Quella che segue è una proposta di letture che non hanno niente a che vedere con l’estate. Il filo rosso che lega questi romanzi è il tema di fondo, cioè la famiglia.
Nessuno potrà negare che il tempo libero assicurato dalle ferie estive sia l’occasione per passare del tempo in famiglia, per riflettere dunque sulla famiglia, per costruire ricordi comuni, assistere all’emersione di altri che forse stavano bene dove sono stati fino ad oggi, rifugiarci grazie alla letteratura nelle storie degli altri. Ci aiutano a ridimensionare le nostre, a fare paragoni talvolta confortanti talvolta allarmanti, a fuggire, a commuoverci, a riscattarci, a rimpiangere e a sentirci salvi. Lontani, vicini, così diversi e così uguali alle persone dalle quali discendiamo e forse più consapevoli di quello che (non) dovremmo lasciare a chi è venuto dopo di noi, mai come in questo momento della mia storia personale penso che l’incipit di Anna Karenina non solo è il più bello della letteratura mondiale di tutti i tempi, ma è anche il più vero: “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”.

Emmanuel Carrère, Kolchoz, Adelphi 2026
Che ve ne parlo a fare? Immagino sappiate già tutto, prima di tutto di Emmanuel Carrère perché ci parla sempre di sé in ogni suo romanzo (e lo ringraziamo perché la grazia è proprio la sua cifra e se non vi piacciono gli aneddoti relativi alla vita personale di chi scrive, leggetevi i manuali di giardinaggio) e ora anche della sua famiglia. A poca distanza dalla morte di entrambi i genitori, ci offre il ritratto delle loro persone e il racconto delle loro rispettive vite. Ci racconta del padre, un uomo qualunque e apparentemente silenzioso e quasi invisibile. E della sua famosa, notabile e intransigente madre. Hélène Zourabichvili, una piccola tenace ragazza figlia di immigrati, dal cognome impronunciabile che poi è diventata la più influente storica francese dell’Unione Sovietica e della Russia, fino a essere eletta segretaria perpetua dell’Académie française. Carrere racconta degli ascendenti di queste due persone che per caso sono diventate i genitori suoi e delle sue sorelle, di cosa ha significato vivere in quella famiglia e poi diventare scrittore e confrontarsi con loro. Della rottura con sua madre per le rivelazioni riportate in Un romanzo russo. Del rimpianto di aver sottovalutato il lavoro silenzioso ma chirurgico e innamorato di suo padre che si occupava di raccogliere informazioni storiche e personali dei membri della famiglia della moglie. Per ovvie ragioni mi ha colpito il suo rapporto specifico con la madre, ma anche il rapporto con gli amici dei suoi genitori e il rapporto tra i genitori stessi. Che si davano del lei, che si detestavano ma rispettavano, e che hanno vissuto insieme fino alla fine in un patto di lealtà elegante e soffocante che credo poi da ultimo abbia portato Carrère alla follia (ne parla in Yoga, ma questo è un altro libro). Ve lo consiglio, in particolare se avete un figlio maschio. O se state frequentando il figlio di qualcuna/o con un significativo peso sociale. I pesi da valutare in questi casi, si sa, non sono quasi mai tutti visibili agli occhi. Meglio affidarsi con costanza ad un astrologo valido e disponibile anche nelle festività.
Katriona O'Sullivan, Poor. Una storia vera di determinazione e coraggio, People, 2025
Non sarei mai arrivata a questo romanzo se non me lo avesse consigliato il podcast di Daria Bignardi “Parlarne tra amici”. Sarebbe stato un vero peccato perché questo libro si legge tutto d’un fiato e offre una prospettiva tutt’altro che immaginifica di come talvolta, il destino lo possiamo cambiare soprattutto seguendo caparbiamente le nostre passioni, quei talenti che scopriamo di possedere (pochi e piccoli che siano) e che ci sono persone nel mondo la cui gentilezza ci permette di rinascere una seconda e terza volta e di essere felici nonostante tutto.
