Sui social, e on line nei siti web di aziende o in market place, assistiamo alla commercializzazione di oli presentati attraverso un’origine locale, che è invece riservata solo agli oli Dop/Igp, in virtù di un disciplinare di produzione e di un piano di controllo che garantisce, origine, tracciabilità, qualità, autenticità. Tali situazioni sono in contrasto con la normativa comunitaria, eppure sono diffuse. Ecco quanto ci riferisce Giorgio Lazzaretti, che non è soltanto il direttore del Consorzio dell’olio Dop Riviera Ligure, ma anche un agente vigilatore degli oli Dop e Igp con qualifica di Pubblica sicurezza. Un ruolo delicatissimo, il suo, per via delle funzioni che è chiamato a svolgere. Se vi fa piacere potete approfondire il tema leggendo il numero 18 di OOF Magazine, interamente dedicato agli oli Dop e Igp.
Dopo ventiquattro anni di attività quale agente vigilatore con qualifica di Pubblica sicurezza posso dire che sono sempre più marginali le etichette non rispettose della normativa. È tuttavia sempre presente una non corretta presentazione degli oli di oliva in commercio, sia nei luoghi fisici, sia on line, che purtroppo si è rafforzata con la diffusione delle informazioni sui social. E questo crea un grave danno agli oli dei territori, gli oli dei produttori che facoltativamente e volontariamente si sottopongono a controlli per rivendicare il legame dell’olio con il rispettivo territorio locale. Sui social e on line, nei siti web di aziende o in market place, assistiamo alla commercializzazione di oli presentati attraverso un’origine locale, che invece è riservata solo agli oli Dop/Igp, in virtù di un disciplinare di produzione e di un piano di controllo che garantisce, origine, tracciabilità, qualità, autenticità. Queste situazioni sono in contrasto con la normativa comunitaria eppure sono diffuse, persino nella comunicazione sui media. Ciò reca un grave danno alla filiera perché non permette di affermare la distintività del prodotto veramente legato al territorio e ancor di più arreca un grave danno al consumatore, creando confusione sul mercato, non permettendo lo sviluppo di una “vera” domanda di oli dei territori. È un percorso opposto a quello virtuoso avvenuto nel mondo del vino, dove non si parla più di varietà, che si possono piantare ovunque, ma di denominazioni, di indicazioni geografiche, ossia di luoghi che nessuno può rubare.
Insieme alla mancanza di un percorso condiviso da parte di tutti gli attori della filiera è questa comunicazione generalista una delle ragioni che frenano lo sviluppo degli oli Dop/Igp che oggi sono cinquanta, ma che continuano ad essere la cenerentola delle produzioni Dop/Igp nazionali. Eppure, gli oli Dop/Igp rappresentano la sostenibilità ambientale, economica e sociale nei loro territori: ne è un esempio l’olio Riviera Ligure Dop con i suoi diciassette anni di Patto di filiera, strumento nato per tutelare l’anello più debole della filiera, gli olivicoltori.
Abbiamo una grande responsabilità nel raccontare l’olio di oliva. Assumiamola tutti insieme per il bene di tutto il comparto olivicolo – oleario.
Il giudizio sui circa venticinque anni di oli IG è in chiaroscuro. Da un lato ha portato a un miglioramento qualitativo della produzione olivicola – olearia, indicando una strada per gli oli di qualità che, seppure con difficoltà viene sempre più percepita sui territori e nel commercio. Dall’altro ha dimostrato che il percorso per la valorizzazione degli oli dei territori, quelli che difendono il paesaggio, sostengono le comunità locali proponendo al consumatore le specificità qualitative degli oli della nostra penisola, è lento. Occorre proseguire con maggiore velocità su questa strada perché ritengo che possa portare beneficio a tutto il comparto, a tutti gli altri oli rivitalizzando la filiera olivicola – olearia nazionale. L’olio extra vergine di oliva merita di più.
In apertura, foto di Olio Officina