E ci rivedevamo in quei pupazzi.
Come noi erano prigionieri,
come noi erano consumati,
e come noi rimangono solo divise e numeri.
Cesare Inzerillo
C’è un filo rosso che lega le lacrime di Zenica dopo il playoff con la Bosnia e le distese di ulivi abbandonati o improduttivi del nostro Mezzogiorno. È il filo della mancata programmazione, della memoria di una grandezza passata che si è trasformata in un’ancora, invece di essere un motore. Il calcio e l’olio da olive, due simboli del “Made in Italy” che stanno vivendo la stessa parabola, un declino lento causato dall’incapacità di guardare al domani.
Infrastrutture. Stadi fatiscenti e impianti obsoleti
Nel calcio, la mancanza di stadi di proprietà è il primo freno alla competitività. Impianti comunali obsoleti impediscono la diversificazione dei ricavi e allontanano le famiglie.
Parallelamente, la filiera olivicola soffre di una frammentazione drammatica. Piccoli appezzamenti difficili da meccanizzare e frantoi spesso non aggiornati tecnologicamente rendono i costi di produzione insostenibili rispetto alla concorrenza internazionale. In entrambi i settori, la struttura fisica è rimasta ferma agli anni '90, mentre il mondo correva verso l’efficienza.
Settore giovanile e nuovi impianti: l’assenza di “Primavera”
Il dramma dei vivai italiani, dove i talenti locali faticano a trovare spazio, sostituiti da stranieri di medio livello (spesso acquistati per vantaggi fiscali), specchia perfettamente la situazione dell'olivicoltura:
* Nel calcio. I giovani non debuttano, perché serve il “risultato subito”.
* Nell'olio. Non si piantano nuovi uliveti (la “nuova generazione”), perché il ritorno economico è troppo lento.
Senza una “cantera” di nuovi atleti, e senza nuovi impianti olivicoli intensivi o moderni, il sistema invecchia precocemente, perdendo progressivamente quote di mercato e di talento.
Incentivi a pioggia. Il male dell’assistenzialismo
Sia lo sport, sia l'agricoltura, hanno goduto di flussi di denaro pubblico e bonus (come il Decreto Crescita per il calcio o i fondi PAC per l'agricoltura). Tuttavia, si è trattato spesso di incentivi a pioggia gestiti senza una visione strategica.
* Invece di premiare chi innova e chi investe sul futuro, i fondi sono serviti a tappare i buchi di bilancio o a mantenere in vita realtà non più sostenibili.
* Il risultato? Una dipendenza dal sussidio che soffoca l'imprenditorialità e la meritocrazia.
Il “copia e incolla” dei modelli esteri
Abbiamo guardato al modello tedesco o spagnolo nel calcio, e a quello spagnolo o tunisino nell'olio, cercando di emularli senza contestualizzarli.
* Calcio. Abbiamo cercato il “tiqui-taca” senza avere la base tecnica della Spagna, perdendo la nostra identità difensiva e tattica.
* Olio. Abbiamo rincorso la quantità dei super-intensivi iberici, ignorando che la nostra forza risiede nella biodiversità e nella qualità estrema delle oltre 500 cultivar autoctone.
Copiando male l'estero, l'Italia ha smesso di fare l'Italia, finendo in una “terra di mezzo” dove non è né competitiva sui prezzi, né eccellente come un tempo.
Le conclusioni
C’è la necessità di una riforma culturale immediata.
La mancata qualificazione ai Mondiali di calcio e la perdita della leadership produttiva dell'olio sono sintomi della stessa malattia: la paura del rischio. Per ripartire, serve una “potatura” drastica.
* Investimenti mirati in strutture (stadi e centri di stoccaggio moderni).
* Coraggio nel puntare sul locale (giovani italiani e cultivar autoctone).
* Visione a lungo termine, accettando che per tornare a vincere (o a produrre), bisogna saper aspettare che il seme germogli.
Se non ricostruiamo la base della piramide, continueremo a guardare gli altri alzare le coppe e a importare l’olio che avremmo potuto produrre in casa.
Ovviamente sono riflessioni che valgono per tutta l’Italia, in generale.
In apertura, un particolare di un'opera di Cesare Inzerillo (Palermo, 1971) U.S.L. - Unione calcistica lucchese. 2019, collezione privata. Foto di Olio Officina