Katriona O’Sullivan racconta la propria storia, un’infanzia trascorsa in una famiglia poverissima, con due genitori tossicodipendenti e cinque figli costretti a crescere nel disordine, nella trascuratezza e in una precarietà che investe ogni aspetto della vita quotidiana. A quindici anni Katriona rimane incinta, diventa madre e si ritrova senza una casa; seguono anni in cui sembra destinata a riprodurre esattamente la vita dalla quale proviene, tra povertà, alcol e una sostanziale assenza di prospettive. Eppure, dentro questa storia durissima, restano alcune tracce lasciate dalle poche persone che, soprattutto durante l’infanzia, hanno saputo guardarla diversamente: insegnanti che hanno riconosciuto in quella bambina sporca, affamata e trascurata non soltanto ciò che le mancava, ma quello che avrebbe potuto diventare. Sono piccoli gesti, parole di fiducia, forme di gentilezza apparentemente insignificanti che Katriona conserva dentro di sé e che, molti anni dopo, finiscono per indicarle una strada possibile. Comincia così un percorso tutt’altro che lineare che la conduce prima a rimettere insieme la propria vita, poi a lavorare e infine a tornare a studiare, fino all’ingresso al Trinity College di Dublino e alla carriera universitaria. Ma Poor non è semplicemente la storia edificante di una ragazza povera che, grazie alla forza di volontà, riesce a riscattarsi. O’Sullivan insiste anzi su quanto sia ingannevole raccontare vicende come la sua soltanto attraverso la categoria della “resilienza”: se lei ce l’ha fatta è anche perché, in alcuni momenti decisivi, qualcuno l’ha vista, aiutata e le ha offerto opportunità che avrebbero potuto non esserci.
Andrea Bajani, L'anniversario, Feltrinelli, 2025
Sembra un libro facile (ha vinto il Premio Strega nel 2025, non ci aspettiamo niente di sfidante), ma onestamente questo è un libro difficile da digerire, difficile da percorrere. Perché la narrazione di Bajani, sempre più dettagliata, sempre più rigorosa, sempre fedele al suo ritmo e al suo incedere, ti impone di entrare dentro a un appartamento come tanti ma il cui clima è disperatamente soffocante, insopportabile. La descrizione del padre, del suo carattere, del suo modo di stare al mondo, di allevare i figli, di trattare la moglie. La descrizione della madre, incassatrice professionista, ottusa, complice, forse malata, a tratti irresponsabile e infingarda (?).
È un libro pieno di schiaffi e spintoni nel quale della violenza di questo tipo fisico non si parla mai. La storia, in fondo, è semplicissima. Sono passati dieci anni da quando il narratore ha deciso di interrompere ogni rapporto con i propri genitori. Dieci anni senza telefonate, visite, ricorrenze, senza più entrare in quella casa e senza concedere alla famiglia la possibilità di raggiungerlo. È questo l’anniversario del titolo: non quello di un matrimonio, di una nascita o di uno degli eventi che normalmente scandiscono la vita familiare, ma l’anniversario di una separazione definitiva. Da quella distanza Bajani torna indietro e ricostruisce, quasi per frammenti, la vita dentro la casa dei suoi genitori. Al centro c’è il padre, autoritario, possessivo, capace di imporre la propria presenza attraverso il controllo, il ricatto affettivo, l’umiliazione, la paura. Non servono necessariamente le botte perché una casa diventi violenta: basta che tutti imparino a regolare i propri gesti, le parole, perfino gli umori, sulla possibile reazione di una sola persona. Poi c’è la madre, ed è forse lei il personaggio più doloroso del romanzo. Una donna che progressivamente rinuncia a sé stessa, che accetta, assorbe, giustifica, si adatta fino quasi a scomparire dentro il matrimonio. Bajani non la assolve e non la condanna davvero: la osserva mentre diventa insieme vittima e parte del meccanismo che tiene quella famiglia imprigionata. Ed è proprio questo che rende L’anniversario molto più di un racconto su una famiglia infelice. La domanda che attraversa tutto il libro è molto più scomoda: fino a che punto essere figli ci obbliga a restare? Esiste un momento in cui sottrarsi alla propria famiglia non è un tradimento, ma una forma di sopravvivenza? Il narratore sceglie di andarsene, di cancellare le proprie tracce e di interrompere quel legame. Dieci anni dopo può finalmente voltarsi a guardarlo e provare a raccontarlo.
