Un po’ defilata rispetto alla vasta pianura lombarda, al centro di un triangolo formato da Pavia, Lodi e Piacenza, la collina di San Colombano al Lambro rappresenta un unicum: un rilievo che non supera i 150 metri di altezza, limitato nell’estensione, ma distinto dal territorio circostante e con una propria identità agricola. La vite ha trovato nei secoli condizioni favorevoli e, soprattutto, una continuità di coltivazione che ha unito indissolubilmente il vino alla storia del luogo. Il nome è legato a san Colombano, il monaco irlandese che alla fine del VI secolo transitò da qui prima di fondare il vicino monastero di Bobbio.

Nel 1371 Galeazzo II Visconti concesse terre da colonizzare e bonificare, contribuendo alla formazione di una struttura agricola stabile. Nei secoli successivi la viticoltura acquisì un ruolo sempre più rilevante, fino a toccare la sua massima estensione tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Nel 1938, nel solo territorio comunale di San Colombano, si contavano 820 ettari di vigneto specializzato, più altri 280 in coltura promiscua. La vite era profondamente integrata nell’economia rurale e nel paesaggio, e assicurava una produzione destinata sia al consumo familiare sia al mercato. La prossimità con Milano, a una trentina di chilometri, costituiva un vantaggio significativo, poiché il vino di San Colombano raggiungeva con relativa facilità la più grande metropoli dell’Italia settentrionale, dove la domanda di vino era in costante crescita.

Nel secondo dopoguerra, l’abbandono dell’agricoltura a vantaggio dell’industria provocò una forte contrazione delle superfici coltivate, in parte recuperate a partire dagli anni Settanta, anche grazie all’attività di ricerca e sperimentazione condotta dall’Università di Milano. Le tradizionali pergole hanno lasciato progressivamente spazio a impianti a spalliera (guyot e cordone speronato), che permettono una piccola meccanizzazione, mentre nelle cantine sono entrate attrezzature di moderna concezione.

Il riconoscimento della Doc nel 1984 ha rappresentato il momento culminante di questo processo, sebbene il primo disciplinare tutelasse solo il vino rosso, da una base di Croatina e Barbera. Con una modifica del 2002 sono state aggiunte le tipologie rosso riserva e bianco, quest’ultimo composto per almeno la metà da Chardonnay e da un minimo del 10% di Pinot nero.

San Colombano al Lambro ha sempre gravitato nell’orbita della provincia di Milano, fin dalla costituzione del Regno d’Italia nel 1861. Quando nel 1992 fu istituita la provincia di Lodi, con il trasferimento di 61 comuni da quella di Milano, attraverso un referendum la cittadina espresse la volontà di rimanere legata amministrativamente alla provincia di Milano. Per questo motivo il comune di San Colombano ha la particolarità di essere l’unica exclave della città metropolitana di Milano, circondata completamente dalle province di Lodi e Pavia. La zona di produzione vitivinicola comprende, oltre a San Colombano, dove si concentra la superficie vitata più estesa, parte dei comuni di Miradolo Terme e Inverno Monteleone, in provincia di Pavia, e di Sant’Angelo Lodigiano e Graffignana, in quella di Lodi.

A San Colombano la famiglia Panigada produce vino da tre generazioni; per molto tempo la loro rinomata salumeria, che ha cessato l’attività di recente, ha affiancato la cantina - anche in senso letterale, dato che i locali sono proprio adiacenti. L’accesso si apre su una via centrale della cittadina, a pochi passi dalla casa natale del Beato Carlo Gnocchi, con l’imponente Castello Belgioioso sullo sfondo. Il nome dell’azienda, Banino, è un riferimento diretto alla comunità e al territorio, poiché con questo appellativo, derivante da una contrazione del termine “colombanino”, si designa tutto ciò che proviene da San Colombano, compresi gli abitanti.

Oggi alla guida c’è Antonio Panigada, il quale, messa da parte la laurea in Economia e Commercio conseguita all’Università Cattolica di Milano, alla fine degli anni Ottanta decide di proseguire l’attività avviata dal nonno Antonio e continuata dal papà Stefano.

Antonio Panigada, a destra, con Antonello Maietta

Dalla superficie vitata di cinque ettari si ricavano in media poco più di 30mila bottiglie all’anno, suddivise in sette referenze: tre sono di San Colombano Rosso, ottenute in prevalenza da Barbera e Croatina, come da disciplinare, differenziate in base allo stile produttivo e all’evoluzione nel tempo. Le altre escono sotto l’Igt Collina del Milanese, nata nel 1995 come integrazione alla Doc: un sapido vino bianco da uvaggio di Sauvignon, Riesling renano e Chardonnay, un fragrante rosato di Uva rara in purezza, un rosso brioso da fermentazione naturale e un prezioso passito da Malvasia di Candia Aromatica.

Sotto la lente mettiamo il San Colombano Riserva Vigna La Merla, proveniente dall’areale più vasto dell’azienda, con vigne allevate a cordone speronato su terre bianche di natura calcarea, ricche di fossili marini.

Dopo la vendemmia manuale, verso la fine di settembre, la vinificazione prevede la macerazione sulle bucce a 30 °C per 15/30 giorni, in funzione delle annate, con frequenti rimontaggi giornalieri. La fermentazione malolattica avviene spontaneamente, senza inoculo di batteri, subito dopo la svinatura. Il vino trascorre poi due anni in piccole botti di rovere francese di differenti capacità (225, 350 e 400 litri), seguiti da altri tre anni di affinamento in bottiglia.

Carminio fitto, pressoché impenetrabile e di marcata consistenza. Il ricco ventaglio olfattivo spazia dai sentori di rosa canina e violetta in lieve appassimento alle note di confettura di prugna, rabarbaro, corteccia di china, polvere di caffè, tabacco e pepe nero, con un rifrescante cenno di anice stellato in chiusura. L’assaggio, decisamente sapido e per nulla turbato dalla generosa dotazione calorica, mette in luce un tannino ben levigato dal tempo, che sfuma in un finale di lunga progressione.

Servito a una temperatura di 18 °C si abbina con le carni in umido e la selvaggina, ma per onorare la terra meneghina è bene puntare sull’ossobuco di vitello in gremolada.

San Colombano Rosso Riserva Doc Vigna La Merla 2019 - Banino di Antonio Panigada

Barbera 40%, Croatina 40%, Uva rara 10%, Cabernet franc 5%, Merlot 5% - 15% vol.

In apertura, e all'interno, foto di Ilaria Santomanco