È un Testori lirico quello che nel 1972 scrisse questa biografia dedicata al grande Luchino Visconti e mai pubblicata a seguito della rottura tra lo scrittore e il regista.
Una biografia di una novantina di pagine in un libro di quasi quattrocento.
Perché se la biografia è “ridotta”, l’introduzione e la ricchezza delle note di Giovanni Agosti (una ricchezza che oseremmo dire viscontiana) costringono, piacevolmente, il lettore a una vera e propria immersione nel mondo che ha gravitato intorno al regista, messe a disposizione dal sapere eteroclito dello storico e critico d’arte.
Un elenco di luoghi (Cernobbio, Milano, Parigi, Roma…) e di persone legate in vario modo alla cultura (Emilio Cecchi, Giorgio Bassani – il Bassani definito da Gian Arturo Ferrari «scrittore sublime» e che ha visto in Cinque storie ferraresi «il suo libro più bello» –, Michelangelo Antonioni, Alberto Arbasino…), dagli anni ’40 del Novecento alla morte del regista nel ’76.
È con il suono delle campane che si apre la biografia: «Da dove vengono i suoni, i rintocchi, i richiami, gli inseguimenti, gli avvolgimenti e gli abbracci di queste campane? […] Da dove calano giù, lenti e tristi, sulla calma ottobrina del lago […].»
Campane che non sono quelle pascoliane, ma quelle di area lombarda, che ci rimandano in particolare a quelle di Federico Borromeo nei Promessi Sposi, poi a quelle viscontiane in La terra trema, per finire con quelle di Testori e che tanta parte hanno nei suoi scritti come in Ambleto.
Campane che uniscono lo scrittore e il regista: quelle di San Babila, di San Carlo al Corso, di San Gottardo.
Altro elemento lirico è il lago, quello di Como, ma l’altro ramo, non «quello che volge a mezzogiorno».
Lago della villa materna, la villa Erba a Cernobbio, con le sue brume.
C’è un lungo tratto di vita che accomuna i due intellettuali.
Così è, ad esempio, per la messa in scena viscontiana di L’Arialda di Testori, con le varie avventure censorie e il programma di sala di Giorgio Bassani, che parla di «eroi plebei» e di «impeto caravaggesco»; l’amore dichiarato del regista per un altro testo come La Gilda del Mac Mahon; il film Rocco e i suoi fratelli tratto dai testoriani racconti Il ponte della Ghisolfa.
Seppur scritto in terza persona, non mancano momenti ineffabili in cui lo scrittore si rivolge direttamente a lui, all’amico, con ripetuti: «Luchino mio».
Altri momenti lirici sono quelli che trasportano noi lettori dalle brume del lago alla nebbia, da Cernobbio a Milano.
Ecco allora «La tua, la nostra indomabile nebbia di Milano; […] La nebbia! Te la ricordi anche da lì, dalla non-nebbia, dall’impossibilità alla nebbia di Roma?
«La nebbia è tua: t’appartiene. Ha infangato, fin dall’infanzia, la tua voce che serba in sé, oltre la cadenza, quel tanto di raschiato e di roco, come d’un irremovibile catarro, come d’una furia sempre virilmente trattenuta, che è tipico delle laringi delle nostre parti (nobili o no; doviziose di ricchezza o al tutto prive).»
Quanta poesia in questo ossimoro voce-catarro… la poesia inequivocabile di Testori.
E ancora sulla nebbia che è «la nebbia della tua infanzia, la nebbia navigliesca (quando i Navigli se ne stavano tutti spalancati e formavano la nostra fermentante, piccola, leonardesca Senna) o, invece, per un ribaltamento, una sovrapposizione, un mescolamento dei ricordi, la nebbia “rocchiana”, quella, indimenticata, che la grande meraviglia, il giovane demone venuto, appunto, dalla Senna per quel della Ghisolfa (ma venuto, per ciò che concerne la sceneggiatura, dal Sud) s’era trovato attorno, come la vera e propria aura mefitica, amara e baciante, nel mentre tu giravi, appunto, l’intramontabile storia di Rocco.»
Con questa meravigliosa, straordinaria lingua ci avviciniamo a Delon, al rapporto di Luchino con gli attori, alla famiglia che è al centro della sua poetica, forse nata dall’importanza che la madre ebbe per lui, madre della cui bellezza andava orgoglioso.
Ed è così che gli attori sono stati per lui come dei figli, quei figli che non ha mai avuto. E non c’è regista che abbia creato, spesso dal nulla, tanti attori come lui: «Luchino non ha mai spento nessun attore».
Crea la Callas non limitandola più solo alla voce; crea Alain Delon, «lo strazio e la malinconia»; crea Alida Valli, l’«irripetibilità della grazia».