Teresa Ciabatti, La più amata, Mondadori, 2017
Caspita, ma questo romanzo ha già nove anni! E come mai non l’ho ancora dimenticato? Ciabatti non ha vinto il Premio Strega nemmeno quest’anno, e già nel 2017, con La più amata, era stata finalista e non vincitrice. Non è una scrittrice formidabile, non è una donna simpatica e nemmeno una persona accondiscendente e particolarmente socievole. Ti deve piacere per qualche misterioso motivo e a me piacque già dai tempi di Adelmo torna da me, che pure parlava di famiglia, ma più che altro della famiglia di un altro. Con questo romanzo, invece, Teresa Ciabatti fa i conti con la sua, e presenta i conti alla sua. Certo sono tutti morti a questo punto, al netto di suo fratello gemello. Ma come non identificarsi per me che sono solo qualche anno più giovane di lei in certe dinamiche familiari così comuni e diffuse nella famiglia borghese di provincia? Questo romanzo non è certo destinato a diventare un classico della letteratura, ma siamo onesti, escludo che Ciabatti abbia mai aspirato a questo. Io ho come avuto l’impressione, sin da subito, che questa scrittrice scriva solo per diletto, ma attraverso questo diletto provi a condividere delle cose, dei fatti, delle dinamiche, dei gusti, delle tendenze, delle aspirazioni che sono di molte donne (soprattutto donne) e che forse ci vergogniamo un po’ a dire, a confessare. Ciabatti racconta la quotidianità con la cifra del grottesco normalizzato che è quanto a cui assistiamo normalmente in fila allo sportello della banca, in spiaggia, in vacanza, al supermercato. Con estranei e familiari e soprattutto familiari nelle nostre case belle o brutte, pacchiane o ospedaliere, accettando nella maggior parte dei casi che la vita è proprio così, sia a Orbetello, sia a Monopoli, a Testaccio (ma a Milano, non lo so).
La storia è quella di Teresa, bambina cresciuta a Orbetello in una famiglia benestante e molto più complicata di quanto appaia dall’esterno. Suo padre è Lorenzo Ciabatti, primario dell’ospedale, uomo potente, rispettato, temuto, circondato da relazioni, amicizie e frequentazioni che agli occhi della figlia assumono quasi i contorni di una corte. La madre, invece, occupa uno spazio diverso, più opaco e fragile, mentre Teresa cresce nella convinzione di essere la figlia prediletta, appunto “la più amata”, depositaria di un rapporto speciale con quel padre ingombrante e carismatico. Ma il romanzo comincia davvero quando quella certezza viene rimessa in discussione. Da adulta, dopo la morte dei genitori, Ciabatti torna sulla propria infanzia e prova a ricostruirla interrogando parenti, conoscenti, ricordi, fotografie, episodi rimasti sospesi. Chi era davvero suo padre? Quanto del personaggio che lei aveva adorato da bambina corrispondeva all’uomo reale? E quanto, invece, era stato costruito dalla sua percezione infantile, dal bisogno di sentirsi scelta, diversa, privilegiata? Emergono così i segreti, le ambiguità, le infedeltà, le rivalità familiari, il denaro, il prestigio sociale, le amicizie influenti e soprattutto quel sistema di gerarchie affettive che esiste in molte famiglie e che i figli imparano a decifrare prestissimo: chi è il preferito, chi delude, chi viene protetto, chi resta fuori. Anche il rapporto con il fratello gemello entra inevitabilmente in questo gioco di confronti e di preferenze, perché essere “la più amata” significa sempre, implicitamente, che qualcun altro lo è un po’ meno. La ricerca di Teresa, però, non porta a una verità definitiva. Più prova a ricostruire il passato, più si accorge che i ricordi sono inaffidabili, che ogni persona conserva una versione diversa degli stessi fatti e che anche lei, forse soprattutto lei, ha bisogno di raccontarsi una storia precisa per poter dare un senso alla propria infanzia. La più amata diventa così non soltanto il ritratto di una famiglia, ma il racconto di quanto sia difficile stabilire dove finisca ciò che è realmente accaduto e dove cominci il modo in cui abbiamo avuto bisogno di ricordarlo.