Il progetto Apuliæ nasce come si accendono le storie più antiche: non in un laboratorio, ma in una famiglia.
La famiglia Benegiamo, che dal 1650 modella la terra per darle un destino. Generazione dopo generazione stirpi di artigiani si sono succedute trasformando la terra in utensili quotidiani, anfore, orci, recipienti, mai uguali l’uno all’altro.
Ancora oggi ogni pezzo porta dentro di sé il battito del cuore di chi lo ha creato, perché la terra “non si plasma, la terra si ascolta”.
Così è stato insegnato e così si fa, per leggere i segreti dell’argilla come altri leggono il mare o il vento. Quella tradizione, rimasta sospesa tra memoria e presente, trova nuova linfa nel maestro Giovanni Russo che disegnando la Collezione Apuliæ rimette nelle mani degli abili tornianti, l’abilità dell’arte e non solo quella della mera lavorazione dell’argilla per uso quotidiano. Francesco Benegiamo torniante sopraffino, uno degli ultimi interpreti di un mestiere che sta scomparendo e che attraverso il maestro Russo trova nuovo respiro.
La Collezione Apuliæ quindi non nasce come esercizio di stile, o come semplice oggetto decorativo ma come atto di resilienza e continuità con la comunità. Un gesto artistico a quattro mani che ci collega con un passato di tecnica e desiderio di innovazione, guardando al futuro attraverso forme simboliche che definiscono il Mediterraneo come organismo unico ed irrinunciabile.
Ogni bottiglia è un irripetibile, un’unica unità generata al tornio, univoco non seriale. La forma sospesa tra acino e oliva richiama il primo nutrimento, la prima ricchezza, la prima economia del Sud, il piede ampio ricorda le coppe rituali della Magna Grecia, il collo inclinato, quasi un beccuccio arcaico, rievoca gli antichi vasi da olio o da vino nelle case contadine.
Tre colori, tre elementi, tre anime
Olmìa, verde, la linfa primordiale dell’oliva.
Pyraterræ, rosso, la terra che passa nel fuoco e diventa vaso.
Uvànthia, nero, la notte dell’acino che si trasforma in vino.
Con Apuliæ si riattiva una tradizione secolare. Si ripropone un sapere corporeo di un’arte fatta di pazienza di lentezza, con gli errori e gli aggiustamenti che ci insegna la materia viva. Apuliæ è l’eredità che continua, prova che la Puglia non smette mai di produrre bellezza da una terra che profuma di eternità
Di seguiro le tre “figure” che compongono la collezione:
VERDE – l’oliva – Nome della bottiglia: Olmìa - L’oliva primordiale
Olmìa è la voce verde della collezione: il frutto primigenio che porta in sé il respiro degli uliveti millenari. La sua forma, tesa e feconda, custodisce la memoria dell’oliva come seme di pace, alimento sacro e simbolo eterno del Mediterraneo.
Deriva da elaia, termine greco antico per “oliva”, radice presente in tutta la Magna Grecia e nell’antica Japigia.
L’olivo in Puglia è più che una coltura: è struttura culturale, un monumento agricolo sopravvissuto nei secoli.
Le forme ellittiche della ceramica arcaica pugliese, specie nelle olle da condimento, hanno spesso richiamato il frutto stesso che contenevano.
Olmìa traduce questo legame in una scultura contemporanea che imita il seme, la linfa, la continuità.
ROSSO – la terracotta – Nome della bottiglia: Pyraterræ Pyraterræ - La terra e il fuoco

Pyraterræ è la bottiglia che porta sul corpo il ricordo del fuoco. Il suo rosso caldo è la traccia della terracotta e delle fornaci pugliesi, dove la terra si faceva vaso, contenitore, vita. È un omaggio alla materia che brucia per rinascere.
Il nome unisce pyr (“fuoco” in greco antico) e terræ (terra). Richiama le pratiche dei ceramisti pugliesi: la combustione controllata, la trasformazione dell’argilla cruda in oggetto resistente.
È un rimando diretto alle produzioni di ceramica di Grottaglie, Laterza, Cutrofiano: focolai culturali della Puglia.
Forma e colore evocano l’idea di forgiatura: la terra che attraversa il fuoco per diventare opera, recipiente, segno umano.
NERO – l’uva – Nome della bottiglia: Uvànthia Uvànthia - La notte dell’uva

Uvànthia è profondità e oscurità fertile. Il nero lucente della sua superficie richiama l’acino maturo nell’istante prima della vendemmia, quando la luce si spegne e il frutto diventa promessa di vino. È notte, mistero, trasformazione.
Il nome nasce da uva e da un suffisso di ascendenza greca che evoca creatura, generazione: una “figlia dell’uva”.
La Puglia è una delle terre viticole più antiche del Mediterraneo, con testimonianze greco-peucete e messapiche che legano la vite al culto e al rito comunitario.
Il nero richiama i vitigni autoctoni pugliesi a bacca scura (Primitivo, Negroamaro, Uva di Troia): simboli identitari.
La forma ad acino evocata dalla scultura celebra la fecondità notturna della trasformazione, il processo iniziatico che fermenta, purifica e crea.