Le lacrime dei bambini
I tempi inquietanti che stiamo vivendo ci hanno resi tristemente assuefatti alla vista di bambini che piangono. Forse mai come oggi ne abbiamo osservati tanti attraverso la televisione, le fotografie dei giornali o le immagini in rete: Gaza, Libano, Ucraina, Iran, le mille guerre dimenticate in Asia, Africa e altrove nel mondo si sommano alle catastrofi naturali come eruzioni, terremoti e inondazioni. Solo in minima parte possiamo immaginare lo spavento che in tali contesti alberga dietro gli sguardi dei più piccoli e si manifesta nel loro pianto. Le loro paure sfuggono molto spesso alla comprensione degli adulti.
Altrettanto spesso tuttavia gli adulti fanno leva proprio sulla paura a scopo educativo. Già l’antichità aveva creato un mondo di mostri mitologici per spaventare i bambini allo scopo di tenerli buoni. Gli spauracchi per l’infanzia fanno parte più del patrimonio folclorico che di quello letterario e propriamente mitologico. Nella letteratura e nell’arte greca e latina figurano infatti di rado come veri e propri protagonisti; vengono però ricordati indirettamente, in quanto capaci di suscitare spavento nei più piccoli e di indurli all’obbedienza. È a tali mostri dell’antichità, col pensiero rivolto ai tanti bambini spaventati di oggi, che vorrei dedicare qualche considerazione.
I babau nel mondo classico
I diversi spauracchi infantili del mondo antico avevano alcune caratteristiche comuni. Le figure con le quali erano più strettamente imparentate erano i mostri mitologici maggiori, dei quali condividevano lo spavento che incutevano, la forma ibrida, la capacità di trasformarsi, i poteri sovrannaturali, la sete di sangue. Un esame della parola babau (come la presenta il Grande dizionario della lingua italiana Utet di Salvatore Battaglia), pur riguardando specificamente la lingua italiana, permette di evidenziare le caratteristiche principali, presenti fin dal mondo classico, dello spauracchio per bambini: la faccia o l’intero corpo neri, il ruolo di punitore dei cattivi e la varietà di forme che il suo nome assume: babavo (forse con qualche parentela con babaccio o babbaccio), babbaccione, babbeo, dalla radice onomatopeica *babb- che indica balbuzie e stupidità, e da bau-bau, verso del cane (in greco la relazione è con il lupo); collegato a babau è anche babano, ‘pidocchio’. Da notare che l’italiano babau si riferisce a una figura maschile, a un ‘orco’ (come l’ingl. Bogeyman, il ted. Buhmann, lo spagn. coco e il franc. croquemitaine) e differisce in questo dagli spauracchi greci, che erano per lo più femminili.
Che fossero figure femminili è significativo: ciò accresceva lo spavento che incutevano, in quanto si innestavano su un’immagine, quella della donna, della madre, della nutrice, solitamente vista come figura protettiva, capace di dare sicurezza. Come nel caso degli altri mostri della mitologia, talvolta la loro era una storia che cominciava in forme umane anche molto seducenti e finiva, per volere divino, con metamorfosi terrificanti. Spesso assumevano connotati spaventosi come punizione per aver infranto le regole del vivere sociale e in particolare quelle proprie della condizione femminile (per esempio, l’aver rifiutato il matrimonio e la maternità). La loro mostruosità sanzionava quindi severamente gli atteggiamenti delle donne che sceglievano strade diverse da quelle convenzionalmente previste per il loro ruolo. Le forme animalesche più spesso coinvolte nella loro ‘bestializzazione’ (e che talvolta sono evocate dai loro nomi) sono figure liminari, ai margini del mondo umano, come il lupo o gli uccelli rapaci. La loro terribilità, inoltre, è concentrata per lo più nel volto e nella testa: sono maschere, e come tali suggeriscono un nesso col mondo del teatro, nel quale infatti alcune di esse sono esplicitamente evocate, non di rado con risvolti comici.
