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CATTEDRA DEL DUBBIO NUMERO 4

Temo che un argomento così esplicito e netto, intorno all’utilità o inutilità dei professori di sostegno, possa suscitare polemiche da più parti.   Ne sono fortemente convinto. D’altronde, ascoltando i pareri dell’opinione generale, sembrerebbe quanto mai doveroso e necessario attrezzare la nostra scuola di tanti professori di sostegno, in modo da offrire e garantire nel contempo preziose opere di supporto agli studenti e in qualche modo proteggerli e sostenerli.

Ecco, io mi sento in dovere di affermare qualcosa in merito, non perché mi ritenga un vero esperto della materia, ma solo perché per molti anni della mia vita ho insegnato e ho avuto a che fare con tantissimi studenti in tutta la mia lunga carriera scolastica. Proprio per questo mi sento di esprimere qualche suggerimento su un tema che, credetemi, mi ha toccato e impegnato profondamente. Credo molto nel fondamentale ruolo degli insegnanti. E se mi sento di esprimere qualche idea al riguardo, lo faccio solo pensando esclusivamente alla mia esperienza personale. Ed è solo a partire da questo ruolo che ho ricoperto per decenni che ora tento di suggerire qualche idea che possa in qualche modo orientare, nel nostro attuale contesto, molto spesso confuso, le scelte da farsi nell’ambito della scuola. Pensare e proporre idee costruttive mi sembra doveroso in una società come quella odierna in cui il sistema scuola è messo costantemente alla prova.

Ora, per evitare di addentrarmi in aspetti molto dibattuti ma irrisolti, vorrei limitarmi a raccontare le mie personali esperienze vissute dapprima come studente, e in seguito come docente di materie classiche e umanistiche fino al conseguimento dell’età pensionabile – anche se poi di fatto ancora adesso non ho smesso di insegnare, seppure sotto altre forme e modalità, attraverso conferenze e seminari. Ecco, dopo questa premessa comincio con il dire che il mio esordio a scuola fu del tutto casuale e non pienamente convinto, in quanto la mia provenienza è stata semplice e povera, soprattutto da un punto di vista culturale. Vivevo, da ragazzo, in grado solo di pascolare il gregge di mio padre, un bravo e saggio contadino sulle montagne della Lessinia, le stesse montagne che a partire dal medioevo furono occupate dai Cimbri, genti di origine bavaro-tirolese che si fecero largo colonizzando le aree delle Prealpi venete e trentine parlando un dialetto germanico. A partire dal mio contesto sociale, come sia sorto in me il desiderio di studiare iscrivendomi a una scuola pubblica - che nel mio paese non esisteva ancora, ma mi costringeva ad andare fin giù verso la città di Verona - è un bel mistero. Non fu per nulla facile la mia scelta di studiare, il peggio arrivò dai giudizi di coloro che in un modo o nell’altro, le persone che mi conoscevano ritenevano - ovviamente a torto - che lo studio non mi appartenesse, che non fossi all’altezza, che non rientrava nelle mie corde mentali e linguistiche - e mi fermo qui, per non scendere troppo nei particolari non proprio edificanti. Erano troppi i pregiudizi, non fu affatto facile andare avanti. Anche mia madre - ma me lo confidò molto più tardi - non era così favorevole alla mia scelta, seppure credesse fortemente in me, fece addirittura un voto alla Madonna affinché rinunciassi al mio proposito. L’idea di studiare appariva quanto mai ardita e improponibile. Poi, tuttavia, proseguì nel mio intento, fui tenace: frequentai le scuole medie di un tempo e in seguito mi iscrissi al liceo. E così, nonostante tutto e tutti, divenni professore di materie scientifiche e di letteratura antica e medioevale, e altro ancora.

Dalla mia personale esperienza di docente, mi resi conto che non tutto era del tutto privo di difficoltà, soprattutto quando si trattava di riconoscere degli errori di traduzione di un testo, o anche di cogliere il senso pieno ed esatto di un testo filosofico, laddove il linguaggio risultava in qualche modo ostico, estraneo soprattutto agli studenti di oggi.  Mi resi conto che non era sufficiente comunicare nozioni astratte. Occorreva a volte comunicare e far conoscere dinamiche linguistiche estranee al vissuto dello studente. Occorreva impegnarsi nel far entrare lo studente in un nuovo linguaggio, da lui non ancora praticato. Era certamente il punto di partenza da cui partire con il mio aiuto perché si potesse farsi strada in questo percorso che richiedeva impegno e fatica. Mi accorsi ben presto, che tutto si fondava sulla mia competenza, sulla piena, e veramente posseduta conoscenza della materia che intendevo trasmettere e comunicare. Tuttavia, strada facendo mi resi conto che anche questo mio approccio maieutico non bastava. Per trasmettere un linguaggio così diverso ed estraneo allo studente, avevo bisogno di conoscere bene lo stesso linguaggio dello studente e da lì muovermi per cercare un varco per mettere in luce appartenenze e diversità sostanziali del testo che intendevo trasmettere.

