“E come potevamo noi cantare”, chiede Salvatore Quasimodo nella poesia Alle fronde dei salici – pubblicata per la prima volta nel giugno del 1945 sulla rivista letteraria «Uomo: quaderno di lettura» (Edizioni dell’Ulivo, Milano) e poi inserita nella raccolta Giorno dopo giorno (Mondadori, Milano, 1947) – “con il piede straniero sopra il cuore, / fra i morti abbandonati nelle piazze / sull’erba dura di ghiaccio, al lamento / d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero / della madre che andava incontro al figlio / crocifisso sul palo del telegrafo?”

Questa composizione è l’esito di una riflessione maturata nel corso della guerra civile e dell’occupazione nazista dell’Italia centro-settentrionale e segna la transizione di Quasimodo dall’ermetismo delle precedenti esperienze a una lirica maggiormente plurale che si apre, assieme al verso più disteso, alla drammaticità della storia e all’impegno civile, seppure in questo caso espresso in negativo. Il doloroso interrogativo posto dal poeta, scandito da immagini crude e disarmate, sembra dirci che davanti agli orrori della guerra i poeti non possono cantare, ma soltanto dismettere il loro strumento e tacere. Negli ultimi versi, difatti, Quasimodo, ritornato finalmente alla poesia una volta terminati il conflitto e l’occupazione, afferma amaramente: “Alle fronde dei salici, per voto, / anche le nostre cetre erano appese, / oscillavano lievi al triste vento” – esplicito rimando al salmo 137 (136), conosciuto anche come “Il canto dell’esule”, in cui si ricorda del rifiuto degli ebrei, oppressi e deportati schiavi a Babilonia, di cantare le loro lodi al Signore in una terra straniera.

Attraverso le parole

Heba Ali Elnaami, venticinquenne poetessa palestinese, risponde alla domanda di Quasimodo attraverso la sua prima raccolta-fanzine poetica, Beneath Gaza’s Stars – composta tra il 2024 e il 2025 all’interno del campo profughi di Al Maghazi a Gaza, dove tuttora l’autrice vive –, ottant’anni dopo da un’altra terra occupata e straziata, in un mondo radicalmente mutato rispetto a quello in cui scriveva il poeta siciliano, ma sempre uguale nelle sue costanti di idiota e smemorata crudeltà (si ricordi l’accusa dello stesso autore all’uomo del suo tempo, rimasto identico a “quello della pietra e della fionda”).

“Sono Heba Ali Elnaami, laureata alla Facoltà di Arte, dipartimento di letteratura inglese, alla Al-Azhar University in Gaza. In un mondo in cui ogni respiro porta con sé il peso della nostalgia e della perdita, ho trovato rifugio nelle lettere e patria nelle parole. L’esperienza ha scolpito la mia voce, insegnandomi che il dolore, quando tessuto dalle parole, diventa un ponte per arrivare ai cuori umani. Qui, dove l’aria è pregna sia di tradimento che speranza, io scrivo per trasportare la sofferenza della mia gente con le ali della cruda verità, urgente, e senza paura. Attraverso le parole, cerco di raggiungere tutte le anime estranee alla indifferenza, offrendo la nostra storia come energia vitale che rifiuta di perire.” 

Queste sono le parole con cui l’autrice chiude la raccolta scritta in lingua inglese e pubblicata in maniera indipendente, grazie alla collaborazione di amici, una prima volta nell’estate del 2025 e in seconda edizione nel dicembre dello stesso anno da Coastal Lines Press: Zines from Gaza – collettivo internazionale di volontari che supporta gli artisti gazawi nella creazione e nella distribuzione delle loro fanzine.

Beneath Gaza’s Stars può essere acquistata sulla piattaforma internazionale di crowdfunding Chuffed.org (link a piè di pagina) attraverso una donazione che consentirà all’autrice non solo di produrre e diffondere la propria fanzine, ma anche di ricevere un sostegno economico fondamentale all’interno di un contesto in cui poter lavorare per assicurarsi una rendita stabile è tragicamente difficile.

La fanzine poetica di Elnaami è stata interamente tradotta in italiano dall’Associazione Culturale ARCI “Nucleo Kubla Khan” – collettivo cosentino in attività dal 2013 e di cui chi scrive fa parte – e la sua versione in lingua italiana è distribuita in allegato alla fanzine letteraria «NKK».

