa ipotesi: gli altri spiegano, Leopardi accenna e tace. E in questo tacere c’è un coraggio sottile. Anche Nicodemo, fariseo colto e rispettato, andò da Gesù di notte per timore e per pudore: ci sono verità che si cercano al riparo dagli occhi del mondo, non per vergogna, ma per protezione. Il fuoco va custodito, non esposto al vento.

Naturalmente, tutto ciò non esclude critiche. Una lettura così può sembrare forzata. Non abbiamo prove concrete che Leopardi praticasse forme di meditazione. Non parla esplicitamente di Dio. Ma davvero possiamo ridurre l’esperienza umana a ciò che è documentato? E soprattutto: perché scartare l’ipotesi che un'anima inquieta, assetata di infinito, abbia incontrato almeno per un istante ciò che, nel suo tempo, non avrebbe potuto nominare?

Un ultimo pensiero. La storia ci ha insegnato che Dio – o qualunque nome diamo al Mistero – sa servirsi anche di chi non lo riconosce. Quanti scienziati moderni, dichiarandosi atei, ci avvicinano paradossalmente a una soglia di stupore metafisico? Margherita Hack, che negava Dio ma invitava a contemplare il cielo con reverente meraviglia. Carlo Rovelli, che non vede un creatore, ma percepisce un ordine velato, un orizzonte che sfugge sempre di un soffio. Forse l’infinito si rivela proprio così: nelle domande sincere, non nelle risposte facili.

E se anche Leopardi fosse stato, a suo modo, un pellegrino dell’inesprimibile? Non un credente né un miscredente, ma un uomo che ha intravisto qualcosa e ha scelto di raccontarlo con reticenza sacra. Non un profeta, ma un testimone. E se il suo naufragio fosse davvero stato, per un attimo, un approdo?

In un tempo che confonde certezza e arroganza, ricordiamoci il valore del dubbio. Dubitare non significa negare, ma rimanere aperti. È un atto di coraggio, non di debolezza. E forse, rileggendo Leopardi senza difese, possiamo ritrovare in noi quel margine sottile dove il pensiero diventa silenzio e il silenzio, per un istante, sfiora l’infinito.

Il notiziario di pensiero Cattedra del dubbio, diretto da Sante Ambrosi, è un supplemento culturale di Olio Officina Magazine, testata registrata presso il Tribunale di Milano n. 326 del 18 ottobre 2013. Direttore responsabile: Luigi Caricato. Edizioni Olio Officina. Tutti i diritti sono riservati.