Uno dei vitigni a bacca rossa più diffusi nel Centro Italia è il Montepulciano, varietà dalla storia molto antica e piuttosto travagliata.
Fungeva molto probabilmente da base per il vino citato nelle Metamorfosi del poeta latino Ovidio, nativo di Sulmona. La stessa cosa potremmo dire del vino Pretuziano, dall’ager Praetutianus, corrispondente all’odierna provincia di Teramo, magnificato da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia.
Nel XVI secolo Sante Lancerio, bottigliere di papa Paolo III, nella sua classificazione dei vini cita il vino Montepulciano prodotto nell’omonima città toscana, alimentando la confusione fra i vitigni Sangiovese e Montepulciano che durerà a lungo.
È Michele Torcia, bibliotecario e archivista alla corte di Ferdinando IV, a tracciare per primo nel 1792 le caratteristiche agronomiche del vitigno nel Saggio Itinerario Nazionale pel Paese de’ Peligni. Nel 1820 il barone Giuseppe Nicola Durini, in un testo dedicato ai vini d’Abruzzo, descrive un Montepulciano con caratteristiche simili ai vini di Pauillac nel Bordolese.
Una chiara distinzione fra i vitigni Sangiovese e Montepulciano viene fatta soltanto nel 1853 dal ricercatore Panfilo Serafini nella sua Monografia storica di Sulmona, in cui li definisce, rispettivamente, Primaticcio (ossia, che matura prima) e Cordisco. Nel 1875 anche lo studioso Giancarlo Moretti tratteggia il Montepulciano come un vitigno a sé stante, con caratteristiche ben precise. Poco più di cinquant’anni dopo, nel 1926, l’ampelografo marchigiano Bruno Bruni scrive testualmente: “Pochi vitigni hanno differenze di caratteri e di attitudini così profonde come il Sangiovese e il Montepulciano, per conseguenza non si debbono confondere”. Finché nel 1948 Italo Cosmo, direttore dell’Istituto Sperimentale per la Viticoltura e l’Enologia di Conegliano, attraverso descrizioni e studi comparativi fugherà ogni dubbio sulla distinzione tra i due vitigni.
Attualmente il Montepulciano è ben radicato in Abruzzo, dove copre oltre la metà della superficie vitata regionale, ma è coltivato abbondantemente anche nelle Marche, dal Conero in giù, in Molise e in buona parte della Puglia fino alla Murgia barese, con presenze sporadiche in Umbria e Lazio. Nel frattempo, è stato recuperato il sinonimo Cordisco, introdotto nuovamente nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite per designare le produzioni al di fuori dell’Abruzzo.
Decisivo, nel 1968, il riconoscimento della Doc Montepulciano d’Abruzzo, prima fra tutte le denominazioni italiane a interessare un intero comprensorio regionale. La Doc contribuì a definire gli standard di produzione, rafforzare l’identità del vino e favorire la sua commercializzazione in bottiglia, dopo che a lungo era stato apprezzato come vino da taglio per la proverbiale ricchezza in alcol, struttura e tannini.
Nacquero in quegli anni molte cantine cooperative, che permisero ai piccoli viticoltori di dare una collocazione alla propria produzione. Tuttavia, è a partire dagli anni Novanta che il Montepulciano d’Abruzzo vive una vera rinascita qualitativa, perché molti produttori incominciano a ridurre le rese per ettaro, a selezionare i cloni più qualitativi, a migliorare le tecniche di vinificazione e a sperimentare un uso coerente del legno.
Tra le aziende che danno lustro al Montepulciano d’Abruzzo merita di essere citata Torre dei Beati, fondata nel 1999 a Loreto Aprutino da Fausto Albanesi e dalla moglie Adriana Galasso. Il punto di partenza è un vigneto coltivato per anni da Rocco, il papà di Adriana.
Da subito i vigneti sono convertiti al regime biologico, una scelta non soltanto etica, ma profondamente legata alla convinzione che la qualità di un vino non possa essere disgiunta dalla salute del suolo e dall’equilibrio dell’ecosistema. Tutti i processi, dalla coltivazione alla vinificazione, privilegiano interventi minimi e rispettosi dell’ambiente, con raccolta manuale in più passaggi e una rigorosa selezione delle uve.
Nella scelta del nome aziendale Fausto e Adriana si sono lasciati ispirare da un particolare dell’affresco quattrocentesco che campeggia nella controfacciata della chiesa di S. Maria in Piano, un maestoso Giudizio universale, con la “torre dei beati” a simboleggiare il traguardo finale al quale tendono le anime dopo difficili prove: questa immagine riflette alla perfezione la loro filosofia produttiva, basata sull’impegno quotidiano e sulla costante ricerca della qualità.
La trentina di ettari vitati è coltivata esclusivamente con varietà tradizionali e dà origine a circa 150mila bottiglie all’anno. Il Pecorino è proposto in due versioni di differente stile ed evoluzione: Giocheremo con i Fiori fa solo acciaio, mentre Bianchi grilli prevede la barrique. Due sono pure le etichette di Trebbiano d’Abruzzo, una vinificata parzialmente in tonneau, l’altra in botti di ceramica.
Nel Cerasuolo d’Abruzzo Rosa-ae il Montepulciano, vinificato in rosato, si esprime su freschezza e sapidità. Per finire, tre sono le tipologie di Montepulciano d’Abruzzo, due declinate come Riserva e maturate in barrique: sono Cocciapazza e Mazzamurello.
Loreto Aprutino è anche terra di uliveti, non poteva quindi mancare un pregiato olio extra vergine di oliva, ottenuto da un blend di Leccio del Corno, Dritta e Leccino.

Sotto la lente mettiamo il Montepulciano d’Abruzzo Mazzamurello, dal nome del folletto birichino e dispettoso, riportato in etichetta, che nella tradizione popolare batte sui muri delle case per indicare la sua presenza.
Le uve provengono da un vigneto di oltre cinquant’anni, allevato a pergola abruzzese, con basse rese per ettaro; adagiato su terreni ricchi di argilla e calcare, tra i 280 e i 300 metri di altezza, è ubicato in contrada Poggioragone. La vendemmia si effettua in più passaggi intorno alla metà di ottobre, con selezione in vigna e poi in cantina sul tavolo di cernita. Dopodiché si procede alla vinificazione in acciaio, con una macerazione complessiva di 30 giorni sulle bucce. In seguito, il vino riposa in barrique per 20 mesi, con sosta sui lieviti, prima di affrontare un lungo affinamento in bottiglia.
Carminio scuro di notevole consistenza. Al naso richiama sentori di ribes nero, confettura di mora, pot-pourri di roselline selvatiche, rabarbaro e cannella, intercalati da cenni di liquirizia, bacche di ginepro e nuance di eucalipto. Il sorso è animato da una stuzzicante sapidità e da un tannino rifinito su misura, che assecondano la rilevante dotazione calorica, fino a chiudere con una persistenza aromatica di lunga progressione.
Servito alla temperatura di 18 °C accompagna perfettamente le carni in umido e la selvaggina, con una spiccata predilezione per l’agnello cacio e ova, il tipico piatto abruzzese delle ricorrenze pasquali, nato come ricetta di recupero e simbolo della transumanza.
Montepulciano d’Abruzzo Doc Mazzamurello Riserva 2021 - Torre dei Beati
Montepulciano 100% - 14,5% vol.
In apertura, foto di Ilaria Santomanco