Ci sono vitigni che hanno attraversato indenni l’evoluzione storica del vino italiano senza mai smettere di essere coltivati e raccontati, mentre per altri il percorso è stato più tortuoso. È emblematica in questo caso la genesi recente del Timorasso, una delle più interessanti vicende di recupero di una varietà locale, passata nel giro di pochi decenni da presenza marginale nei vigneti del Tortonese agli oltre quattrocento ettari attuali, per dare vita a uno dei vini bianchi più acclamati del nostro Paese.

Le origini non sono documentate compiutamente, sebbene la presenza del Timorasso nel Tortonese sia attestata da diversi secoli. Documenti catastali e testi agronomici dell’Ottocento lo descrivono come uno dei vitigni bianchi più prestigiosi dell’areale, apprezzato per la qualità dei vini e per la capacità di conservarsi nel tempo. Anche l’etimologia del nome è tuttora incerta: secondo alcune interpretazioni deriverebbe da antichi riferimenti dialettali, mentre altre ipotesi lo collegano alle caratteristiche della pianta, ma nessuna teoria è stata confermata.

Nel XIX secolo il Timorasso era ampiamente coltivato nelle colline comprese tra Tortona e i rilievi appenninici. La fillossera, le guerre mondiali e soprattutto l’abbandono delle campagne provocarono però una drastica riduzione delle superfici. Il vitigno, caratterizzato da basse rese, maturazione relativamente tardiva e gestione agronomica tutt’altro che semplice, fu pian piano sostituito da varietà più produttive come Cortese e Barbera, al punto che alla fine degli anni Settanta sopravvivevano soltanto pochi filari sparsi per lo più nei vecchi vigneti.

Qui entra in gioco la figura di Walter Massa, il primo a intuire che quel vitigno dimenticato possedeva caratteristiche straordinarie e poteva diventare il simbolo di un territorio ancora privo di una forte identità enologica.

Proveniente da una famiglia contadina, attiva a Monleale fin dal 1879, Walter entra in azienda alla fine degli anni Settanta, dopo gli studi alla Scuola Enologica di Alba, con l’idea di costruire un futuro fondato sui vitigni autoctoni. Dopo aver lavorato su Moscato e Croatina, e in seguito sulla Barbera di Monleale, individua nel Timorasso la vera opportunità per far emergere i Colli Tortonesi nel panorama vitivinicolo italiano. Nel 1987 vinifica il suo primo Timorasso in purezza: meno di 600 bottiglie ottenute da circa quattrocento piante recuperate nei vigneti storici. Un numero simbolico, destinato tuttavia ad avviare una delle più importanti operazioni di recupero varietale della viticoltura italiana contemporanea.

All’inizio il mercato accoglie il vino con scetticismo, poiché i bianchi piemontesi erano identificati quasi esclusivamente con Gavi e Arneis, e un bianco strutturato, destinato all’evoluzione, appariva come un’anomalia. Walter prosegue comunque nel suo progetto, convinto che il vino debba raccontare il territorio e non inseguire le mode. La sua attività non si limita alla produzione, è soprattutto un’opera di divulgazione culturale.

Oggi, la crescente notorietà del Timorasso porta con sé la conseguenza, ancora più significativa, di spostare progressivamente l’attenzione dal vitigno al territorio: un areale per nulla omogeneo al confine fra Piemonte, Liguria, Lombardia ed Emilia. I Colli Tortonesi, infatti, sono un mosaico di suoli, altitudini, esposizioni e condizioni climatiche differenti, con una geologia assai complessa, che comprende marne, argille, arenarie e depositi calcarei di origine marina, e altitudini tra i 250 e i 450 metri. La variabilità non rappresenta un elemento puramente teorico, bensì un aspetto che si percepisce nei vini: una diversità che potrebbe rappresentare un valore ulteriore nella prossima fase della storia del Timorasso.

C’è grande aspettativa dalla richiesta di modifica del disciplinare dei Colli Tortonesi, riconosciuto nel 1973: nella nuova stesura il termine Derthona - che richiama il nome dell’antica città romana di Tortona - dovrebbe diventare sempre più centrale nel progetto di valorizzazione territoriale, portando l’attenzione non solo sull’uva, ma sulla sua culla geografica. Una scelta impegnativa, ma decisamente strategica.

L’azienda Vigneti Massa, condotta con la sorella Paola, e oggi anche con i nipoti Edoardo e Filippo, ha tuttora sede a Monleale e dispone di circa 35 ettari vitati. Dalla cantina escono quasi 200mila bottiglie ogni anno per una dozzina di etichette, oltre ad alcune edizioni particolari e formati speciali. Si utilizzano le uve da sempre presenti su queste colline, come Barbera, Croatina, Freisa, Moscato e naturalmente Timorasso, che trova i suoi vertici nei cru Sterpi, Costa del Vento e Montecitorio. Per privilegiare l’identità territoriale, le vinificazioni avvengono prevalentemente in acciaio, evitando che il legno copra il carattere varietale. Inoltre, le lunghe soste sulle fecce fini aumentano complessità e profondità senza compromettere freschezza ed eleganza.

Sotto la lente mettiamo il Derthona Montecitorio, proveniente dall’omonimo vigneto, impiantato a guyot a 300 metri di altezza su declivi marnosi esposti a oriente.

Il processo produttivo prevede basse rese per ettaro, con vendemmia manuale in bigoncia effettuata intorno alla metà di settembre, quando le uve sono in condizioni di perfetta maturazione. L’intero ciclo di vinificazione è condotto esclusivamente in acciaio, con macerazione pellicolare a 8-12 °C, successiva spremitura delle uve dopo 40/42 ore e fermentazione in bianco tra 19 e 22 °C. Il vino riposa poi sui lieviti per 12 mesi con periodici bâtonnage. Protetto dal tappo a vite, affronta un lungo affinamento in bottiglia prima di entrare nel circuito commerciale.

Paglierino intenso venato da bagliori verde-oro. Al naso si alza dapprima un profumo composito di cedro candito, confettura di pesca e miele di corbezzolo, che ci trasporta nel pianeta Timorasso; seguono note di zenzero, erbe officinali, fiori di ginestra e un refolo di pietra focaia in chiusura. La monumentale struttura che avvolge il palato è bilanciata alla perfezione da una freschezza nordica e una sapidità mediterranea, indirizzando il sorso verso un finale di lunga progressione. Nonostante gli anni trascorsi, il tempo gioca ancora a suo favore.

Servito tra i 12 e i 14 °C, si abbina a crostacei o pescato nobile conditi con salse a base di agrumi o in agrodolce, formaggi di media e lunga stagionatura, fino alle pietanze impreziosite dal tartufo bianco.

Derthona Montecitorio 2018 - Vigneti Massa

Timorasso 100% - 14,5% vol.

 In apertura, foto di Ilaria Santomanco