Il mio lungo periodo di attività docente - sempre intento a infondere e instillare nuovi linguaggi e aprire spazi per far accogliere nuovi sapere ai miei studenti - mi ha fortemente convinto che l’unico modo corretto e fruttuoso di svolgere il lavoro di insegnante dovesse fondarsi innanzitutto sul fatto di possedere una conoscenza vera e completa della materia e dei linguaggi utilizzati a partire dai testi letti, esplorati e indagati. Contemporaneamente, mi rendevo conto che tutta questa operazione dovesse partire anche - o forse meglio - dall’ascolto dell’allievo, in modo da cogliere bene il suo linguaggio, la sua mentalità, la sua visione, la sua sensibilità, il suo stare nel mondo, il suo contesto di vita, il suo relazionarsi con gli altri per poter orientare verso un sapere che fino a quel momento restava precluso, per certi versi ignoto, non comprensibile dalla mente di un allievo.

Ora, per giungere a una conclusione di questa mia personale narrazione, pensando alla fatica che condussi per tanti anni fino a  concludersi con il mio pensionamento, posso confermare che il mio impegno vissuto per comunicare nuove idee  e nuove conoscenze è sempre stato per me un arricchimento che ho sperimentato di anno in anno e per il quale ho provato momenti di particolare, intensa e profonda gioia, tutte le volte che ho potuto appurare che in qualche modo quel che entrava nella mente dei giovani era anche, per il mio cuore, per la mia stessa mente, una gioia tale che avevo quasi l’impressione di una mia nuova rinascita che sentivo realizzarsi e prendere corpo in me. Ed è proprio per questa mia fatica che ho vissuto sin da bambino e poi da ragazzo, che è scaturita in me quella soddisfazione che ti fa percepire come tutta questa fatica sia stata davvero buona e utile. Ecco, mi sorprende sentire ancora oggi come molto spesso l’educazione sia vissuta con una certa dose di incredulità, quando invece questa può portare per contro a una gioia profonda e vera, proprio come quello stato di gioia che io stesso, in prima persona, ho per lunghi anni sperimentato.

Ora, guardando al di fuori della mia nicchia esistenziale, notando tanta insoddisfazione sul tema del sostegno da assegnare agli studenti, addirittura con la qualifica di “insegnanti di sostegno”, mi sento di dover esprimere due semplici puntualizzazioni, che ritengo sempre utili e tuttavia poco praticate, e che generano giudizi negativi e non completi ed esaustivi su una fatica che ritengo essere invece utile e preziosa, e che la mia esperienza pluriennale - da studente prima, e da docente poi - ha sempre confermato essere fondamentale e necessaria. L’impegno, la dedizione, il mettere tutta l’energia necessaria, la sfida per giungere agli obiettivi che ci si pone, il non rinunciare mai ai sogni e alle ambizioni: tutto questo va tenuto in gran conto.

Come ho appena evidenziato, la mia esperienza di docente con alunni non sempre adeguatamente preparati nell’affrontare linguaggi diversi e nuovi, o in grado di entrare in profondità nei testi di filosofia o teologia, posso confermare che la fatica che ho sperimentato in prima persona mi ha sempre ripagato di ogni sforzo oltre ai miei stessi meriti.

Concludo allora questa panoramica sulla mia esperienza personale - che non finisco mai di ricordare con grande soddisfazione, per tanti motivi, e in modo particolare per aver constatato l’utilità del mio lavoro e delle tante fatiche compiute, talora notate, talaltra no, ma sempre superate al meglio - per fornire ora, concretamente, le giuste risposte agli alunni cui oggi ci si rivolge.

Da tutto quel poco che ho tentato di dire e di esprimere, non pretendo in alcun modo di offrire suggerimenti sui tanti problemi che affliggono la nostra società, e che si devono quotidianamente affrontare, ma desidero tuttavia esprimere, eventualmente, solo qualche osservazione che comunico con somma cautela e che penso possano offrire utili riflessioni per la scuola e per il percorso educativo di tanti giovani immersi in un conteso culturale molto diverso rispetto a quello che io ho potuto verificare.

La prima considerazione

La prima considerazione che mi sento di offrire è di una semplicità totale e costituisce nel contempo un elemento necessario ed essenziale da cui è sempre bene partire: alla base di tutto, e soprattutto di ogni sforzo per rinnovare la scuola e l’interesse delle nuove generazioni, deve partire dal desiderio di apprendere il nuovo e la voglia di cimentarsi sui mondi che solo l’educazione e la scuola può offrire. uesto elemente base che ha accompagnato fine dall’inizio del percorso scolastico e  degli studi universitari è sempre stato ben presente anche quando mi sono trovato a educare generazioni che non conoscevo  e che alle quali dovevo avviarle su ove strade che.

Se il sottoscritto non avesse fin dal principio avuto un forte stimolo scaturito da un tremendo desiderio di conoscere tutto quello che non mi era consueto e naturale, non sarei mai stato in grado di entrare nei mondi e nei linguaggi che la scuola era in grado di offrirmi nelle modalità allora consuete.

