C’è un dramma che viene narrato con i linguaggi del presente, ovvero quelli della tecnologia.
Dello smartphone soprattutto: quel freddo piccolo oggetto parte delle nostre vite, imprescindibile per certi aspetti, capace di unire generazioni diverse.
In questo dramma (perché di vero e proprio dramma si tratta), l’oggetto malefico non compare mai in scena, ma ugualmente c’è come unico linguaggio, come unico modo che hanno i giovanissimi di rapportarsi tra loro e con gli altri.
Sul palcoscenico, aperto e illuminato come la platea, entrano in scena due attori, poi se ne aggiungono altri tre.
I cinque restano muti per diversi minuti.
Ci sembra, a dire il vero, una lungaggine inutile. Ci innervosisce.
Poi procedono verso il boccascena e allora le luci in sala si spengono e i cinque iniziano movimenti di danza al ralenti.
E ha inizio l’emozione…
«30 milligrammi di Ulipristal il giorno dopo.»
A parlare è il personaggio di Sofia, sdraiata a terra, ubriaca.
Gli altri (gli altri personaggi) sono «sul cellulare.»
Il cellulare vibra, ma, come già abbiamo detto, il cellulare non c’è e la vibrazione viene fatta con la bocca.
Intanto le ragazze si avvicinano al corpo sdraiato sul proscenio cantando Stand by me.
Alle tre si unisce, da ultimo, l’unico ragazzo.
Nel frattempo c’è uno scambio di chat tra Sofia e la sua amica Sara.
Poi quello con la sorella per sapere cosa ci sia da pranzo.
La sorella fa notare che è solo nell’altra stanza… Ma, come si sa, non si usa più parlare.
Ci sarà una consegna a domicilio di una pizza, perché neanche più si esce.
Segue la chat con la mamma in cui si viene a sapere che Sofia è stata a una festa di laurea.
La parola “studio” diviene, con il correttore automatico, “stupro”. (Un correttore psicologo?).
Poi seguono chat con il gruppo universitario.
Andrea è colui che festeggia la laurea.
Ogni chat – vista l’assenza dello smartphone – è indicata dalla voce dell’attore di turno che dice «chat».
Non mancano le pubblicità che compaiono sui cellulari: dall’oroscopo con «cara Vergine» a quello della Conad con il petto di pollo Pio.
Si attiva anche il motore di ricerca per sapere qualcosa dei 30 milligrammi di Ulipristal.
Poi segue un video sulla violenza, con la usuale richiesta che, prima di andare avanti, si metta «Mi piace.»
E ancora il meeting online per l’esame universitario.
È sulle Metamorfosi di Ovidio, libro II, con il mito dell’Orsa Maggiore.
Sofia prende 27 all’esame.
La voce del prof chiede: «Accetta?»
Di nuovo chat con la sorella: «Dillo tu che ho preso 27 alla mamma.»
Perché i giovani di oggi non solo non parlano, ma, se possono, delegano.
Sofia decide di impostare il navigatore per andare alla stazione di polizia.
La voce metallica e ripetitiva dà le indicazioni. Lo stesso quando cerca una farmacia nelle vicinanze.
C’è poi la scena della piazzuola, dell’auto ferma, del conto del numero delle gambe che sono due, poi quattro, infine sei.
Sei mesi dopo, si ripete la scena iniziale con Sofia che, quasi in un refrain, ripete che «tutti gli altri sono nel suo cellulare.»
E via con la sistemazione delle foto. Anche quelle della sorella dagli orecchini con giraffe blu.
Riprende le chat con i compagni di università. Con Raffaele. Con Giuseppe a cui chiede: «Cosa ricordi?». Con Andrea, quello della festa di laurea.
Sappiamo che Sofia prende un milligrammo di tranquillante al giorno.
Vuole a tutti i costi sapere quello che le è successo sei mesi prima, dopo la festa di laurea di Andrea, da cui lei se ne andò ubriaca.
Chatta di nuovo con Raffaele dell’università: «Dimmi quello che devi dire.»
…
La musica di Elvis accompagna la fine dello spettacolo di un’ora e dieci minuti senza interruzione.
«Pigoni fa della forma sostanza quando con estrema delicatezza usa la pagina assoluta di schermate chat con amiche e conoscenti, per far accertare alla sua protagonista di essere stata vittima di uno stupro di gruppo da parte di amici dell’università. Nella ricerca ansiosa di ricostruzione della verità aleggia costantemente il dubbio, l’incredulità, la difficoltà di verbalizzazione, che dà corpo a una scrittura chiaroscurale in grado di indagare nelle pieghe, nelle reticenze e nelle falsificazioni del linguaggio. Potente e sensibile, […], il testo di Pigoni non esonda, non dilaga, ma indaga».
Questo è quanto la giuria ha affermato nella motivazione per la sua vittoria al Premio Riccione “Pier Vittorio Tondelli”.
Vorremmo aggiungere che Benedetta Pigoni racconta un mondo la cui interpretazione è filtrata dalla tecnologia.
La scrittura di Pigoni, che noi abbiamo volutamente riportato per interi stralci, colpisce proprio per la sua vicinanza con i linguaggi del presente.
E proprio con questo tipo di linguaggio che avviene la ricostruzione di un abuso, di una violenza subita, e della difficoltà nel denunciare perché le risposte delle istituzioni non sempre sono adeguate.
Ma tutto quanto avviene è “dentro” il cellulare divenuto quasi antropomorfo.
In esso non c’è solo la vita dei ventenni, ma anche la nostra, con le app, le chat, le foto, le pubblicità, i video, i navigatori, le consegne a domicilio.
Complimenti ai bravissimi e giovani attori e alla regista che è riuscita a ricreare questo mondo tecnologico senza la presenza di nessun oggetto che abbia a che vedere con la tecnologia.
Inutile aggiungere che il pubblico ha apprezzato l’operazione di Paola Rota che, avvalendosi solo delle capacità dei cinque attori, ha ancora una volta dimostrato che il teatro è questo senza bisogno di sovrastrutture costose e ingombranti.
Applausi a non finire per questo debutto sulla scena torinese.
30 milligrammi di Ulipristal di Benedetta Pigoni, regia di Paola Rota con (in o.a.) Eny Cassia Corvo, Lorenzo Fochesato, Sara Mafodda, Martina Massaro, Val Wandja.
Torino, Teatro Gobetti, 19-24 maggio 2026
In apertura, foto di Ivo Corrà