La poesia è condivisione

L’incontro tra il Nucleo Kubla Khan ed Heba Ali Elnaami, avvenuto online per ovvie ragioni, è stato organizzato da Valentina Marrone, aspirante giornalista pubblicista e membro dell’associazione, che, dopo aver preso contatti con la poetessa tramite Instagram (link al profilo a piè di pagina) e averla intervistata (link a piè di pagina), ha rintracciato nel collettivo cosentino il canale attraverso cui esaudire il desiderio dell’autrice di diffondere le proprie poesie anche in Italia.   

Heba Ali Elnaami, dunque, non ha appeso la sua cetra alle fronde dei salici, lasciandola oscillare al triste vento, ma ha voluto cantare e che tutti noi sapessimo, testimoniando così che la poesia è condivisione, comprensione dell’altro e della realtà e compassione, ma anche indignazione, rabbia e affermazione della vita, della speranza e della parola pur nell’orrore e nella devastazione. L’andamento prosastico della sua poesia esprime l’urgenza del racconto e la volontà di imprimere sulla pagina la testimonianza di una vita e di un mondo che potrebbero essere spazzati via da un momento all’altro. Heba Ali Elnaami ha, infatti, scelto di cantare e l’opera di traduzione delle quattordici poesie che, assieme alla Dedication e al From the author sopra riportato, compongono la raccolta concreta la decisione del Nucleo Kubla Khan di farsi coro del canto della poetessa. Derivano dalla stessa intenzione la pubblicazione di alcune traduzioni sul proprio sito e sulla fanzine «NKK» (link a piè di pagina) e la lettura di una selezione di brani eseguita, con l’accompagnamento della chitarra del M° Pietropaolo Morrone, il 17 maggio scorso sul palco del Cineteatro Universal, nel centro della città vecchia bruzia davanti a più di settanta persone che hanno accolto con generosità l’invito a sostenere Elnaami.

Perché, pur essendo noi tutti lontani da chi è esiliato, oppresso e sterminato nella propria stessa terra, potevamo noi cantare e canteremo: con Heba, per Heba!

 

 Cinque poesie di Heba Ali Elnaami

Le poesie qui pubblicate, così come la succitata Dall’autrice (From the Author), sono tratte da Beneath Gaza’s Stars (Coastal Lines Press: Zines from Gaza, dicembre 2025) e sono state tradotte dal Nucleo Kubla Khan.

Un albero sulla strada (A Tree By The Road) è stata già pubblicata sul sito del Nucleo Kubla Khan, ma chi scrive ha ritenuto particolarmente significativo pubblicarla anche in Corso Italia 7 per le tematiche trattate e per gratitudine nei confronti della rivista che ha scelto di ospitare il presente intervento.  

 

Un albero sulla strada (A Tree By The Road)

Un tempo, Gaza era un giardino che si distendeva fino all’orizzonte.

Cantava la lingua dei frutti… fragole come rubini,

pomodori arrossati sotto il sole, e rose che un tempo

ornavano i mercati da qui fino all’Europa.

Non eravamo solo superstiti.

Eravamo coltivatori.

Eravamo colore.

 

Ma ora, due terzi della nostra terra agricola giacciono sepolti

sotto macerie o inghiottiti dalla polvere, avvelenati dal fuoco e

dal peso di una guerra infinita.

Eppure, in qualche modo, la terra non dimentica come donare.

 

Nei vicoli, tra le rovine, in vasi rotti su tetti

crepati, piantiamo.

Piantiamo perché ricordiamo.

Piantiamo perché dobbiamo.

 

Ora sono uno di loro, quelli che seminano speranza dove il suolo

resta.

C’è un albero che ho piantato sul ciglio della strada, le sue radici

si aggrappano alla vita con lo stesso sprezzo calmo che vedevo

nelle mani di mio padre.

Ho scelto quel punto cosicché i passanti possano raggiungere e coglierne

il frutto senza chiedere.

È la mia preghiera all’aria aperta.

Una piccola grazia in un luogo che ne ha disperatamente bisogno.

Mio padre faceva lo stesso.

 

Credeva nel tipo di carità che cresce dalla

terra e incontra il palmo senza orgoglio.

Porto quella lezione come un seme nel mio petto.

 

E quando i limoni fioriscono. Ah, l’odore, non è solo

profumo, è memoria. Acuta, dolce e infestante.

È il respiro della Palestina stessa, sussurrato attraverso

fiori bianchi che si stringono come stelle a rami contorti

dal tempo.

 

E le olive.

Parliamo dell’olivo non solo come cibo, ma come testimone.

Gli alberi qui vivono più a lungo degli uomini.

Hanno visto i nostri matrimoni e i nostri funerali.

