È possibile scaricare e stampare il numero 3 della rivista Cattedra del dubbio in formato pdf cliccando QUI. Se condividi il pensiero espresso dall'autore e hai piacere di diffonderlo tra i tuoi contatti, ti consigliamo di inviare il pdf della rivista via WhatsApp o via mail, o, in alternativa, puoi diffondere il link di questo articolo così da poter essere letto direttamente sul portale web di Olio Officina.

CATTEDRA DEL DUBBIO NUMERO 3
I ciclamini non si strappano. Un commento, fuori canto, al Cantico dei Cantici
La bellezza del Cantico dei Cantici è nella narrazione di una storia di un amore fantastico tra due fanciulli. Questa storia, contenuta nel libro dell’Antico Testamento, è assolutamente da leggere. Confesso di non sentirmi di esprimere qui parole appropriate per commentare un racconto così travolgente. Mi mancano soprattutto degli strumenti adeguati che mi permettano di cogliere tutta la bellezza e l’originalità del racconto. Tuttavia, sto lavorando da mesi proprio sul Cantico dei Cantici, rileggendolo più volte, in modo da scavare sempre più in profondità. La lettura di un testo così antico e avvolto in una atmosfera surreale e misteriosa richiede molta attenzione. Questa mia lettura, attraverso un commento che definisco “fuori canto” ha il solo scopo di favorire una (credo, mi auguro) un a maggiore comprensione del testo. Una lettura, questa, che ritengo non debba essere solo di natura letteraria, ma ricca di spunti che toccano lo stesso rapporto con quel qualcosa di indefinito che giace nel profondo della natura umana. Così, ogniqualvolta scorrevo il testo, coglievo tutta una realtà che facilmente può sfuggire a una lettura superficiale.
In ogni caso, anche a partire da una semplice lettura del testo, ho potuto cogliere tutta la profondità del messaggio che il Cantico dei Cantici ci trasmette. È come se ogni parola arrivasse nel profondo della stessa vita dell’uomo e, in modo particolare, è come se ci svelasse il senso nascosto di un valore, forse troppo consumato e sprecato, per tanti e troppi motivi. Così, mentre leggendo mi nutrivo e mi abbeveravo di questa storia antica, con la mia mente correvo subito a cogliere tante altre immagini che soprattutto la poesia di ogni tempo ha saputo da sempre consegnare al genere umano. Poesie di altri tempi che per mia fortuna avevo assaporato e goduto e che ora, nel corso della lettura del Cantico dei Cantici, come in un atteggiamento di ascolto interiore, mi tornavano puntualmente nella memoria, offrendomi l’occasione di confrontarne immediatamente la stessa intensità emotiva.
In questa storia di un amore così gentile e senza finalità devianti ho colto tutta la bellezza di un racconto che tante altre poesie, in tempi molto diversi, hanno saputo esprimere lo stesso afflato. Nel confronto tra i vari testi ho potuto constatare che tutto ciò che è bello trova sempre il modo di esprimersi e raccontare.
Su questa strada di riflessioni e di stupore ho divagato ampiamente, facendo confronti testuali ricchi di intuizioni che mi hanno permesso facilmente di rielaborare trovando sempre nuovi e interessanti spunti di riflessione.
Eppure, mentre ascoltavo, leggendo a voce alta queste parole così vive, così vitali, parole di una semplicità fantastica e stupefacente, la mia mente si è fermata su un nodo che ho trovato semplicemente evidenziato dal racconto della poesia del Cantico dei Cantici. Mi è affiorato immediatamente un ricordo emerso dalla mia memoria più remota, un ricordo che inizialmente ho ritenuto non degno di essere raccontato. Eppure, seguendo le molteplici notizie che affollano oggi i nostri mezzi di comunicazione mi sembra opportuno evocare. Le notizie di stretta attualità a loro modo ci influenzano, determinando la nostra vita quotidiana, incidendo soprattutto sui valori essenziali del nostro vivere, là dove i sentimenti più veri sono smarriti in un nulla esistenziale che sta sconvolgendo non tanto la vita sociale, quanto la stessa vita che dovrebbe invece essere fondato in via esclusiva sull’amore.
Non trovando risposte a un degrado che continua imperterrito a segnare inostri comportamenti, istintivamente mi sono rifugiato in quell’arte poetica di cui ho potuto usufruire e godere nel corso del tempo in diversi momenti della mia formazione culturale. Aggiungo e preciso che gli spunti per elaborare una qualche indicazione utile per cogliere il senso profondo di molti aspetti della vita mi sono arrivati sempre dall’arte, in tutte le sue declinazioni, letterarie, musicali, pittoriche. L’arte ha sempre saputo suggerire intuizioni preziose. Ora, però, abbandonando ogni pretesa di trovare un qualche spunto dalla poesia o dall’arte, per quel poco che conosco, tento qui di esprimere il mio punto di vista nel tentativo di offrire una riflessione che sia in qualche modo utile per la comprensione del Cantico dei Cantici. Ecco allora quel che mi sento di esporre. Invece di rifugiarmi in qualche dotto elaborato di analisi testuale del Cantico, perché ce ne sono tanti di studi dedicati, e anche di grande valore, offro qui il mio punto di vista del tutto personale, riferendomi a una mia esperienza di vita.
