Questa settimana ho avuto modo di vivere in prima persona una serie di virtuosi eventi in Puglia, in qualità di relatore, traendo una riflessione che andando a sbattere contro il muro della realtà posso così riassumere, con una freddura di Ennio Flaiano: «La situazione è grave, ma non è seria».
Intendiamoci: là dove sono intervenuto, è stato per me un motivo di grande arricchimento, personale e collettivo. Più incontri si fanno, meglio è; più confronti ci sono, più idee e buoni propositi possono scaturire. Perché, sì, l’Italia ha bisogno di chi pensa e ragiona, di qualcuno che non si fermi solo a pronunciare parole, ma a produrre contenuti e a metterli il giorno stesso in pratica, attuandoli, o cercando comunque di agire. Invece, accanto agli esempi virtuosi con cui amo entrare in contatto (ne racconterò nei prossimi giorni), c’è sempre in agguato una quantità di persone che si lamenta, affermando addirittura che 8 bottiglie di extra vergine su 10 non sia tale, occasione, questa, per invocare aiuti di Stato per risanare i conti, ma senza mai riconoscere il peso delle proprie responsabilità nel degrado generale in cui è precipitato l’intero comparto oleario.
A essere sincero, non saprei quantificare quante siano effettivamente queste persone, anche perché di molti non si capisce se davvero pensino con la propria testa o si affidino piuttosto a pensieri preconfezionati, fatto sta che la misura è colma e se non si agisce subito l’Italia olivicola e olearia si inabisserà. Sarò catastrofico? No, realista. A parte gli esempi positivi (che per fortuna ci sono, e sono pure tanti, anche se hanno poca visibilità), per il resto è la solita solfa: si cerca, per scongiurare una perdita di consenso, un capro espiatorio, indicando il nemico ostile all’olio italiano nelle produzioni provenienti minacciose dall’estero, ma non si ha mai il coraggio di riconoscere i propri errori e l’inedia di tanti decenni. Eppure, qualcosa si muove. Leggete per esempio l’editoriale della giovane Aurelia Alina Guarini (“Da bene comune a lusso per pochi: il dramma dell’olivicoltura contemporanea”), per rendervi conto che non tutti gli operatori sono alla mercé di alcune organizzazioni che gestiscono un potere fine a sé stesso, pur di mantenere le proprie prebende, ma senza mai produrre risultati utili per il settore e senza dar conto della propria ultradecennale inefficienza.
È da qui che occorre partire per una vera svolta: da una presa di coscienza collettiva, riconoscendo che o si cambia, o si cambia. Non ci sono alternative.
In apertura, foto di Olio Officina