Hanno abbracciato il nostro silenzio e i nostri canti.

 

Non si muovono, ma perdurano.

E anche quella, pure, è una forma di resistenza.

 

Così coltiviamo ciò che possiamo, dove possiamo.

In lattine, nello scheletro rotto di una scala bombardata,

in qualunque lembo di terra che i carri armati non hanno reclamato.

Perché siamo ancora contadini, persino in guerra.

Perché piantare è come ricordare chi siamo.

Perché il frutto è ancora una forma di protesta.

E a volte, la cosa più radicale che puoi fare è crescere

qualcosa che il mondo diceva non sarebbe mai vissuto.

 

La morte è un’amante (Death is a Lover)

La morte stende le sue dita magiche

scrivendo lettere d’amore alla nostra città,

accarezzando i nostri capelli nel buio,

insegnandoci ad assaggiare l’assenza

come miele amaro sulla lingua.

 

Dentro di noi, un bambino attende questo genere di lungo sonno,

solo per svegliarsi le mattine dell’Eid,

per una vita che sembra essere la vita stessa,

Né una promessa, né una bugia.

 

La morte è un’amante…

 

Un silente inno cullato in ogni battito del cuore,

un tenero tradimento che scegliamo all’alba, più onesto di

qualsiasi promessa di un domani.

 

Non mia, ma ancora mia (Not Mine, Yet Still Mine)

Ho sempre creduto di poter plasmare la vita — il mio viaggio,

la mia tela, le mie mani. Camminavo al mio passo, senza

fretta, senza correre verso nessuno. Ma ciò che non avevo mai

immaginato era il momento in cui la presa avrebbe ceduto, quando

le mie mani non avrebbero più retto il pennello, e la vita

me lo avrebbe tolto.

 

I venti del cambiamento hanno soffiato, non gentili, ma

furiosi, distruggendo il sentiero intagliato con cura.

Strade spaccate davanti a me, ponti un tempo saldi crollati,

e io stavo sul ciglio, guardando i miei piani

sgretolarsi.

 

Ci dicono che siamo padroni del nostro destino, che le nostre scelte

scolpiscono la sorte. Ma in quei momenti in cui il

mondo sembra sfuggirci, capiamo: non tutto

si può comandare. Alcune porte si chiudono prima di

raggiungerle. Alcune strade spariscono sotto i piedi. Eppure,

forse la vera prova non è nel potere perso, ma in

come ci rialziamo quando il cammino viene sventrato.

 

Forse, solo forse, è nel coraggio di andare

avanti a passi incerti; sapendo che la strada

davanti potrebbe non essere quella prevista, ma

che percorreremo lo stesso.

 

Le tende non sono mai state il sogno (Tents Were Never the Dream)

Lo sradicamento è la cosa più surreale che io abbia mai

vissuto —

una nuova forma di crudeltà,

una nuova invenzione di sofferenza.

È dormire sui pavimenti,

condividere rifugi sovraffollati con persone che hanno

perso quanto te,

e chiamare una tenda “casa”.

 

Da bambina, sognavo di andare in campeggio,

di stare in piedi di fronte alla mia piccola tenda,

con lo sfondo di una vista mozzafiato,

collezionando i miei momenti di pace e stupore.

Ma non così.

Non nelle aride terre di Mawasi Khan Younis

o Al-Zawayanda,

dove l’unica prospettiva è la sopravvivenza.

 

Eppure…

c’è qualcosa di tenero che cresce anche in questa

devastazione:

il calore dei raduni pomeridiani,

il quieto conforto degli estranei che diventano famiglia,

e la misericordia delle venti persone che vegliano su di te

quando

cadi malata.

 

Anche in esilio, in qualche modo,

troviamo pezzi di casa.

 

La speranza resta (Hope Stays)

Un giorno il cielo tornerà soffice ancora.

Né più mai rumori, né più mai fuoco.

Solo nuvole vaganti come un tempo.

 

Alzeremo la testa senza paura,

senza trattenere il respiro.

Solo cielo,

e forse pochi uccelli che tornano a casa.

 

Anche dopo tutto,

la speranza trova ancora una via.

Non urla

resta quieta,

ma resta.

 

LINK UTILI

  • Per sostenere Heba Ali Elnaami e acquistare la fanzine poetica Beneath Gaza’s Stars: QUI
  • Profilo Instagram di Heba Ali Elnaami: QUI 
  • Intervista di Valentina Marrone all’autrice: QUI 
  • Sito dell’Associazione Culturale ARCI “Nucleo Kubla Khan”: QUI