Nel cuore della Barbagia di Ollolai, in provincia di Nuoro, Mamoiada è conosciuta soprattutto per uno dei carnevali rituali più antichi e suggestivi del mondo, vissuto dagli abitanti come parte integrante della propria identità culturale. Al fascino della manifestazione contribuiscono le figure dei Mamuthones e degli Issohadores. I primi, avvolti da pesanti pelli nere, con il volto coperto da maschere scure di legno scolpite a mano, portano sulle spalle decine di campanacci che possono superare complessivamente i trenta chilogrammi; gli altri indossano una maschera bianca, come i pantaloni e la camicia, in contrasto con il corpetto rosso, e accompagnano il corteo utilizzando la tradizionale soha, una fune con cui catturano simbolicamente gli spettatori come gesto augurale.
Tuttavia, ricordare Mamoiada soltanto per le sue celebri maschere significherebbe trascurare un territorio di straordinaria ricchezza storica, archeologica, paesaggistica e dalla forte connotazione agro-pastorale.
Dal punto di vista geografico si trova in una posizione privilegiata, tra le pendici del Gennargentu e il Supramonte, in un paesaggio caratterizzato da colline granitiche, boschi di lecci e querce, sorgenti, pascoli e vigneti. Il clima, più fresco rispetto alle aree costiere della Sardegna, è influenzato dall’altitudine - si trova infatti a 650 metri - e dalle marcate escursioni termiche, condizioni ideali per la viticoltura di qualità. I suoli derivano prevalentemente dal disfacimento delle rocce granitiche e sono in genere poveri di sostanza organica, ma ricchi di minerali, capaci quindi di limitare in modo naturale la vigoria delle piante, favorendo basse rese e uve di notevole concentrazione.
Negli ultimi anni Mamoiada è diventata uno dei punti di riferimento della viticoltura sarda, con il Cannonau a rappresentare una delle sue espressioni più originali. Il movimento vitivinicolo locale ha conosciuto una crescita significativa attraverso la collaborazione tra i numerosi vignaioli, riuniti nell’associazione “Mamojà”, che promuove il territorio come un’identità vitivinicola distinta all’interno della Sardegna. Nella cittadina si contano un centinaio di cantine che producono per uso familiare e una trentina orientate anche al circuito commerciale: molte di queste hanno dimensioni limitate, ma tutte insieme contribuiscono allo sviluppo di un sistema enoturistico sempre più organizzato e qualificato.
L’azienda Sedilesu prende forma negli anni Settanta, quando Giuseppe Sedilesu acquista il primo ettaro di vigneto a Mamoiada. All’epoca era prevalente la vendita delle uve o del vino sfuso, e così si procede per diversi anni, finché nel 2000 si realizzano le prime mille bottiglie di Mamuthone, tuttora il vino simbolo di questa realtà, una felice intuizione che anticipa di diversi anni il crescente interesse verso le espressioni territoriali del vitigno.
Attualmente è guidata dal figlio Salvatore, con la moglie Mariella e i figli Andrea (enologo), Sara e Gabriele. Gli ettari vitati sono diventati una ventina, con una produzione media di 100mila bottiglie. Una decina di etichette inquadra il Cannonau sotto prospettive differenti: dal rosato Erèssia al passito Popassa, passando per interpretazioni più tradizionali, come Ballu Tundu, Gràssia e Carnevale, oltre ai cru Ghirada Zi’ Spanu e Ghirada Murruzzone, dalle singole parcelle più vocate.
Accanto al Cannonau, la famiglia Sedilesu ha avuto il merito di recuperare e valorizzare la Granazza, raro vitigno autoctono a bacca bianca storicamente presente nell’area di Mamoiada, Oliena e Orgosolo. Sono stati infatti tra i primi a vinificarlo in purezza e oggi lo propongono in tre tipologie, contribuendo così a salvare dall’oblio una varietà che stava scomparendo.

Sotto la lente mettiamo la Granazza Perda Pintà. Il nome (in sardo significa “pietra incisa”) e l’etichetta stilizzata rievocano la stele megalitica, nota anche come Stele di Boeli, risalente al 3500 a.C., rinvenuta in un giardino di Mamoiada nel corso di lavori edilizi nel 1997.
Le vigne, di età compresa fra i 60 e i 100 anni, a fatica raggiungono i 40 quintali di uva per ettaro, e sono allevate ad alberello su suoli derivati dal disfacimento granitico. La vendemmia si effettua ai primi di ottobre, a maturazione già avanzata. In cantina si procede con una spremitura soffice e successiva fermentazione spontanea in tonneau alla temperatura di circa 19 °C. In seguito, il vino riposa negli stessi recipienti per dieci mesi, prima di affinare per 3 mesi in bottiglia.
Alla vista si manifesta con una smagliante tonalità dorata, di spiccata consistenza. Impegnano l’olfatto intensi riconoscimenti di agrumi canditi, confettura di albicocca, fiori di sambuco, miele di castagno e macchia mediterranea, con un alito iodato nel finale. L’assaggio è sontuoso, grazie a una generosa dotazione calorica e un blando residuo zuccherino, bilanciati dall’energico apporto di sapidità e freschezza, che danno vita a una beva profonda, gustosa e di lunghissima durata.
Lo serviamo tra i 12 e i 14 °C, in abbinamento a pietanze a base di bottarga, formaggi di media stagionatura, anche erborinati, oppure con pescato e carni bianche accompagnate da intingoli speziati. È speciale con l’anguilla alla brace.
Barbagia Igt Perda Pintà 2021 - Giuseppe Sedilesu
Granazza 100% - 16% vol.
In apertura, foto di Ilaria Santomanco