Basterebbe la didascalia introduttiva della prima scena, «Dalle fessure filtra […] la luce di un distributore di benzina», e la battuta di Giulia, la figlia: «[…] O dobbiamo star sempre murati qua dentro?» per percepire l’effetto claustrofobico dell’appartamento abitato da Anna e Giulia, le due protagoniste, rispettivamente madre e figlia.

Un effetto, quello delle lamine di luce che filtrano dalle tapparelle che proviene dal distributore, che rimanda immediatamente alle solitudini hopperiane insieme al «fanale di una ciminiera in lontananza che lampeggia.»

Anna e Giulia sono due donne sole. Si potrebbe dire malate di solitudine.

Sono due ladre, due imbroglione, vittime a loro volta di imbroglioni.

Un rapporto madre-figlia difficile, non privo di rinfacci e di minacce.

Giulia minaccia infatti di vendere la casa («questo schifo di casa») e di buttare tutto quello che c’è dentro.

Persino il padre viene difeso dalla figlia, ora che è morto.

Accuse reciproche tra madre e figlia anche sull’origine del male del padre.

Un padre a cui Anna pensa si debbano «portare due fiori… che ha lì una tomba che fa pietà…».

Portare fiori a quel marito che non aveva il “dono” e che si lamentava: «Non ce l’ho il dono, non ce la faccio a rubare» mentre lei «Avevo il gusto, il piacere! […] Rubavo come respiravo… respiravo come rubavo… […].»

Bisogna aspettare la scena terza perché la vicenda si “rianimi” con la venuta inaspettata del nipote Matteo, ventenne «scialbo e impacciato», figlio della sorella di Anna, il cui rapporto, dopo liti, si è ridotto a nove anni di silenzi.

Due sorelle che sappiamo un tempo «attaccate».

Così pure il nipote, dopo questi anni, ricompare a Milano per un concorso della polizia.

Anche il defunto marito di Anna era un ex poliziotto, divenuto poi guardia giurata e infine guardiano di ditte. Una sorta di discesa agli inferi.

E alla domanda su quale lavoro facciano zia e cugina, la zia prontamente risponde: «Volontariato.»

Poi, però, i due cugini si confidano sulle rispettive madri…

E, sui padri. E, sebbene Matteo sia figlio di un commercialista, il commercialista è “ladro” e ruba con fatture false e conti in nero.

Eppure sia il padre del cugino che la madre di Giulia vanno in chiesa.

Matteo confiderà inoltre a Giulia di essere venuto per lei, visto che non c’è nessun concorso in polizia.

Per questa cugina più vecchia, a cui la madre non fa che ricordare le sue illusioni amorose oltre al fatto che non sia più giovanissima e sia «malata di uomini».

Tra i tanti difficili rapporti madre-figlia, il nostro pensiero è andato, immediato, al film Tacones lejanos di Pedro Almodovar (tradotto con un Tacchi a spillo quando una traduzione letterale Tacchi lontani avrebbe reso meglio la sofferenza della figlia), per il riferimento a quelle madre dominanti che tendono, umiliando, a sottomettere le figlie, di cui come Anna non possono però fare a meno.

Insomma siamo di fronte a una commedia-tragedia degli equivoci, del non detto, del detto male, in cui si passa dal riso al pianto.

Ambientato a Milano, in una Milano della piccola borghesia di cui ci vengono dati collocazioni reali e precise che ci rendono possibile seguire gli spostamenti e la “attività” delle due donne.

Un testo che è una vera e propria tranche de vie in cui, all’interno delle battute, nelle cosiddette didascalie interne, ricorre spesso “pausa” che a volte divengono persino “lunghe pause”.

In poche pagine se ne contano quattordici.

Quelle pause amate da Čechov, perché nella vita quotidiana della maggior parte delle persone si parla per non dirsi nulla o, forse, perché c’è poco da dire.

Nel ricco saggio al termine del testo, Dario Tomasello definisce l’opera di Sergio Pierattini un «caso eclatante per quantità e qualità», dai «congegni testuali sempre più solidi», e aggiunge l’amore di questo autore per le forme monologanti, per la drammaturgia consuntiva.

Ci dice che ha avuto come insegnante Aldo Trionfo e cita suoi testi da Silvano a La Maria Zanella, da Il ritorno a Un mondo perfetto, fino a questo Raggio bianco.

Molto interessante sapere che abbia costruito un monologo, La Maria Zanella, su una delle più grandi attrici italiane, Maria Paiato.

Lo studioso parla per Pierattini di «nuovo orizzonte nella scrittura dei testi teatrali in Italia» che qui, nel Raggio bianco, presenta incroci stupefacenti, con il nipote sorta di deus ex machina per la zia e la cugina.

E termina con due definizioni efficacissime: «raffinatissima pièce» e «thriller dell’anima».

Aggiungiamo quanto scrive nella sua nota Arturo Cirillo che ha portato in scena in prima assoluta, nell’agosto del 2025 al Festival di Borgio Verezzi, questo testo (già vincitore del Premio Flaiano nel 2006) con Milvia Marigliano nel ruolo di Anna, la madre.

La stessa Milvia Marigliano che abbiamo ammirato nel film La grazia di Paolo Sorrentino e che è stata artefice con altri dell’apertura del Teatro Arsenale nel lontano 1978, vera e propria istituzione milanese, nonché scuola di teatro.

Ecco le parole nella sua nota, dove spiega che quello che ha portato in scena è «un mondo dove domina la mediocrità di sentimenti e aspirazioni» in cui i personaggi ricordano quelli «scialbi, provinciali e ossessivi di Simenon».

Un testo in cui ci sono «informazioni centellinate».

Che dire poi della lingua del Raggio bianco che mantiene la vivezza del milanese o, più genericamente, del lombardo («prendo su la roba della cena» a «povera la mia stella» oltre ad altri già citati) intercalata a i «dio cristo» che rivelano la parte di origine volterrana dell’autore e la sua infanzia senese, se non che è una lingua perfetta, precisa, puntuale.

Si sa che i testi teatrali prendono vita solo una volta che vengono portati in scena, ma per chi, come chi scrive, ha la “perversione” di amarne anche la lettura, ebbene questo è risultato un testo perfetto col suo equilibrio di dolore, di sogno, di speranze e di disillusioni con una capacità di sintesi con cui esprimere le mille sfaccettature dell’animo umano che il più delle volte è un animo dominato dalla mediocrità.

E con un’edizione, quella di Palingenia, non scordiamolo, di grande raffinatezza formale a cui si aggiunge l’analisi profonda e accurata di studiosi e registi.

Un ottimo Sergio Pierattini che si conferma autore notevole, uomo di cultura, oltre ad attore di gran carattere.

Sergio Pierattini, Il raggio bianco, Venezia, Palingenia, 2026