Una lettura critica dello scenario vitivinicolo del Friuli-Venezia Giulia ci spinge ad affermare che per decenni l’areale del Collio e, a ruota, quello dei Colli Orientali hanno goduto di un prestigio indiscusso, alimentato dalla fama di produttori di alto livello, mentre la confinante Doc dell’Isonzo è stata spesso percepita come una denominazione di minor rilievo.
Nelle prime due zone a incidere sull’impronta territoriale sono marne e arenarie stratificate, la cosiddetta “ponca”. L’Isonzo gioca invece le sue carte migliori sui terreni alluvionali ricchissimi di ciottoli calcarei, qui chiamati “claps”, esposti alle forti escursioni termiche dei venti di bora e all’influenza mitigatrice dell’Adriatico.
Col tempo questa gerarchia si è fatta meno netta, e alcuni fra i vini bianchi più convincenti del Friuli orientale provengono proprio dall’Isonzo. Le differenze sono ora una questione di identità: due modi di interpretare gli stessi vitigni, entrambi capaci di raggiungere standard qualitativi molto elevati, attraverso un lavoro accurato in vigna e in cantina.
In questa riscossa della Doc Isonzo si distingue la figura di Alvaro Pecorari, titolare dell’azienda Lis Neris, erede di una famiglia di agricoltori stabilitasi a San Lorenzo Isontino nel 1879.
All’inizio degli anni Ottanta, quando Alvaro ha assunto la guida dell’attività, il Friuli era già considerato patria dei grandi vini bianchi italiani. La sua sfida, dunque, consisteva nel dimostrare che anche la pianura attraversata dal fiume Isonzo poteva esprimere vini di alto lignaggio.
L’obiettivo può dirsi oggi pienamente raggiunto, grazie a una illuminata gestione dei vigneti, che privilegia interventi agronomici a basso impatto ambientale, e a pratiche di cantina che rifuggono ogni eccesso, puntando esclusivamente all’equilibrio e alla longevità dei vini. L’impiego del legno è misurato e sempre subordinato all’espressione aromatica delle singole tipologie, mentre le lunghe soste sui lieviti e gli affinamenti accurati conferiscono complessità senza compromettere la piacevolezza dell’assaggio.
L’azienda dispone di poco più di 70 ettari vitati, con una produzione di circa 450mila bottiglie, che ruota soprattutto attorno ai grandi vini bianchi, tra cui il Pinot Grigio Gris, lo Chardonnay Jurosa, il Sauvignon Picol e il Friulano La Vila. Il Pinot Grigio è anche il vitigno preponderante nella composizione del Lis e del Confini, i due prestigiosi uvaggi a bacca bianca.
Una delle cultivar predilette da Alvaro Pecorari è proprio il Pinot Grigio, probabilmente il vitigno più conosciuto e discusso del panorama enologico italiano: si tratta di un’uva capace di generare grandi vini di territorio, ma anche di diventare, negli anni, il simbolo di una pericolosa omologazione del gusto.
Gode del vantaggio di potersi muovere pressoché indisturbato nella perenne diatriba fra varietà tradizionali e internazionali, grazie a un percorso di adattamento enologico e commerciale che lo ha accreditato agli occhi dei consumatori di tutto il mondo come un vitigno italico. In realtà, la sua terra di origine è la Francia, in particolare la Borgogna - dal punto di vista genetico si tratta di una mutazione del Pinot Nero -, dove è conosciuto come Pinot Gris per via del colore della buccia. Da lì si è diffuso in Alsazia, come Tokay d’Alsace (un nome non più consentito), poi in Germania con l’appellativo di Grauburgunder o Ruländer, e successivamente nell’Europa centrale. In Italia è giunto a metà dell’Ottocento, trovando il suo ambiente ideale nelle regioni del Nord-Est. In questi territori ha mantenuto una presenza talmente dominante da rendere necessario il riconoscimento nel 2020 della Doc interregionale Pinot Grigio delle Venezie, anche per evitare commistioni con produzioni dalla personalità più spiccata.

Sotto la lente mettiamo il Pinot Grigio Gris. La dicitura sembra evocare il nome francese del vitigno e la zona storica di origine, ma Gris in realtà è proprio il nome del vigneto, che in friulano significa “grilli”. Questo singolo appezzamento, dove l’età media delle viti, allevate a guyot, supera i trent’anni, è ubicato nel cuore di un piccolo altopiano a 60 metri di altezza, su terreni a matrice ghiaioso-calcarea. La vendemmia si effettua a mano intorno alla metà di settembre, con un’accurata selezione dei grappoli, dopodiché il mosto derivante dalla pressatura soffice delle uve fermenta direttamente in tonneau di rovere francese da 500 litri. In seguito, il vino riposa negli stessi recipienti per undici mesi sulle fecce fini, con frequenti bâtonnage, prima di affrontare un lungo affinamento in bottiglia.
Sfoggia un manto paglierino intenso, con insistenti riverberi dorati, dotato di una marcata consistenza. Il ventaglio olfattivo si apre su sentori di gelsomino e fiori di acacia in leggero appassimento, seguiti da tratti di frutti esotici, mango e papaia su tutti, poi scorza di cedro candita e nocciola tostata, per sfumare in un cenno balsamico di resina di pino. Il palato è setoso e compatto, sapientemente bilanciato tra una ricca dotazione calorica e un’incisiva sapidità, che stimolano una bevibilità senza pari e fanno ipotizzare una lunga capacità di evoluzione nel tempo.
Servito a una temperatura intorno ai 12 °C, accompagna alla perfezione i piatti di mare dai sapori intensi, come le sarde in saor, marinate con la cipolla, o gli scampi alla busara. La sua ricca struttura lo rende un valido alleato anche per carni bianche e pollame nobile, con cotture alla brace o in umido.
Friuli Isonzo Pinot Grigio Doc Gris 2022 - Lis Neris
Pinot Grigio 100% - 14% vol.
In apertura, foto di Ilaria Santomanco