I mostri al femminile e i loro nomi
La loro qualifica di mostri che devono indurre a comportarsi bene si spiega con il senso del latino monstrum (da moneo), da intendere come ammonimento degli dèi: la loro mostruosità non incute terrore gratuito, ma svolge una funzione salvifica, fa vedere il pericolo e permette di evitarlo (in questo, il loro essere figure femminili li riconduce al ruolo, protettivo e tutelare, proprio della donna rispetto ai suoi bambini). I nomi, inoltre, esaltano onomatopeicamente la terribilità del mostro prediligendo suoni cupi e sinistri, e si prestano a diventare esclamazioni grazie alla loro brevità, alle caratteristiche della loro accentazione, alle allitterazioni ricorrenti: un campionario parziale dei nomi propri dei principali spauracchi femminili nel mondo classico comprende Accò, Alfitò, Baubò, Carcò, Empusa, Ghellò, Lamia, Maccò, Mormò, Mormolice… per non parlare dei nomi di mostri mitologici veri e propri come le Gorgoni, Medusa, le Arpie, Tifeo, i Ciclopi e simili, che all’occorrenza potevano essere a loro volta evocati per spaventare i più piccoli, anche se erano estranei, in origine, al mondo infantile. Non mancavano neppure personaggi storici famosi chiamati talvolta a fare da spauracchio: come Annibale, che dopo la battaglia di Canne, quando si temeva l’arrivo dei Cartaginesi a Roma, veniva nominato dai genitori per far stare buoni i piccoli con l’inquietante esclamazione Hannibal ad portas (o ante portas: cfr. Cicerone, De finibus, IV, 9 e Livio, XXIII, 16, 2). Ma qui siamo fuori dai confini del mondo degli spauracchi femminili e del mito greco, e lasceremo dunque Annibale da parte, concentrandoci invece sui babau in senso proprio.
Accò
Alcune figure appaiono piuttosto evanescenti: c’è per esempio Accò, del cui aspetto e delle cui vicende poco sappiamo. Il nome sembra derivato, secondo il lessico Suda, dal verbo greco akkizomai, ‘fare smorfie’, ‘ghignare’, e in generale ‘smaniare, essere fuori di sé’, ed evoca una figura di straordinaria stupidità. A conferma della sua stoltezza, una volta si avvolse in un mantello non completamente tessuto e, non riconoscendosi allo specchio, intraprese con la propria immagine riflessa una lunga chiacchierata, convinta di trovarsi di fronte a un’estranea; un’altra volta cercò di piantare un piolo usando una spugna anziché un martello (secondo il lessico Suda l’espressione ‘battere un piolo con una spugna’ indicava uno sforzo vano). Per alcuni però la sua stupidità era solo una finzione che doveva celare la sua vera natura perfida e ingannatrice (e l’aneddoto citato dello specchio potrebbe allora fare riferimento proprio alla sua doppiezza). È interessante notare che in latino acca era in principio nome comune e indicava la ‘mamma’ o la ‘tata’ nel linguaggio infantile. Divenne poi nome proprio femminile e nella forma Acca Larentia designa la nutrice di Romolo e Remo, moglie di Faustolo.
Alfitò e Baubò
Anche nel caso di Alfitò non abbiamo molte informazioni sul personaggio. Sappimo però che il suo nome richiama in greco alphitòn, ‘farina d’orzo’, e alphita, ‘farina bianca’ (da alphòs, lat. albus, ‘bianco’) e allude forse al suo aspetto fisico (una vecchia con i capelli bianchi, come infarinati?). Alcuni studiosi ritenevano che Alfitò fosse simile a certe figurine deformi plasmate nella pasta per spaventare i bambini e presentate come larvae, defunti di ritorno dall’oltretomba.
Un altro demone femminile che spaventava i bambini era Baubò, che faceva parte del corteggio della dea Ecate, protettrice dei giovani ma anche dea dei morti e venerata ai crocicchi delle strade, dove le venivano erette statue tricefale. Ben poco tuttavia si può aggiungere su questa Baubò, se non il fatto che il suo nome, in greco, indicava il sesso femminile.
Empusa
Qualcosa di più si può invece dire di Empusa, che faceva parte anch’essa del corteggio di Ecate. La sua specialità era di cambiare aspetto con straordinaria rapidità: donna bellissima che attirava, più che i bambini, i giovani adolescenti cui poi come un vampiro succhiava il sangue, assumeva spesso un aspetto terribile, con un orrendo volto pustoloso. Nelle Rane (285-297) Aristofane ne sottolinea la deformità degli arti (ha una gamba di bronzo e l’altra “di merda di vacca”). Il nome, per il quale già le fonti antiche proponevano le interpretazioni più varie, può anche comparire al plurale (Empuse) per designare un’intera categoria di esseri demoniaci.
Ghellò
La sostanziale vaghezza che accomuna la maggior parte dei demoni femminili fa sì che spesso il babau noto come Ghellò venga identificato con altri mostri simili, come Lamia e Mormò, o più genericamente con le streghe (striges). Di queste ultime Giovanni Damasceno (PG 94, 1604 A) diceva che molti le chiamavano Gheludes, facendo così di Ghellò una sorta di capostipite di una intera categoria di demoni femminili. Quel che sembra certo è che Ghellò era la mostruosa metamorfosi di una vergine morta prematuramente, che appariva in forma di fantasma a minacciare i bambini - in particolare i neonati - per una sorta di compensazione della propria mancata maternità. Per sopravvivere strangolava le sue vittime o ne divorava il fegato. E lo faceva, a quanto pare, ghignando, se il suo nome derivava, come qualcuno sosteneva, dal verbo ghelao inteso come ‘prendere in giro’, ‘ridere di qualcuno’, ma anche ‘ridere’ nel senso appunto di ‘ghignare’, con malignità e malvagità.
