Scritto tra il 1955 e il 1956, inedito fino al 1995, Nebbia al Giambellino è un romanzo che segna la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra, concludendo quella commedia umana lombarda in cui Testori narrava la Milano del dopoguerra, dando il via a quella del boom economico, che ne andava trasformando sia la sua struttura urbana sia la sua composizione sociale.
E, per quanto riguarda l’autore, segna l’inizio del suo approfondimento con la religione.
Nella bella e ricca prefazione di Sandrone Dazieri il romanzo viene definito un noir, perché «non si interessa della risoluzione di un delitto, quanto di comprendere i meccanismi profondi di un crimine.»
La scrittura di Testori, si sa, è una scrittura cinematografica.
Dai suoi scritti Luchino Visconti ha tratto Rocco e i suoi fratelli, vero capolavoro di un neorealismo doc e raramente citato in questa corrente a favore di altri film per noi meno validi.
E Testori è inoltre un grande studioso d’arte e amico, come è testimoniato dal fitto scambio epistolare, di chi lo studio dell’arte lo ha fatto per mestiere, come il critico Roberto Longhi.
Un critico d’arte di cui, oltre ad apprezzare le sue note rivalutazioni con Caravaggio in primis, non si può non ammirare la scrittura.
Esistono quindi dei ponti o, forse meglio, dei vasi comunicanti che collegano certi tipi di scrittura al cinema (e da cui il cinema prende) e entrambi alle opere d’arte.
Nel cinema, come ben si sa, gli oggetti assumono valenze che tributeremmo agli attori.
Oggetti che divengono infatti veri e propri attori e che, seppur muti, parlano.
Quanti telefoni si esprimono senza voce, quante poltrone, quante porte…
Qui, in Nebbia al Giambellino, il palazzo della protagonista, vero microcosmo, diventa lui stesso personaggio.
Una casa, come scrive Testori, dal «profondo respiro.»
E non mancano altri oggetti-attori.
Pensiamo ai guanti, all’auto, al tram, alle fotografie, alle due bambole che ci offrono una sorta di inquietudine
Se ci sono due bambole è facile capire che ci sono anche due bambine, l’ingenua e la “perfida”.
Una perfida la cui perfidia viene da un’infanzia di miseria, dall’ignoranza degli adulti che la circondano.
Il rapporto di Testori con il cinema si evidenzia anche nell’uso dei molteplici flashback, da quello sulla vita della Gina Restelli a quello sull’incontro tra lei e il Cattaneo.
Abbiamo anche pensato a Simenon, per la desolazione angosciosa di certi ambienti, totalmente diversa dalla visione di Giorgio Gaber con la sua Ballata del Cerutti Gino, antieroe di quella periferia milanese che avrebbe formato gente alla Vallanzasca per divenire oggi, con l’arrivo della M 4 blu, un’area multietnica oltre che operaia.
Ci siamo chiesti poi chi fosse la vera protagonista di questa tragica vicenda, di questo femminicidio ante litteram.
La prima risposta, la più naturale, non poteva che essere la Gina Restelli.
Ma c’era qualcosa che non ci convinceva, sì, perché è la nebbia la vera protagonista.
E infatti la nebbia che è nel titolo non è casuale: avvolge oggetti, situazioni, persone.
Se uno avesse la costanza di contarle, si accorgerebbe di quante volte compare questa parola nel romanzo.
È un “ti vedo non ti vedo” di grande suggestione.
Una nebbia che copre «dentro di sé ogni cosa», una nebbia che è un «mare».
Seguono i personaggi del condominio: la Gina, la Pina, il Renato, la Gemma, la Sottocasa.
Poi la signora Frontini e suo fratello, Rinaldo Cattaneo.
E ancora le operaie, le donne “amate” dal Cattaneo.
E i lavori, come i servizi a ore a cui la Gina aggiunge quelli da sarta.
Non mancano i luoghi, come Lomazzo, Giussano, Brusuglio, Saronno, e, a Milano, il Giambellino e il Sempione.
E c’è il “padrone”: il Cattaneo.
Un padrone che riteneva «che la donna comunque, non fosse al mondo che per servire; ed in tutti i sensi… […] Infatti anche nel suo rozzo e violento modo di concepire e di praticare l’amore, la più parte l’aveva il gusto del dominio e della soppressione.»
Ma ha un suo “tallone d’Achille” questo padrone. E sono i bambini.
È infatti munifico con gli asili e gli istituti per l’infanzia.
Sarà lui a donare la bambola Silvana alla Pina, figlia della Gina.
Bambola che supererà in bellezza la bambola Marcella dell’amica Gemma.
Certo, perché la Silvana è una bambola da ricchi.
Interessante quanto Testori ci riporta al riguardo di tale dono, quanto dice sulla scelta della bambola e, soprattutto, sulla bambina: «[…] come se si trattasse del regalo per una figlia […]. Da quando l’aveva visto osservarlo […] non era più riuscito a dimenticarla.»
E quando «il coperchio s’era chiuso sulla bambola, come quello d’una bara», ecco comparire la metafora che, inconsapevolmente, preannuncia quanto accadrà.
Al Cattaneo, il padrone, piace nella Gina l’onestà e la timidezza.
Di grande attualità la psicologia del femminicida e altrettanto interessanti, acute, penetranti quelle della Gina, la madre, e della Pina, la figlia bambina.
Bisogna amare Milano (pensiamo a Romanzo popolare di Mario Monicelli e all’Enzo Jannacci di Vincenzina e la fabbrica) e amare Manzoni per amare Testori.
O forse non c’è neanche bisogno di amarli aprioristicamente, perché è lo stesso Testori a farceli amare: entrambi.
La sua protagonista ricorda – con le debite distanze – la Lucia manzoniana.
Gli stessi termini che l’autore adopera hanno un sapore manzoniano.
Si pensi a «sfatto» così vicino a quello di «sbattuta» per la Monaca, e poi, l’identico, «sfiorita».
E ancora certi luoghi, come Brusuglio, rimandano a Don Lisander.
Sì, ci ripetiamo, bisogna amare Milano e Manzoni per amare Testori, il vero cantore della Milano non da bere.
E ci siamo chiesti, senza nessuna risposta certa, se Manzoni lasciando il suo romanzo senza l’eccessiva risciacquatura in Arno, non l’avrebbe reso più bello e più simile a quella meraviglia che è la lingua di Giovanni Testori.
Giovanni Testori, Nebbia al Giambellino, Milano, Feltrinelli, 2025