Mimmo Cavallo, com’è nata la tua passione per la musica?

A Torino mio fratello maggiore e un suo amico (a metà degli anni Sessanta) formano un gruppo musicale: Gli Apaches. C’è un problema, però: sono solo in due! Mi coinvolgono e così prendo le mie prime lezioni di chitarra. Il repertorio si ispira molto agli Shadows. Torino, città dove sono emigrato con la famiglia, è diventata ormai la mia nuova città. Quando a 21 anni andai via ne soffrì molto ma oramai il mito di Roma e della Rca già si era affacciato.

Quando hai capito che stava iniziando una carriera professionale?

Dopo la prima esperienza torinese con gli Apaches e le nostre esibizioni al Cine Teatro Regina Margherita, sono tornato per due anni a Lizzano, in provincia di Taranto, il mio paese, per frequentare il Corso Allievi Operai presso l’Arsenale della Marina Militare di Taranto. Nel frattempo, continuavo a prendere lezioni di chitarra da Nivo De Leonardis, famoso jazzista tarantino, e seguitavo a scrivere canzoni. Era il periodo d’oro dei gruppi musicali nelle cantine e proprio a Lizzano avevo formato la mia prima vera band: Gli Happening. Pochi anni dopo, trasferito a Roma (finalmente!) sono già nella mitica Rca a proporre i miei brani. In RCA conobbi Antonio Coggio, già produttore di Claudio Baglioni, che mi sottrae alla Rca stessa e mi portò a Milano, alla Cgd. L’anno successivo, dopo aver scritto “Caffè nero bollente” per Fiorella Mannoia (Sanremo 1980) uscì il mio primo album: “Siamo Meridionali. La vecchia passione per la musica, nata in fondo per caso, stava via via diventando una professione.

Quando sei arrivato a Torino?

Sono arrivato con mio padre nei primi anni Sessanta. Dalla stazione di Porta Nuova il taxi ci lasciò al Pensionato privato dei signori Bressano, in via Riberi 2. Sceso dall’auto rimasi atterrito, alzando lo sguardo, nel constatare l’altezza mostruosa della Mole Antonelliana. Fino ad allora la cosa più alta per me erano stati gli ulivi sui quali, durante la raccolta, mi arrampicavo.  A scuola, nei primi giorni, mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Notando il mio disorientamento, la professoressa di italiano, per coinvolgermi mi chiese che cosa mi avesse colpito della grande città: “le tegole sui palazzi”, risposi, tegole che io avevo sempre disegnato senza sapere cosa diavolo fossero: In Salento, infatti, abbiamo “le lamie” (terrazzi). Sui libri leggevo poi della vendemmia in ottobre… e i conti non mi tornavano! In Salento la vendemmia inizia a fine agosto… e a ottobre già si raccolgono le olive! Col tempo ho capito che i libri che si stampano al nord non tengono conto della differenza di clima, latitudine e altitudine.

Te la sei cavata?

L’integrazione, comunque, cominciò con il pallone, quando i miei compagni di scuola mi coinvolsero: serviva un’ala destra, proprio il ruolo che più mi si confaceva. Abitavamo in una casa di ringhiera, “barriera Milano”, dove era forte l’intolleranza verso i meridionali e i veneti: fino ad allora, non sapevo di essere “meno” degli altri.  Presi comunque coscienza, mio malgrado, della crescita disomogenea tra nord e sud. C’erano due Italie, con differenze nei dialetti, nel cibo, nelle abitudini, nell’economia. Porta Palazzo, detta Porta Pila, era punto d’incontro per molti meridionali. A Porta Pila ricordo “Maciste”, ovvero Gioacchino Marletta, un artista di strada che per noi ragazzi era una leggenda.  Comunque, negli anni Sessanta Torino era una città piuttosto provinciale e bigotta. Un borgo oscuro, putrido che odorava di Fiat, di nebbia, e che sapeva di operai assonnati sui tram, di mercati generali, dove peraltro andavo a lavorare d’estate.

Hai iniziato a lavorare…

Sì, nel periodo estivo ho fatto il tappezziere, il cameriere, ma sono stato in catena di montaggio (Dino Ferrari). Di notte, poi, il quartiere “Barriera di Milano”, dove vivevo, oggi è pieno di luci, di negozi, di vita, ma allora era un tugurio da evitare. Ci è voluto un po’ di tempo prima di innamorarmi della città. Non condividevo i meridionali che per integrarsi scimmiottavano il dialetto piemontese. Agli inizi, a casa, non avevamo la Tv e spesso mi recavo nel bar vicino dove avvertivo palesemente la mala tolleranza verso un “bambino” che occupava una sedia per ore consumando un solo ghiacciolo! Gli amici erano i compagni di pallone e i musicisti. Il calcio, in un certo senso, è democratico come la musica: non ti chiede la nazionalità, come parli, di che colore hai la pelle.

I tuoi successi musicali…

Ho cominciato a scrivere in dialetto affascinato da Domenico Modugno. I miei primi brani riflettono abbastanza l’universo di quel grande artista. Il primo successo è stato “Caffè nero bollente” (Fiorella Mannoia, Sanremo 1980), poi il mio primo album “Siamo Meridionali” (1980) e di seguito “Uh Mammà” (1981), “Stancami musica” (1982), “Non voglio essere uno spirito” (1988), “L’incantautore” (1992), “Quando saremo fratelli uniti” (2011), “Dalla parte delle bestie” (2014) e l’ultimo “U signuri u na manda bona” (2026). Ricordo inoltre la collaborazione con Enzo Biagi, per la sigla televisiva de “La storia d’Italia a fumetti”, poi i brani scritti per Mia Martini, Ornella Vanoni, Loredana Bertè, Gianni Morandi, Albano, Syria… e il grande successo con “Vedo Nero” scritto in collaborazione con Zucchero

Che bilancio fai?

Ho conosciuto più o meno gli artisti che puoi incontrare in una vita. Con alcuni è capitato di collaborare, con altri no, magari è stato solo un caso fortuito. La vita va così. Tra le cooperazioni in primis devo ricordare Fiorella Mannoia e Mia Martini. Mimì forse era il mio alter ego, almeno così mi piace credere perché c’era una totale affinità tra noi, e non solo per il lavoro. Con Fiorella, che dire? Siamo nati artisticamente insieme, praticamente una famiglia. Sono davvero felice per la sua carriera, se lo merita. A livello di collaborazioni forse solo con Zucchero e Mariella Nava (mia attuale discografica, Suoni dall’Italia) c’è stato un vero contatto, un incontro e un lavoro di insieme. Per altro, credo che ogni artista sia una monade. L’atto creativo è personale, ha bisogno di solitudine e isolamento. In seguito, una volta trovata l’idea, si può confrontare il materiale, il prodotto della mente, lavorando, arricchendo l’idea primigenia.

I tuoi familiari?

Tre compagne di vita, tre splendidi figli: Lisa, Francesco e Lizia, e quattro meravigliosi nipoti: Sofia, Christian, Emanuele e Giulia.

Progetti musicali?

Ho in cantiere un album di canzoni “amene”, parodie, brani comici, divertenti (è sempre stata una mia fissa) e un ennesimo LP di brani etnici, magari in collaborazione con altri artisti.

In apertura, Mimmno Cavallo. Foto trattta dal suo sito ufficiale, mimmocavallo.it