Dalla nuova edizione ampliata del Diario di Guido Morselli non ci si aspettino spiegazioni sul perché, il 31 luglio del 1973, lo scrittore decise di togliersi la vita dopo che i suoi romanzi furono rifiutati da tutti gli editori più importanti. Tuttavia proprio il Diario di Morselli nella sua edizione più ampia può spingere ad alcune riflessioni e considerazioni sul suicidio.
Fu Giuseppe Pontiggia che, dopo la sua morte, riscoprì Morselli e lo propose a Adelphi, che pubblicò i suoi romanzi a partire dal 1974 con Roma senza papa e poi, a seguire, Un dramma borghese, Dissipatio HG, Il comunista, fino a Uomini e amori nel 1998. Alcuni sono raccolti in Romanzi vol. I del 2002. La prima edizione del Diario, con la prefazione di Pontiggia e con la curatela di Valentina Fortichiari, uscì nel 1988 e conteneva brani scelti, mentre l'ultima edizione da poco pubblicata è integrale: rende conto della poetica di Morselli, contiene abbozzi di romanzi e di saggi, considerazioni storiche e speculazioni filosofiche, conserva la prefazione di Pontiggia e si arricchisce di una bella postfazione della Fortichiari, profonda conoscitrice dell'opera morselliana.
Oltre che romanzi, Morselli scrisse anche saggi: solo due gli furono pubblicati in vita, gli altri uscirono postumi da Adelphi e altri editori. Proprio in uno di questi espresse alcune considerazioni sul suicidio, che si trovano nel piccolo volume edito da Via del Vento e intitolato proprio Il suicidio, sempre a cura di Valentina Fortichiari.
Guido Morselli scrisse che il suicidio non è vile quando esistere perde ogni utilità. Si sparò un colpo con la sua “ragazza dall'occhio nero” nella villa di famiglia a Varese: su una cartella intitolata “Rapporti con gli editori” aveva disegnato un fiasco. Ma nel volere la vita fuori da sé, nella brama di esistere per qualcosa o per qualcuno, e dunque di essere utili, la Musa non soccorre più: o uccide, o abbandona.
Disse Marina Cvetaeva: «Dopo avere scritto delle poesie posso leggerle da un palcoscenico e acquistare la gloria o la morte. Ma se è a questo che penso mentre mi metto al lavoro, non le scriverò, oppure le scriverò in un modo tale che non meriteranno né gloria né morte»[1]. Della gloria si può perfino esserne certi senza mai conoscerla, come fu per Emily Dickinson. La morte potrà arrivare prima del tempo e senza essere chiamata, come accadde a Leopardi, a Kafka, a Rilke o a Emily Brontë, oppure per mano degli assassini, come fu per Mandel'štam, Garcia Lorca, o Pasolini.
Tuttavia, è lunga la lista dei poeti e degli scrittori che invece la morte la chiamarono, decidendo di togliersi la vita. Perché?
Virginia Woolf si riempì le tasche di sassi e si lasciò annegare nel fiume Ouse. Cristina Campo scrisse che forse alla scrittrice inglese mancò il distacco, la dura necessità, quella condizione spirituale che impone la durata a oltranza, rompe il sogno e spinge ad accettare il mistero. Ma poi si ricordò che la Woolf si tolse la vita mentre la nera ombra della guerra si allungava fin sul suo giardino, e scrisse che non è lecito, davanti al suicidio, rischiare pensieri [2].
È così. Ma la Campo usò la parola chiave: distacco. Quello che, ad esempio, abbracciò Rainer Maria Rilke nella solitudine di Muzot, il maniero svizzero in cui si chiuse dopo una vita mondana tra donne, città e viaggi. Lì, terminò le Elegie di Duino e scrisse in venti giorni i Sonetti a Orfeo. Poi, in una lettera a Lou Andreas Salomè: «Ora mi riconosco. Sono uscito e ho accarezzato Muzot come un vecchio fido animale».
Anche Guido Morselli, a un certo punto della sua vita, scelse la solitudine di un eremo sulle Prealpi, che lui chiamò la Casina Rosa, in cui scrivere, come sottolinea Fortichiari, i suoi romanzi di qualità eccellente. Ma non bastò. A partire da metà anni Cinquanta su fecero aspri gli scontri con gli editori, che rifiutarono e smarrirono i dattiloscritti. Come scrive Valentina Fortichiari nella postfazione al Diario, Morselli «sotto la scorza di durezza e intransigenza, aveva un profondo bisogno di confronto critico, di conversazione amicale, era affamato di rapporti nel mondo della cultura». Non uscì a carezzare la Casina Rosa come fosse un fido animale.
La parola poetica, che sia in verso o in prosa, esige il distacco per essere sostenuta. Altrimenti o si smette di scrivere o si smette di vivere. Kafka visse quel distacco immerso nel suo tempo: descrisse il potere nella sua forma più subdola proprio estraniandosi dal potere e dalle sue lusinghe, e alla sua morte disse all'amico Max Brod di distruggere tutti i suoi scritti. Brod, per fortuna, disobbedì.
