Sì, per evitare offese e pesanti insulti, oggi si tende ad ammorbidire il lessico. Al posto dell’espressione “olivicoltura super intensiva”, si preferisce optare per la formula più aggraziata di “olivicoltura a parete”, che poi è la stessa cosa, ma detta così non spaventa, l’importante è non vederla messa in atto in campo, sbagliando. Perché l’Italia ha bisogno di esprimere con pienezza la propria olivicoltura in tutte le sue identità territoriali, sia essa tradizionale, intensiva o super intensiva. Invece ci si spaventa del nuovo, anche dell’ingresso in scena di nuove varietà di olivi. Oggi tutti dicono che gli olivigni sono oltre 500, così, per vantarsi, ma dimenticano che tutta questa stratificazione di cultivar è frutto di un sapiente lavoro di secoli. Come pure ci si dimentica che dalla seconda metà del Novecento in poi l’Italia ha dismesso di fatto l’innovazione genetica, e quelli che invece si impegnano nella ricerca vengono addirittura puniti, come è stato il caso del professor Eddo Rugini, il quale ha dovuto distruggere con le proprie mani il frutto di una ultradecennale sperimentazione, selezionando olivi inclini ad adattarsi al cambiamento climatico e ai nuovi contesti produttivi.

L’olivo Ogm? Non ne parliamo: fa paura; ma anche l’idea di un olivo cisgenico non piace, anche perché si vuole il ritorno nostalgico al passato, perché poco importa che si punti al miglioramento genetico delle piante. Si illudono che basti la tradizione e intanto compare sulla scena Mario Capanna, il quale indossando i panni dell’olivicoltore si è sentito autorizzato a far valere la sua influenza politica imponendo la distruzione degli olivi che Eddo Rugini ha coltivato in via sperimentale nei campi dell’Università della Tuscia. Peccato che gli olivi di Rugini avrebbero potuto resistere anche su suoli salini, offrendo soluzioni concrete rispetto alle conseguenze dei cambiamenti climatici. Eppure, nonostante ciò, se l’Italia olivicola e olearia oggi boccheggia, ci sono per contro italiani che all’estero fanno valere la propria professionalità. È il caso di Pietro Leone, che dalla sua minuscola Borgo Incoronata, nel foggiano, resistendo alle ostilità di chi vede in lui un innovatore che va denigrato perché osa piantare olivi in fila indiana, uno dietro l’altro, va per contro fuori dei confini nazionali per piantare olivi, ben venti mila, addirittura a Spalding, in Inghilterra, il tutto nell’aprile 2024, con raccolta delle olive nel 2025, giungendo al primo anno di produzione, con l’olio estratto nel frantoio aziendale da David Hoyles, il visionario imprenditore inglese che sa il fatto suo, e si va muovendo sul mercato con determinazione e intraprendenza. Ecco, di questo esempio illuminante dobbiamo essere tutti orgogliosi, tant’è che a partire da Pietro Leone, con la sua vincente formula dell’oliveto chiavi in mano, si può cogliere l’occasione per poter ripartire con un nuovo spirito.

Ad oggi sono in tanti coloro che cercano di rianimare il comparto olivicolo e oleario italiano piantando olivi, ma si va ancora avanti con il freno a mano, procedendo un passo alla volta, uno avanti, all’insegna del moderato ottimismo, e uno indietro, per non tradire la nostalgia del passato. Invece occorre andare avanti sempre più convintamente, piantando non centinaia o migliaia di olivi, ma milioni e milioni, con criteri sempre ispirati a modernità ed efficienza produttiva. Che siano oliveti tradizionali o moderni poco importa, purché siano olivi performanti e in grado di assicurare reddito.

 In apertura, foto di Oleificio Cericola