Basta con il teorema del sospetto permanente. Da settimane assistiamo all'ennesimo teatrino mediatico-politico che vede come protagonista Gennaro Sicolo (presidente di Italia Olivicola e vicepresidente Cia) e la solita trita narrazione sulle importazioni di olio dalla Tunisia. Secondo questa tesi – tanto suggestiva per i talk show quanto strampalata per chiunque conosca la realtà dei fatti – gli industriali italiani passerebbero le giornate a falsificare bolle doganali e documenti per trasformare, con un colpo di penna, l'olio tunisino in prezioso Extravergine 100% italiano.

Un'accusa di una gravità inaudita. Una diffamazione sistematica che criminalizza un intero settore. E di fronte a questo fango mediatico, la domanda sorge spontanea: perché le associazioni degli industriali tacciono? Perché Assitol e le altre sigle di categoria rimangono inerti davanti a un attacco così violento alla reputazione delle nostre aziende? 

Lo Stato poliziotto: la barriera invalicabile dei controlli

Chi lancia queste accuse dimostra una totale e preoccupante ignoranza – o, peggio, malafede – sul funzionamento della filiera. Dire che l'industria "cambia i documenti" all'olio tunisino all'interno dei propri stabilimenti significa descrivere le nostre aziende come zone franche della criminalità, ignorando che il settore oleario italiano è il più capillarmente controllato, vigilato e setacciato al mondo.

Sostenere la tesi del "cambio di fogli" significa dare degli incompetenti o dei collusi alle centinaia di funzionari dello Stato che ogni giorno presidiano la filiera. L'industria italiana non opera nel far west, ma dentro una gabbia d'acciaio burocratica e investigativa senza eguali:

  • Il Grande Fratello del SIAN. Ogni singolo grammo di olio che varca i cancelli di uno stabilimento deve essere registrato entro poche ore nel sistema telematico del Ministero dell'Agricoltura. I flussi sono tracciati al milligrammo: incongruenze tra carichi e scarichi fanno scattare allarmi automatici immediati.
  • La tripla barriera doganale e sanitaria. L'olio tunisino non arriva con i barconi clandestini. Passa dai porti commerciali, dove subisce i controlli dell'Agenzia delle Dogane, della Sanità Marittima (USMAF) e le analisi chimico-fisiche di laboratori accreditati prima ancora di ricevere il via libera allo sdoganamento.
  • L'assedio quotidiano delle forze speciali. Le nostre aziende subiscono ogni anno migliaia di ispezioni da parte dell'ICQRF (Ispettorato Repressione Frodi), dei NAS dei Carabinieri, del Nucleo Agroalimentare della Guardia di Finanza e del Comando Unità Forestali.

Il paradosso matematico: se l'industria compra la "carta", chi gliela vende?

Ma arriviamo al ridicolo logico del teorema-Sicolo, alla prova definitiva che smonta questa gigantesca menzogna. Chi accusa l'industria di "cambiare le carte" per trasformare l'olio tunisino in italiano ignora la matematica e la burocrazia della tracciabilità a partita doppia.

Per far comparire e registrare legalmente 100 tonnellate di olio italiano sui registri ministeriali SIAN, non basta un colpo di bianchetto su una bolla doganale tunisina. Il sistema richiede un incrocio perfetto: ci deve essere un venditore italiano (un frantoio o un produttore nazionale) che registri a sua volta in uscita quelle stesse 100 tonnellate verso l'industria.

Domanda provocatoria e immediata a Gennaro Sicolo: se l'industria compra "le carte" per nazionalizzare l'olio estero, chi gliele vende? Chi sono i frantoi o i produttori italiani compici che emettono fatture e registrazioni fittizie per olio mai prodotto nei loro campi? Se questo meccanismo fraudolento esistesse davvero, la colpa primaria sarebbe proprio della produzione agricola interna che vende carta all'industria. Il mondo agricolo sta forse accusando se stesso di frode? Se invece, come è evidente, questa complicità di massa non esiste, siamo davanti a una pura invenzione retorica che crolla davanti alle regole elementari del mercato. 

Il bluff del populismo agricolo

La verità dietro gli attacchi del sindacalismo agricolo è molto più cinica ed economica. L'Italia non produce abbastanza olio per soddisfare il mercato interno ed estero: la produzione nazionale copre a malapena un terzo del fabbisogno. Senza le importazioni (regolari, tracciate, certificate e iper-controllate) dalla Tunisia e dal resto del Mediterraneo, i marchi italiani sparirebbero dagli scaffali di tutto il mondo, i prezzi per i consumatori schizzerebbero alle stelle e centinaia di aziende leader del Made in Italy fallirebbero.

L'olio tunisino di qualità serve a fare i blend, operazione industriale legittima, normata e chiaramente indicata in etichetta come "miscela di oli UE/non UE". Confondere volutamente la regolare importazione con il contrabbando è un gioco pericoloso che distrugge il valore del brand Italia sui mercati globali.

Sveglia, Confindustria! È ora di difendere la categoria

Il vero mistero, in tutta questa vicenda, è la reazione dell'industria: il silenzio. La strategia della diplomazia felpata e del "non alimentare le polemiche" ha fallito. A forza di subire in silenzio per non fare rumore, l'opinione pubblica si è convinta che chi tace acconsente.

Non è più il momento della timidezza istituzionale. Le associazioni degli industriali hanno il dovere sacro di tutelare l'onore di migliaia di lavoratori e imprenditori che operano nella legalità e che superano a testa alta i controlli più severi del pianeta. È arrivato il momento di rispondere colpo su colpo, di portare i diffamatori in tribunale e di pretendere rispetto. Difendere l'industria non significa difendere i furbi – che la stessa industria vuole in galera perché fanno concorrenza sleale – ma proteggere il motore economico del Paese da una retorica pauperista e antindustriale che rischia di affossare uno dei pochi settori in cui l'Italia è ancora leader mondiale. Forse. 

In apertura, foto di Francesca Binda per Olio Officina