Quando Esenin, il poeta bello, si suicidò perché la Russia che amava aveva tradito la cagna, la vacca, il grugno sporco dei maiali e anche la Luna, Majakovskij gli dedicò una poesia deprecando quel suo gesto perché «bisogna strappare la gioia ai giorni futuri». Ma cinque anni dopo anche il furibondo poeta della Rivoluzione Russa si sparò. E alla sua morte, Marina Cvetavea scrisse che per dodici anni l'uomo Majakovskij aveva attentato alla vita del poeta, ma il tredicesimo anno il poeta si ribellò e lo uccise.
Non passò molto tempo prima che anche la Cvetaeva si togliesse la vita: ma lei, filatrice d'inesprimibile come la definì Ceronetti, restò sul limitare del distacco necessario, e davanti alla Russia assassina di poeti cedette a un tempo ridotto al puro peso, al nero delle ombre lunghe, e spense la lanterna. Non dimentichiamoci che, nelle sue memorie, la moglie di Mandel'štam scrisse: «da noi si uccide per la poesia, a conferma della grande considerazione in cui è tenuta»[3].
Ciò che forse si dovrebbe tenere sempre in mente ogni volta che si scrive – e si parla di – letteratura e poesia, è l'unicorno candido di Rilke, l'animale che esiste della sua non esistenza, e che dunque è più vero del vero. Api dell'invisibile: così Rilke definì il poeta. La letteratura autentica rende visibile l'invisibile, raccoglie la verità visibile e svela quella invisibile che le sta dietro. Non si cura dell'io. Rinnova il dialogo con le forze segrete del mondo: il Destino, la Necessità, l'Angelo tremendo che Rilke cantò e che non si cura di noi, la Luna leopardiana a cui il pastore errante dell'Asia si rivolge, invano, col suo canto. Per sopportare tutto questo, è necessario esercitare l'arte sublime e dolorosa del distacco, a costo di scivolare in una sorta di follia, o simularla, come fece Hölderlin chiuso nella casa torre di Tubinga, forse per evitare di spararsi come il suo contemporaneo Kleist.
Majakovskij, in un biglietto, aveva lasciato scritto di non fare pettegolezzi dopo il suo suicidio. Venti anni dopo, Cesare Pavese lo imitò. Quando si imbottì di barbiturici in un albergo di Torino, Pavese lasciò scritte le stesse parole dentro la copia dei Dialoghi con Leucò che aveva accanto. Lì, Ippolito resuscitato, scampato alla morte per intervento divino, non è felice. La dea Diana lo ha ribattezzato Virbio, il nato due volte, e lo ha fatto suo sacerdote supremo, per premiarlo della sua devozione. Ma a Virbio non basta vivere oltre il tempo. Lo terrorizza la solitudine, lo angoscia il chiaro del bosco di Nemi. Si lamenta: io qui non so nemmeno se esisto. E Diana, infastidita: voi mortali chiedete sempre questo. Esistere. Ma che avete nel sangue?
La domanda della dea resta senza risposta. Ma come suggerì Rilke nei Quaderni di Malte Laurids Brigge, bisogna che la parola diventi sangue per poter sgorgare, e non importa se l'esistenza viene riconosciuta. Perché l'arte nasce da uno stato di pericolo, con l'artista che arriva troppo presto rispetto alla sua epoca, e sta sempre in bilico su un'alta roccia: allora bisogna essere consapevoli, come Hölderlin, che dov'è il pericolo cresce anche ciò che salva.
Del resto, «l'arte è un temporaneo equilibrio, una resa senza sconfitta», scrisse Giuseppe Pontiggia [4]. E la poetessa Margherita Guidacci: «Meglio i paradisi perduti per distacco che quelli che ci vediamo lentamente scolorare intorno» [5].
Guido Morselli, nel suo Diario, mostra cenni di possibile distacco, ad esempio quando si chiede perché prendere tanto sul serio la Storia. O quando scrive che il Caso non ci assolve né ci condanna, poiché sul tratto di strada che percorriamo è ugualmente necessario che ci passiamo indenni o che ci troviamo la morte, e tutte e due le eventualità sono senza scopo perché pressate dalla Necessità. Eppure anche a lui, come alla Woolf, «mancò la dura necessità», vide i paradisi scolorarsi e non fu in grado di andare oltre i disordini e i mutamenti, come invece accadde a Kafka («i miei sentimenti sono interamente distaccati dal mondo intero») o a Rilke: il primo non pubblicò quasi niente in vita, e il secondo, pur conoscendo la fama, scrisse che la celebrità è la somma di tutti i malintesi che si radunano intorno a un nome nuovo.
Guido Morselli
Mi sono conosciuto nel sogno,
a cura di Valentina Fortichiari
Milano, Adelphi, 2026, pp. 411
[1]Marina Cvetaeva, Il poeta e il tempo, Milano, Adelphi, 1984.
[2]Cristina Campo, Sotto falso nome, Milano, Adelphi, 1998.
[3]Nadežda Mandelš'tam, Speranza abbandonata, Milano, Settecolori, 2024.
[4]Giuseppe Pontiggia, L'isola volante, Milano, Mondadori, 1996.
[5]Margherita Guidacci, Prose e interviste, Torino, CRT, 1999.