Quando ero un ragazzo e vivevo sui monti della Lessinia, pascolando qualche volta le pecore di mio padre, ho potuto osservare con stupore i ciclamini. Li vedevo spuntare nel mese di agosto in qualche radura che normalmente si trovava sotto le piante dei faggi. Ebbene, quando ero un ragazzo nemmeno lontanamente pensavo di prenderli e portarli nella mia vecchia casa di campagna. Tuttavia, per un attimo una suggestione mi balenò nella testa, solo per un momento, ma la scartai subito, in quanto la considerai senza senso. Era un fiorellino così minuto e fragile, inadatto per una casa anch’essa troppo piccola: pensavo non ci fosse un posto adeguato a un fiorellino così minuto.
In seguito, lasciai la campagna. Optai per la città, seguendo desideri di altro genere, concentrandomi in modo particolare sullo studio, che praticai per lunghi anni e che tuttora continuo a esercitare perché la mia natura mi porta sempre lì, a studiare e ad approfondire, a non fermarmi mai su ciò che si considera già acquisito.
Tornai in seguito da adulto in quei luoghi dove avevo contemplato i ciclamini del sottobosco. Ero diventato adulto e trovai con stupore che i ciclamini erano ancora lì a rendere festoso quel terreno del sottobosco. Mi fermai a contemplare e a godere ancora una volta quello spettacolo di tanta bellezza naturale, provando ancora una volta piacere nel percepire il profumo che si diffondeva dai ciclamini. Proprio in quella occasione notai che nel bel mezzo della prateria piena di ciclamini vi era un cartello in cui si richiamava in modo perentorio una ordinanza: I CICLAMINI NON SI STRAPPANO. SI POSSONO SOLO CONTEMPLARE E ODORARE.
Quel monito così tassativo e inderogabile mi fece intuire che i ciclamini potevano e dovevano diventare un simbolo utile e prezioso per comprendere molti aspetti del nostro modo di vivere i valori fondamentali della vita, a partire dallo stesso concetto di amore.
L’amore a volte è incompreso. A tal riguardo, mi preme segnalare la pubblicazione postuma dello scrittore e filologo Roberto Calasso. Un volume di esegesi biblica, il suo, dal titolo Il Libro di tutti i Libri (Adelphi, Milano 2022), un testo dove l’autore ripercorre alcune fondamentali storie dell’Antico Testamento con quel suo particolare piglio di fine esegeta. Nel ripercorrere a sommi capi alcune figure assai note, quando affronta il racconto che troviamo nel Cantico dei Cantici Calasso ci ricorda che questo libro contenuto nella Bibbia trovò già al suo inizio molte difficoltà a essere inserito nel canone di un libro ispirato, e quindi come tale di origine divina, un libro dapprima ebraico e poi, in qualche modo, anche cristiano.
Sempre il nostro autore, Roberto Calasso, ci informa che inizialmente le difficoltà di un inserimento concreto e autorevole del Cantico all’interno della Bibbia dipendesse dal fatto che nella storia di quell’amore tra i due fanciulli, come si racconta nel testo, si fa solo un qualche accenno a Dio. E sempre il nostro autore ci informa che il motivo di tale difficoltà veniva da un altro profondo motivo: la storia dei due fanciulli - lo sposo e la sposa - parlava di un tipo di amore completamente nuovo, nell’orizzonte culturale del tempo e della stessa tradizione biblica.
Il Cantico dei Cantici, sempre secondo Calasso, è stato considerato come una scheggia che male si inseriva in un libro che doveva esprimere solo l’amore generato da Dio e che in qualche modo doveva portare solo a Dio. Il Cantico fu considerato pertanto come una scheggia che mal si inseriva in una visione di un amore che non era concepito in funzione di un ordine finalizzato al fine di procreare e generare (non solo altre persone, quanto soprattutto un popolo, inizialmente quello ebraico, poi in seguito anche quello cristiano e dell’umanità in genere). Il problema che già da subito tormentava il sentire comune era quanto mai concreto: è possibile pensare che lo stesso amore umano, e la sessualità in genere, potesse essere pensata al di fuori di una finalità particolare?
Ecco, è proprio per questo che io trovo che il simbolo dei ciclamini, con il divieto perentorio di strapparli, possa essere ancora un simbolo per niente estraneo al nostro modo di vivere, non solo in rapporto alla stessa sessualità, ma anche in relazione a tanti altri aspetti del nostro modo di impostare e pensare tutte le possibili dinamiche della vita.

Il notiziario di pensiero Cattedra del dubbio, diretto da Sante Ambrosi, è un supplemento culturale di Olio Officina Magazine, testata registrata presso il Tribunale di Milano n. 326 del 18 ottobre 2013. Direttore responsabile: Luigi Caricato. Edizioni Olio Officina. Tutti i diritti sono riservati.
In apertura, illustrazione di Stefania Morgante per Olio Officina. Tale illustrazione è stata realizzata per la copertina del libro Amato mio, amata mia. La bellezza del desiderio nel Cantico dei Cantici, di Sante Ambrosi