La prima delle battaglie economiche del fascismo fu lanciata al grido "bisogna liberare l'Italia dalla schiavitù del grano straniero!". Una battaglia che consolidò il mito di Mussolini la cui immagine a torso nudo, occhialoni da motociclista e cappello bianco, mentre partecipa ai lavori di mietitura nell'"Agro redento" o condivide il pasto frugale coi contadini, fu moltiplicata dalle fotografie, dai manifesti e, ovviamente, dai filmati Luce.
L'Istituto Luce (acronimo per indicare L'Unione Cinematografica Educativa) era stato creato dal regime, nel 1924, proprio per monopolizzare la propaganda politica e il cinema educativo. Nel 1925 era diventato ente di diritto pubblico e, nel 1926, era stato posto alle dirette dipendenze del capo del governo e del suo ufficio stampa.
"Il segreto del chicco di grano. Una favola vera”. Tanta propaganda
Nel 1923, per iniziativa del quotidiano "Popolo d'Italia" e sotto l'egida della Commissione tecnica per il miglioramento dell'agricoltura, era stato istituito il concorso per la Vittoria del grano, che, divenuto nazionale, dal 1925 rappresentò uno degli eventi coreografici di maggiore spicco della battaglia del grano. Gli agricoltori che avevano prodotto un raccolto superiore alla media venivano premiati con una medaglia d'oro consegnata, a Roma, dallo stesso Mussolini.
Le premiazioni si svolsero quasi ogni anno fino al 1940. Nei servizi dell'Istituto Luce, la scena si svolge, apparentemente sempre uguale, al Teatro Argentina gremito in ogni ordine di posti. Sul palco numerosi funzionari di partito siedono alle spalle del duce. Come lui, tutti in borghese. A variare sono la posizione della macchina da presa, elementi della scenografia e nel servizio del 1940 il vestiario. Iniziata la guerra, il duce in orbace e fez nero premia agricoltori in camicia nera.
In quegli anni circolava anche un documentario intitolato "Il segreto del chicco di grano. Una favola vera". Era materiale di propaganda creato da pubblicitari professionisti, come Boccasini; disegnatore della Rinascente. I "comandamenti del duce" per la battaglia del grano venivano impartiti attraverso il racconto del diverso destino spettante al cattivo e al buon agricoltore. Il filmato si concludeva con la pubblicità dell'assicurazione Littorio proposta dall'Ina.
I classici miti dell'età felice
C'è una costante nei documentari della battaglia del grano (“Pane nostro” del 1934, “Grano d'Italia” del 1940, “Grano per la Vittoria” del 1941). Le larghe inquadrature che associano uomini e donne al paesaggio suggeriscono la continuità di un tempo che non muta, astorico e che perpetua un originario e fertile legame con la terra intesa in un senso cosmico di matrice romantica. Sono i classici miti dell'età felice che nella storia sono stati rinverditi in fasi diverse: ad ogni attesa apocalittica ha corrisposto il mito del ritorno al punto di partenza. Con l'accortezza, sempre, di edulcorare il tutto, eliminando ogni segno di povertà tetra e insalubre che caratterizzava il mondo contadino. Così la fatica fisica di un lavoro condotto con strumenti arcaici emerge come valore condiviso fra i due sessi senza alcuna distinzione. Salvo poi lasciare trasparire il ruolo subordinato della donna e la svalutazione del suo apporto nella sequenza che descrive gli esiti fallimentari delle pratiche negligenti del "cattivo agricoltore", dove a raccogliere i grami frutti della terra ci sono solo donne, a trebbiare due somarelli, mentre nella contrapposta visione del ricco raccolto del "buon agricoltore", accanto alle donne, comunque presenti, è "tutto un fervore di uomini e macchine".
Per chi volesse un quadro completo della produzione cinematografica fascista legata al mondo rurale e approfondirne i caratteri, segnalo una bella monografia di Margherita Bonomo, intitolata Autoritratto rurale del fascismo italiano. Cinema, radio e mondo contadino, EdiArgo 2007.
La vera novità fu l'impegno di sperimentatori e divulgatori
La battaglia del grano fu combattuta non già con la propaganda cinematografica, che serviva ad alimentare il culto del duce, ma con l'impegno di sperimentatori e divulgatori che avevano iniziato a diffondere nuovi grani già nei decenni precedenti. A Rieti operava, presso la cattedra ambulante sperimentale di granicoltura, l'agronomo Nazzareno Strampelli che dette un contributo notevole al miglioramento genetico del frumento. Egli inventò i primi ibridi: Rieti x Noè, Carlotta Strampelli, Ardito. Fu grazie all'"Ardito" - una varietà molto produttiva - che il regime fascista riuscì ad aumentare la produzione italiana di frumento dai 44 milioni di quintali prodotti nel 1922 agli 80 milioni di quintali del 1933, senza quasi ampliare la superficie coltivata.
Nonostante tali innovazioni, il fascismo non riuscì a bloccare l'esodo dalle campagne. Tra il 1923 e il 1926 ci fu un incremento notevole dei cambi di residenza che riguardarono circa 800 mila persone all'anno. Negli anni Trenta, in seguito all'acutizzarsi della crisi per effetto del crollo di Wall Street, il fenomeno divenne imponente. Tra il censimento del 1931 e quello del 1936, le 11 maggiori città italiane registrarono un incremento medio annuo ogni mille abitanti del 21,1, cifra di poco inferiore a quella che le stesse città avrebbero registrato fra il 1951 e il 1961. Le campagne, soprattutto quelle delle aree interne, avevano bisogno di politiche molto più incisive e radicali per puntare ad un riequilibrio territoriale, economico e sociale. E non erano certo gli spot pubblicitari contro i grani stranieri che potevano contribuire a raggiungere tale obiettivo