Lamia
Una documentazione più ricca abbiamo nel caso di Lamia, che è solitamente una figura femminile, anche se Aristofane le conferisce attributi maschili (“luridi testicoli di Lamia”: Vespe, 1035 e Pace, 758) e insiste sui suoi aspetti più volgari e ripugnanti (“Lamia, quando fu presa, si mise a scorreggiare”: Vespe, 1077). Rispetto ad altri spauracchi per bambini Lamia ha una storia più articolata che si intreccia a quelle di altri personaggi del mito. Di origini libiche, figlia (o nipote) di Poseidone, o di Belo e di Libia e a sua volta regina della Libia, fu una donna bellissima (a lei si ispirò John Keats per un celebre componimento a lei intitolato): amata da Zeus, gli diede due figli, ma per gelosia Era glieli fece morire entrambi e la condannò all’insonnia perpetua, impedendole di chiudere gli occhi. Zeus allora venne in suo soccorso e le permise di togliersi gli occhi la sera, riponendoli in un vaso prima di andare a dormire, per rimetterli poi di giorno nelle loro orbite; così facendo ricuperò il sonno (e probabilmente anticipò, senza saperlo, l’invenzione degli occhiali). L’aspetto di animale feroce e mostruoso dai denti acuminati, la cecità, il bere e il vivere in una caverna sono altrettanti ulteriori elementi che la caratterizzano.
Una tradizione la presentava come sovrana dei Lestrigoni, i giganti di cui era re Lamo e la cui capitale si chiamava Lamos. Lamia era anche un nome col quale si indicava la città di Sibari. Allo stesso modo, Lamia o Sibari, si chiama un personaggio che compare in Antonino Liberale (Transformationes, VIII): una figura femminile gigantesca che vive in una grotta presso la città di Crisa nella Focide e che devasta la regione. Gli abitanti, consultato l’oracolo di Delfi, accettano di sacrificare un giovane per placare il mostro, e scelgono il bellissimo Alcioneo; mentre è condotto al sacrificio, però, il ragazzo viene visto da Euribato, che si innamora di lui e per salvarlo si sostituisce a lui, raggiunge la grotta di Lamia e riesce a sconfiggere il mostro gettandolo giù da una rupe.
Anche a proposito dei figli di Lamia esistevano varie tradizioni. Tra quelli che le venivano attribuiti (oltre ai due già citati, nati da Zeus) figuravano Scilla, il mostro dello Stretto, e la Sibilla Erofile, profetessa dell’oracolo delfico di Apollo.
Nella tradizione popolare l’immagine che si affermò fu quella di una creatura mostruosa con busto femminile e gambe d’asino (simile a Empusa), che terrorizzava i bambini in quanto protagonista di terribili storie in cui mangiava i feti strappati dal grembo delle madri. Al plurale Lamiae designava le donne vampiro, che seducevano gli uomini e poi ne succhiavano il sangue.
Quanto al nome, secondo Marco Aurelio (Pensieri 11, 23) Socrate chiamava Lamie, spauracchi per bambini, le opinioni del volgo, mentre l’etimologia vera e propria variava enormemente da autore ad autore, riferendosi di volta in volta a concetti come l’ingordigia, la sfrontatezza, il bere avidamente e simili.
Non è priva di fascino, poi, un’ulteriore associazione tra il nome di Lamia, che vive lontana dalle comunità degli uomini in grotte e caverne, e il radicale la-, associato alla roccia, alla pietra e alle cavità scavate come le grotte e gli antri sotterranei, e che ricorre in termini come latomie, laura o lavra, labirinto. Il linguista tedesco Gerhard Rohlfs nel suo lessico grecanico (ossia dell’antica lingua greca di Calabria) spiega lamia come ‘volta’ o ‘grotta’: forse lamia intesa in quest’ultimo senso può evocare l’immagine di una bocca spalancata, e quindi alludere alla fame smodata? O viceversa è l’ingordigia, rappresentabile come una bocca spalancata, che ha finito coll’indicare anche le cavità sotterranee, di forma paragonabile?
