È un’emozione di per sé trovarsi al Palazzo Mediceo di Seravezza, ma ancora più emozionante è superarlo e salire.

Una decina di minuti a piedi, su strada sterrata con ciottoli e, in parte, sotto una galleria vegetale, fino a quello che vorrebbe divenire un nuovo punto di aggregazione culturale estivo, ovvero Cava Barghetti sul Monte Costa.

Un’idea ammirevole, quella del recupero delle Cave dismesse.

Così, lo scorso luglio, c’è stato modo di seguire, dopo il tragitto a piedi o su auto fuoristrada, per gli spettatori con qualche difficoltà di deambulazione, lo spettacolo Il ritorno con l’attore lucchese Marco Brinzi, diplomato al Piccolo di Milano nel periodo della direzione di Ronconi, ormai ben noto anche a livello nazionale per essere stato diretto – tra i tanti – dalla bravissima Serena Sinigaglia anche nello spettacolo Lisistrata con Lella Costa e per le sue apparizioni in televisione e al cinema.

Marco Brinzi nella cava. Foto di Mariapia Frigerio

Noi lo ricordiamo per la bravura mostrata nel monologo di Andrea Cosentino Glenn Gould. L’arte della fuga [di questo spettacolo scrivemmo qui il 10 maggio ’22, NdC] per la regia di Caterina Cosentino che, a Cava Barghetti, divide la scena con lui.

Quando il pubblico arriva in modo discontinuo, chi a piedi, chi con il fuoristrada come dicevamo, vede l’attore in alto, dentro una nicchia della cava.

Un’immagine estremamente suggestiva, quella di Brinzi “dentro” la cava e quasi partorito da essa.

Poi atleticamente, solo quando le persone avranno preso definitivamente il loro posto, scenderà per posizionarsi di fronte al suo leggio affiancato da Caterina Simonelli, pure lei di fronte al suo.

Ha inizio la narrazione…

La vita nei paesi dell’Alta Versilia è una vita dura, tra miseria e disoccupazione.

Così la gente è costretta a emigrare in cerca di fortuna.

Così era anche successo a Stefano, il protagonista di La valle bianca di Sirio Giannini.

Quelli dei cavatori sono luoghi dove la morte sta in agguato: sempre.

Le buccine sembrano instancabilmente pronte a diffondere la disgrazia sopraggiunta nella valle: quasi un lamento funebre.

Il loro suono si diffonde ovunque nei dintorni: nelle altre cave, sui monti vicini, nei paesi.

E, tremebondi, tutti accorrono per sapere a chi sarà toccata questa volta la sventura.

Tutto ciò ci viene raccontato con i monologhi e i dialoghi dei due attori.

Sono parole di grande suggestione, capaci di rendere il pubblico partecipe di questa sorta di viaggio interiore, di rendere, in modo del tutto particolare, il libro vivo.

Un compito di cui spesso si fa carico il teatro.

Poi il 28 marzo di questo anno si è tenuta nella sede della biblioteca del Cisesg a Vallecchia, proprio nel giorno della data di nascita di Sirio Giannini, un omaggio allo scrittore con la proiezione del suo film I cavatori, oltre a parlare della sua vita, della sua formazione, dei suoi libri.

Come tutti gli autori del periodo, forte è in lui il rapporto con il cinema, testimoniato anche dalla sua corrispondenza con Cesare Zavattini.

Di certo si sa che avrebbe voluto fare il regista e l’attore.

Tema fondamentale del film la fatica e la tragedia di un lavoro poco noto.
Sedici minuti di strepitoso bianco e nero.

Un film che lascia col fiato sospeso tra stridori hitchockiani, il rumore del trapano, quello del mazzuolo unito al suono delle campane e a una colonna sonora ad hoc: il brano Una notte sul Monte Calvo di Modest Mussorgsky.

Poi l’esplosione delle mine, il pranzo dei cavatori, le urla di questi per lo sforzo.

Un lavoro decisamente pericoloso il loro.

E ancora le loro famiglie con giovani donne che lavano i panni al fiume, una vecchia che porta il cibo alle galline e un’altra che riempie un secchio alla fontana.

Ma è il suono macabro dell’autoambulanza che fa percepire allo spettatore il vero dolore: con la bimba che piange, con i lavori che si interrompono, con gli uomini che corrono mentre scendono.

Di grande impatto visivo l’inquadratura dei piedi sul marmo, della barella col morto e, quasi espressionistica, l’immagine degli scarponi che precede la parola FINE.

Un film girato nel ’58 con cui Sirio Giannini vinse il Premio Montecatini (nel ’61) come regista e sceneggiatore partendo dalla poesia di Lorenzo Tarabella È troppo presto.

Sirio Giannini e Lorenzo Tarabella: due autodidatti letterari, due attori della strada come in uso nel neorealismo, che hanno collaborato in questo film. Regista e sceneggiatore l’uno, aiuto regista e operatore l’altro.

La studiosa Valeria Biagi nel suo La Valle Bianca. Appunti per una rilettura del romanzo di Sirio Giannini, sottolinea che «il romanzo La Valle Bianca e il cortometraggio I cavatori dialogano strettamente con i versi del 1951 del poeta e narratore Lorenzo Tarabella (1927-1972).»

Vorremmo ancora aggiungere quanto scrive la studiosa su Giannini, che cita anche la critica letteraria Daniela Marcheschi e il suo Il sogno della letteratura:

«Giannini, però, sembra essere più vicino al Realismo che non al Neorealismo, anche perché parrebbe mostrare, comunque, una sua “visione complessiva degli eventi e dei rapporti significativi che intercorrono fra di essi”.

Non solo, ma siccome il Realismo non è la “elementare somiglianza, fra cose e immagini”, quello di Giannini non è quindi definito “come denotazione basata sulla pura convenzione del linguaggio e sulla realtà delle cose quale compromesso percettivo”.»

Il ritorno, tratto dal romanzo La valle bianca di Sirio Giannini, con Marco Brinzi e Caterina Simonelli

Seravezza (Lucca), Cava Barghetti, 9 luglio 2025