Voglio dire che questo desiderio di conoscenza, anche nella mia esperienza di docente, è sempre stato ben presente, proprio per sottolineare come il sapere debba nascere dal desiderio vero e profondo di conoscere il nuovo in ogni sua espressione e forma.

Spesso mi capita di guardare fuori dalla mia finestra esistenziale con la memoria di un lavoro che conservo intatto e bello nei miei sentimenti: vedo che ci sono molti giovani, più o meno laureati, che si devono impegnare per convincere molti studenti che sono sì giunti a scuola, ma senza aver espresso alcun desiderio di impegnarsi seriamente negli studi per i quali la fatica di apprendere appare completamente assente o del tutto sfocata

Dalle poche e frammentarie osservazioni che colgo affacciandomi alla finestra del mio passato, constato che troppi giovani sono oggi impegnati a sostenere allievi che mancano soprattutto, non tanto di intelligenza e preparazione di base, ma dal vero desiderio di apprendere il nuovo in ogni sua espressione e forma. Sono convinto che tale carenza non dipenda tanto dai singoli studenti, ma da una cultura che ha spento in buona parte il desiderio di crescere e conoscere veramente. Questo atteggiamento è la diretta conseguenza di una diffusa insoddisfazione che spesso ho notato proprio nei giovani che svolgono una fatica che non riesce ancora a maturare efficacemente, proprio perché alla base di molti studenti manca una vera spinta a uscire dal proprio guscio mentale e culturale. Il problema è che i nostri giovani respirano oggi quella mancanza di cultura vera, di ricerca autentica, che è poi la condizione in cui anche la stessa scuola inciampa.

La seconda considerazione

Chiudo con una seconda considerazione, necessaria e doverosa. Non ho bisogno di impegnarmi in particolari ricerche per prendere atto che c’è anche un’altra realtà sulla quale ho poco da dire.

Finora, a essere sinceri, ho affrontato il tema dell’educazione in generale, con alunni “normali” - cos’è poi normale, cosa non lo è? -  che non presentano problemi di menomazioni autentiche, che pure esistono, e che io personalmente conosco solo per informazioni abbastanza conosciute, ma che almeno io personalmente non ho mai assolutamente praticato. Ecco, si tratta più precisamente di deficienze di apprendimento strutturali. Capisco bene che qui ci troviamo davanti a una situazione che non può essere affrontata a partire dalla mia passata esperienza personale. Qui debbo riconoscere che quello che ho saputo apprendere dalla mia fatica di studente prima e di insegnate poi non può essere letta come se fosse semplicemente una variante del mio modo di pensare e concepire la scuola. Non mi sento, su questo tema degli insegnanti di sostegno, capace e adatto nel fornire indicazioni così come ho tentato di esprimere nella mia prima considerazione. Detto ciò, con sincera convinzione, mi sembra comunque di poter sostenere almeno una considerazione, che spero sia di qualche utilità, senza pretendere di offrire suggerimenti concreti. Quando ci troviamo ad affrontare una educazione di qualsiasi genere, soprattutto quella fornita e generata dalla scuola, è necessario che sia chiaro conoscere, per ogni vero educatore, esattamente la realtà per quello che è, con la situazione concreta e vera degli alunni. Se l’educatore si rende conto che negli alunni vi sono deficienze vere e strutturali, allora sì, occorre riconoscere che le formule educative cambiano radicalmente, e proprio per questo, e in simili casi, occorre vi sia una scuola che non offra solo aiuti esterni. Per casi del genere, ci vuole una scuola totalmente nuova, che parta dai limiti concreti degli alunni, e che sia pensata e strutturata partendo proprio dai limiti strutturali degli stessi studenti. Scuole così pensate e strutturate io però non le ho conosciute. Certamente, va pur giustamente precisato, esistono senza alcun dubbio esperienze validissime al riguardo, di cui pure ho sentito più volte parlare, ma ritengo che questo tipo di realtà scolastica, debba essere non solo migliorata, ma resa anche una realtà più diffusa, praticata e accettata in tutto il nostro universo culturale. Sulla utilità o inutilità degli insegnanti di sostegno c’è molto da riflettere. Ed è da queste riflessioni che dobbiamo pensare e concepire la nuova scuola di domani, valorizzando le persone all’interno dell’istituzione scolastica a partire da un modo nuovo di approcciare i linguaggi e le stesse persone, docenti o discenti che essi siano. Il nuovo punto di partenza che porti a una scuola parte dall’assunzione di un ruolo che non prescinda dalla sete di conoscenza che è in ciascuno di noi, magari anche solo latente, e dall’esercizio della fatica del conoscere che non deve mai venire meno. Abbiamo veramente bisogno di più insegnanti di sostegno, o è necessario cambiare drasticamente approccio e riscoprire e rivalutare il vero senso di fare scuola?

 

Il notiziario di pensiero Cattedra del dubbio, diretto da Sante Ambrosi, è un supplemento culturale di Olio Officina Magazine, testata registrata presso il Tribunale di Milano n. 326 del 18 ottobre 2013. Direttore responsabile: Luigi Caricato. Edizioni Olio Officina. Tutti i diritti sono riservati.

 In apertura, foto di Olio Officina