Occorre precisare, infine, che per Lamia disponiamo di qualche raffigurazione in più rispetto agli altri babau, anche se riconoscerla con precisione è molto difficile. In generale gli spauracchi per i bambini non hanno mai ispirato significativamente gli artisti greci: come se non rappresentarli, lasciando nell’indeterminatezza la loro terribilità, contribuisse a renderli ancora più spaventosi. Perché ciò che non si conosce fa più paura.
Maccò
Non tanto spaventosa, quanto, agli occhi di un adulto, stupida è la figura di Maccò, che con Laimò, un’altra creatura mostruosa sua simile, si distingue per le sue difficoltà intellettive. In greco makkoao significa ‘pensare come Maccò’, ossia ‘essere stupido’. Incerto è il rapporto (se esiste) con quel Macco che nel mondo latino è una maschera di origine osca, presente nel genere della commedia farsesca nota come Atellana, dove incarna lo sciocco e il ghiottone, che finisce il più delle volte sbeffeggiato e malmenato.
Mormò e Mormolice
Etimologicamente e morfologicamente collegate erano infine Mormò e Mormolice, rispettivamente un singolo individuo mostruoso e una collettività di demoni indicati come Mormolykeia o Mormones.
Mormo o Mormò era identificata nel mito con una donna di Corinto che divorò i propri figli; la poetessa greca Erinna la presenta come una creatura con enormi orecchie, che cambia continuamente in viso e cammina a quattro zampe, ma sa anche volare. Morde bambini e animali rendendoli zoppi e spaventa a morte soprattutto i più piccoli. Il terrore che incute è direttamente legato al suono del suo nome, un brontolio confuso apparentabile a mormyro, ‘mormorare, gorgogliare’, mormoros, ‘paura’, all’aggettivo mormotos, ‘terribile, orribile’, ecc. Il suono del nome di Mormò è terrificante quanto quello di un altro terribile mostro, spauracchio per adulti, la Gorgone, dove l’esito spaventoso è prodotto dal suono onomatopeico gor.
Sotto l’etichetta mormolykeia, inteso come nome comune, plurale, con richiamo al lupo nella parte finale, si indicavano in generale tutti gli spauracchi per bambini (cfr. Platone, Fedone, 77 E): ossia in generale tutti quelli che potremmo chiamare i ‘lupi cattivi’. Mormolyke era però anche una figura singola che la mitologia presentava come una dea degli inferi in forma di lupa, nutrice dell’Acheronte, il fiume dell’oltretomba personificato. La Mormolyke greca si affianca nel mondo latino a una dea Luperca, forse identificabile con la già citata Acca Larenzia che allevò Romolo e Remo; Luperca indicava altresì la lupa capitolina. Così la belva mostruosa dalle fauci spalancate può trasformarsi nella complice benevola di un disegno divino in quanto nutrice dei mitici gemelli.
Il suono e la paura
Davanti a questi e agli altri babau che nel mondo classico suscitavano il terrore nei più piccoli, non si può non notare l’importanza del suono dei loro nomi. Forse occorrerebbe riflettere più a fondo sulla fonosfera, la dimensione acustica delle denominazioni dei mostri antichi (non solo di quelli per bambini). In una società nella quale l’oralità era prevalente in ogni campo dei rapporti sociali, della letteratura, dell’educazione, del sapere, ogni nome era prima di tutto un suono che colpiva l’orecchio, e da quel suono traeva una parte spesso rilevante del suo significato, indipendentemente dalle etimologie che vi venivano poi cucite sopra. Il suono del nome, accompagnato da un adeguato tono della voce di chi lo pronunciava, conferiva a ogni mostro del mondo infantile la sua caratterizzazione più tipica. Lo conferma il fatto che i babau meno definiti individualmente e meno rappresentati in letteratura e nelle arti figurative hanno i nomi più brevi e incisivi, dall’etimologia difficilmente ricostruibile ma anche dal suono più spaventoso e immediatamente efficace; mentre le figure mostruose che hanno un aspetto meglio caratterizzato e una biografia più dettagliata (come Lamia o Empusa), e che sono anche protagoniste di racconti mitici ‘per adulti’, hanno nomi meno ostici e sinistri sul piano della sonorità. Quasi che l’onere di manifestare la terribilità di quei mostri fosse ripartito tra il loro aspetto e le loro vicende, e non gravasse solo sul suono terrificante del nome.
In tutti gli altri casi, era principalmente attraverso i nomi e il loro suono, dunque, che i babau dell’antichità svolgevano la loro funzione e facevano spaventare e piangere i bambini. Che riuscissero anche ad indurli a comportarsi bene, però, è tutto da dimostrare...
In apertura, Sabro Bettin, "I muri ci guardano", 2015 (particolare); tecnica mista. Opera esposta al Museo della Follia di Lucca, 2019. Foto di Olio Officina