Il Picolit è uno dei vitigni più affascinanti e singolari del panorama vitivinicolo italiano, coltivato quasi esclusivamente in Friuli-Venezia Giulia.
Le sue radici sono molto antiche, risalenti con buona probabilità all’epoca romana, ma la reale fama si data alla metà del Settecento, quando divenne uno dei vini più apprezzati dell’epoca. Decisivo nella sua diffusione fu il conte Fabio Asquini, che lo produceva nella tenuta di Fagagna, nei pressi di Udine. Il conte promosse attivamente il Picolit presso l’Impero asburgico e le principali corti nobiliari europee, contribuendo a trasformarlo in un vino di lusso, spesso oggetto di imitazioni e contraffazioni. Oltre a perfezionare le tecniche colturali ed enologiche, creò anche una bottiglia particolare in vetro di Murano e un suo marchio. In uno scritto del 1750 sintetizzò mirabilmente le caratteristiche del vino: “Nettare prodotto dagli sparuti acini del grappolo”.
Infatti, il nome Picolit deriva probabilmente dalla ridotta dimensione degli acini, come sostenuto dal Gallesio nel 1834 a proposito della “piciolezza dell’uva che produce”, o dalla scarsa quantità di acini prodotti dalla pianta, secondo la tesi proposta dal canonico Andrea Zucchini nel 1790.
Entrambe le asserzioni sono valide: il Picolit presenta acini decisamente piccoli e soffre del cosiddetto “aborto floreale”, ovvero la mancata fecondazione del fiore, che non permette la crescita del frutto, portando a maturazione un grappolo molto spargolo. Queste caratteristiche hanno il vantaggio di concentrare il tenore zuccherino e le sostanze estrattive, che danno un vino dolce elegante ed equilibrato, aspetti che ancora oggi ne definiscono l’identità.
Dopo la morte del conte Asquini si assistette a un lungo e lento declino, fino alla rinascita nella prima metà del Novecento, dovuta in buona parte all’operato della famiglia Perusini, proprietaria della Rocca Bernarda a Ipplis di Premariacco, passata poi all’Ordine di Malta nel 1977 per lascito testamentario.
Fu proprio per conoscere il Picolit della contessa Giuseppina Perusini che Luigi Veronelli si recò per la prima volta in Friuli nel 1959, commentando così il suo primo assaggio: “Non credo vi sia in Italia vino più nobile di questo, è stato autentica gemma dell’enologia friulana”.
Dal punto di vista normativo, il vitigno è rivendicabile all’interno della Doc Collio, oppure nella più specifica Docg Colli Orientali del Friuli Picolit, istituita nel 2006 per emancipare il vino dalla precedente Doc generica dei Colli Orientali, risalente al 1970.
Tra coloro che hanno promosso questa blasonata varietà è doveroso citare Livio Felluga, mancato nel 2016 all’età di 102 anni, considerato a lungo il “patriarca del vino friulano”. Pochi personaggi hanno inciso in modo così profondo come Livio Felluga sulla rinascita vitivinicola del Friuli-Venezia Giulia nel secondo dopoguerra, trasformando un territorio marginale in una delle aree più prestigiose d’Italia.
Era nato nel 1914 a Isola d’Istria, allora parte dell’Impero austro-ungarico, in una famiglia dalle radici contadine. Le vicende storiche del Novecento – tra guerre, esodi e difficoltà economiche – segnarono profondamente la sua giovinezza. La famiglia si trasferì a Grado, sulla sponda opposta del Golfo di Trieste, e Livio già all’età di 15 anni vendeva il vino in Carnia, partendo in bicicletta dalla cittadina rivierasca.
Trascorse gli anni della Seconda guerra mondiale tra il fronte e la prigionia, esperienze che ne temprarono ulteriormente il carattere. Al ritorno, trovò un territorio agricolo impoverito e in parte abbandonato, ma intravide in quella crisi un’opportunità.
Nel 1956 fondò la sua azienda a Brazzano, frazione di Cormòns, acquistando terreni collinari a Rosazzo e nel Collio; recuperò vigneti abbandonati per mettere a dimora nuove varietà, anche d’impronta internazionale, e sperimentò moderne tecniche produttive. Fu tra i primi a comprendere che il futuro del vino friulano non risiedeva nella quantità, ma nella valorizzazione dell’identità territoriale, anticipando concetti decisamente attuali.
Un simbolo di questa filosofia è la celebre etichetta, introdotta fin dagli esordi e tuttora in uso, che riproduce un’antica carta geografica delle colline friulane, per comunicare l’origine del vino e il suo legame con il territorio.
Oggi l’azienda, guidata dai figli Maurizio, Elda, Andrea e Filippo, dispone di una superficie vitata di oltre 180 ettari, dove dimorano 14 varietà (soprattutto a bacca bianca), con una produzione media di 900mila bottiglie all’anno.

Sotto la lente mettiamo il Colli Orientali del Friuli Picolit, le cui uve provengono da vigneti collinari allevati in prevalenza “alla cappuccina”, adagiati su terreni composti da marne e arenarie di origine eocenica, ossia il celebrato flysch di Cormòns, localmente chiamato ponca.
La vendemmia è tardiva; l’uva si raccoglie a mano in piccole cassette, per preservarne l’integrità, a partire dai primi giorni di ottobre, protraendosi talvolta fino alla fine di novembre. Appena giungono in cantina, i grappoli sono diraspati e sottoposti a una spremitura soffice; avviato a una lunga fermentazione in piccole botti di rovere francese, il vino poi riposa per 18 mesi sui propri lieviti. Quindi un lunghissimo affinamento in bottiglia precede la commercializzazione.
Oro antico smagliante e di spiccata consistenza, con lacrime che scendono lentamente. Al naso è una sinfonia di profumi, grazie ai sentori di cedro candito, albicocca disidratata, miele di castagno, fichi secchi, datteri, nocciola tostata e vaniglia, che chiudono su una soffusa traccia balsamica. L’assaggio è vellutato, con la dolcezza magistralmente bilanciata da freschezza e sapidità, per regalare un interminabile finale.
Servito intorno ai 12 °C, è da provare con i formaggi erborinati o molto stagionati, la pasticceria secca a base di pasta di mandorle, oppure come vino da conversazione.
Colli Orientali del Friuli Picolit Docg 2015 - Livio Felluga
Picolit 100% - 14% vol.
In apertura, foto di Ilaria Santomanco