Ma Testori entra inoltre nella psiche più profonda del regista, aiutato anche da un’analisi attenta delle foto di lui bambino, in cui vede l’«infantile corruccio, nella tua infantile e incomprensibile malinconia».
Testori nota che da bambino il regista non sorride mai, perché «golfi d’ombra ne invadono di già lo sguardo».
Così come ne prende in esame la sua solitudine che non è mai noia.
E si chiede, quando a Roma, se ne sta nella sua poltrona: «A che pensa Luchino nelle sue lunghe sere di solitudine così ferma così cosciente così autonoma e altera?»
Perché se prima era solo in mezzo alla gente, ora la sua solitudine è, per il suo amico biografo, ingegno, meditazione, ricchezza.
È altresì «una sorta di segreto piacere, di segreto struggimento e perfino di segreta libido, proprio la stessa di cui, […], parla il grande Ferré in una delle sue ultime, disperatamente calme canzoni: “mais la solitude…”.»
C’è poi il discorso sulla morte, condiviso tra i due amici.
Luchino vede oltre il buio dei cimiteri, oltre il fondo delle bare «alcuni strani baluginii, alcune strane speranze […] quelle speranze incarnano la certezza che un altro mondo, un mondo non corporale, ove pure ne siano ignote le forme, esiste.»
E qui Testori ci riporta le esatte parole del regista: «Del resto io, da sempre, quando ho delle decisioni gravi, delle decisioni estreme da prendere, mi consulto con mia madre…». Con la madre morta.
Più volte Testori torna anche sulla sua «natura fortemente, pesantemente e fin fragorosamente lombarda» in cui «la fatica» diviene metodo di vita e alla sua «lombardissima e milanesissima capacità di mettere in piedi, edificare e costruire […] oltre all’onnipresente, irriducibile volontà.»
E nota in lui la «sapienza da gran romanziere dello schermo» trovando improprio ridurre la poetica di Visconti entro i termini del Decadentismo.
Ci sono parti dedicate agli amori del regista per gli animali.
C’è una sorta di capitolo «equestre», in qui si parla di vero e proprio «fanatismo» equino di Visconti, amore non condiviso dal suo biografo che, da esperto d’arte quale è, si avvicina ai cavalli tramite Géricault, soprattutto al rapporto uomo-cavallo.
Dopo i cavalli è la volta dei cani «custodi della sua solitudine» definiti da Testori «di cubatura, di prospettiva, di ferocia mantegnesche».
E poi le case. Da quella romana sulla Salaria, definita «un mito», con i suoi vetri dipinti, le fotografie, i vasi e le opaline in bagno, a quella di Ischia che lo scrittore non ha mai veduta, ma che sa piena di oggetti liberty, «un accumulo di delizie ottiche».
Del resto la «febbrilità» nell’acquistare è comune ai due amici.
Ci sono poi le contraddizioni: «Luchino conte e Luchino vicinissimo ai comunisti»; il regista che partecipa alle feste dei nobili e che pensieroso si ferma davanti alla salma di Togliatti.
C’è il Luchino che per i suoi film fa richieste principesche, ma c’è anche il Luchino che paga di tasca sua.
E veniamo ora alle sue furie, alle sue ire, alle sue scenate peraltro famose.
Agli aggettivi usati per lui: «Luchino despota; Luchino violento; Luchino imprigionatore; Luchino come un feroce castellano degli antichi manieri… […]».
Ma Testori si sente in dovere di parlare «anche della sua pazienza» e lo fa mettendone in risalto nuovamente la sua «milanesità»: «In effetti Luchino è soprattutto un uomo paziente. I suoi scatti sono il rovescio di una milanesissima medaglia: quella che porta coniata da una parte l’azione e dall’altra la sopportazione.»
Ci sarebbe tanto ancora da analizzare: dal regista creatore dei silenzi al discorso su eros.
Ma vogliamo concludere con le parole del suo autore che in sintesi ci dà il significato della sua biografia: «Questo ritratto […] impostato a strati che certo non han ordine ma che sperano almeno di essere approdati a un disordine comunicante […]».
Siamo convinti che questo «disordine» abbia avuto sul lettore un impatto di grande comunicazione, di enorme empatia, rendendolo parte dell’animo del regista.
Quell’animo che il suo amico-autore con queste parole, dalla sua immaginazione, dal suo dialogo muto ci descrive verso la fine del testo: «Sali le scale. Puoi essere fiero di te. Fiero d’una fierezza non titolata, ma semplicemente e totalmente umana. Fiero, triste, scontento e affaticato come si conviene ad ogni vero artista».
Giovanni Testori, Luchino, a cura di Giovanni Agosti, Milano, Feltrinelli, 2022